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23 marzo 2011 / miglieruolo

Racconto di Natale

Cammino,
per un non so dove che sebbene abbia una meta non ha motivo. Cammino in fretta, incalzato dai miei stessi pensieri, come sempre oppresso dalla necessità di arrivare. Andare e tornare, alla ga-ribaldina, pompando al massimo con le gambe, precipitevolissimevolmente. Non abbastanza in fretta comunque

affinché mi sfugga un cartello esoterico il cui demenziale contenuto mi induce ad arrestarmi di botto, quasi fossi andato a sbattere contro un muro.
Un cartello chiaro, inequivocabile: tre per dieci euro…
Niente di straordinario, tutto sommato. La solita tripletta affibbiata utilizzando l’esca del supersconto per convincere a un superacquisto. Il problema è che il cartello è apposto su un banco contenente esclusivamente scarpe. Scarpe, scarpe e ancora scarpe. Scarpe di ogni genere, di prezzo medio alto, altre medio basso, assolutamente impossibile comunque ne siano date tre paia per dieci euro; mentre sarebbe assurdo offrirne tre singole a ogni compratore. Ho detto assurdo, ma potrei dire incongruente e commercialmente inefficace. A meno che non si tratti di errore conseguente a iperbolica distrazione. O d’uno scherzo…
La circostanza mi intriga, solletica il fantascientista che è in me. Mi avvicino dunque per chiedere, e anche stuzzicare, travestendomi con l’abito dell’acquirente disorientato, roso dal dubbio.
– Davvero? – chiedo fissando il viso dall’evidente profilo mediorientale (iraniano?) del venditore. – Tre per dieci?
– Serie completa, – annuisce lui in un italiano impeccabile. Non un italiano scolastico, l’italiano degli italiani.
Assumo la migliore espressione per essere mandato a farsi una passeggiata e torno a domandare: – Tre pezzi dieci euro? Ma davvero? Destra, sinistra e …
Il proprietario del banco mi guarda tra il perplesso e l’infastidito. Pensa. Decifra. Al termine dell’esame la perplessità è tutta posta a carico del fastidio. Decide di arrabbiarsi.
– Macchessicrede… – inizia a bofonchiare, indisponibile ad accettare lo scherzo. Prende il cartello e lo getta nel lontano riposto di un enorme contenitore di cartone, già mezzo pieno.
Uh! Ma quanta permalia! Esclamo prudentemente in me stesso (l’iraniano mi supera di un buon quindici cm d’altezza e altrettante di spalle, un omone che levati!), ghignando un pochettino per nascondere il disappunto di non essere riuscito a sapere quel che volevo sapere.
Il gesto del Mediorientale però non rimane privo di conseguenze. Un tizio che stava sotto il banco, attirato dal rumore del cartello, emerge, esponendo il viso deforme e alquanto allarmato. Il tizio mi osserva dietro enormi occhiali da motociclista. Non sono però gli orrendi lineamenti da super ET (e un po’ da Godzilla) a farmi tremare, ma le tre gambe sulle quali la testa è innestata. La testa direttamente sulle gambe, tre! senza la mediazione del busto. Zampettando veloce sulle lunghe periferiche, sottili e articolate come quelle di un ragno, l’essere mostruoso, sibilando, caracollando, roteando il capo ed emettendo luci multicolori, si muove verso lo scatolone. Vi si affaccia dentro ed emette un lamento di protesta. Un lamento che mi scuote. Sto infatti già per mettermi a urlare, gridare all’accorruomo, quando la razionalità mi soccorre, appena in tempo per impedirmi di far la fi-gura del provinciale scemo isterico credulone. Perché mi rendo conto che non si tratta d’altro che di un giocattolo, brutto e mostruoso come piacciono ai bambini d’oggi (e a quelli di ieri, ch’io ricordi), un giocattolo trash; un giocattolo che la mia fantasia di allegro spensierato vagheggiatore di storie ultraterrene mi ha permesso di trasformare e ingigantire a misura di un qualsiasi incubo. La testa del tripode ruota su se stessa alcune volte alternativamente a destra e sinistra, emette un sonoro “salve terrestri” e si ferma. Il mio cuore invece, che aveva smesso di battere, riprende regolarmente, anche se rumorosamente, la sua diuturna incessante, preziosa attività.
Recuperato me stesso a me stesso, mi allontano pensieroso.
Cerco una spiegazione. La trovo nell’atmosfera ben poco natalizia da cui sono circondato. E la avallo con il mio medesimo stato d’animo, pessimista e ostile contro tutto ciò che si muove, che sa di umanità. Noto che quella piccola parte che mi circonda, i rari passanti, è del mio medesimo umore. Incontro facce grigie, spente dalla paura dell’indomani. Facce strane, dai lineamenti insoliti. Devo avere anche io qualcosa di insolito, perché le occhiate che ricevo sono sfuggenti, quasi intimorite, direi. Percepiscono forse la pessima disponibilità da cui sono posseduto in quel momento; o l’inconscia aggressività che sta dietro la bonomia di tutti.
Il palcoscenico del mondo, in cui, come tutti, sono attore (o meglio, comparsa: ne ho co-munque consapevolezza), sembra costruito apposta per alterare le prospettive, rinserrare i cuori. Il cielo chiuso se pur non minaccia pioggia, promette tristezza, sconforta. Concorrono all’avvilimento le vie rese deserte dal timore della pioggia. Il medesimo pessimo che arriva d’Oltreoceano, puro invito all’orrore e al delirio (altro che pacificazione natalizia!), sospinge in tale direzione. Orrendi robot Babbo Natale, all’ingresso dei negozi, ubriacano di rosso e di bianco, emettendo mormorazioni auguranti non si sa che e imploranti non si sa cosa. So solo che inquietano e invitano a sobbalzare. Una signora che procede al mio fianco sobbalza infatti e, con linguaggio poco acconcio, commenta sfavorevolmente la circostanza. Contro il robot e chi ce lo ha messo. Concludendo con un autorisar-citorio giustificante: quando ce vo’, ce vo’! eh!
Avvolto in questa atmosfera i pensieri corrono, s’intersecano, formulano rammarichi e rim-pianti. Cercano ricompense tramite le meraviglie, quelle vere, della mia infanzia: le pile di romanzi di Fantascienza che non smettevano di alzarsi; le fionde, le trottole, i carretti, gli aquiloni che costruivo con le mie stesse mani; e il lamentoso, ma quanto evocativo! suono delle pive dei pastori ciociari che scendevano immancabilmente a incantarmi con le loro nenie e i loro costumi scaturiti dalle nebbie del passato, loro, autentico passato, più vero e moderno di quello che potrà mai inventare e che in effetti hanno inventato gli scrittori più scafati d’oggi e di ieri.
Il principio di malinconia di cui sono preda muta in avvilimento. Ah! I bei anni cinquanta, con le strade che pullulavano di donne incinte che gettavano orgogliosamente in avanti le loro e-normi pance da parto gemellare, ma anche di banchetti pieni zeppi di Urania usati! Quei romanzi (e quelle pance pronunciate) c’erano perché c’era la speranza a fecondare gli uni e le altre. Speravamo tanto allora, in tante cose, quasi tutte deludenti (speravamo persino nell’Europa) e su quelle speranze giocavano, ahi! quanto piacevolmente, i grandi scrittori dell’epoca, mariti e amanti. Vivevamo negli stenti, e però convinti che il futuro sarebbe stato diverso, ci avrebbe affrancati. Ci ha affrancati in effetti (in un certo senso) ma cosa ha richiesto in cambio? La fine dei sogni, delle illusioni, delle libertà di credere nella libertà, istruendoci al cinismo e al disincanto. Coloro che ci governano hanno nel sacco dei loro doni ben altro che speranza, opulenza e libertà. Hanno contumelie, hanno manganelli e molto, molto carbone per noi; e la buona intenzione di svuotarceli addosso quei sacchi, per poi riempirli chiudendovi noi poveretti, per poi trascinarci nei loro lucidi antri di marmo d’oro e d’argento e divorarci tranquillamente, pezzo per pezzo.
Mentre tanto amaramente e vittimisticamente vado considerando alcune gocce sbarazzine mi inducono a tornare sui miei passi. Meglio rinunciare ai penultimi acquisti di Natale e salvarsi da un solenne acquazzone (quelli degli ultimi giorni, a Roma, valgono una tempesta tropicale). Un minuto più tardi sono nuovamente davanti al banchetto dello spacciatore di scarpe. Nuovamente mi arresto: il cartello è tornato al suo posto. Appena appena leggermente modificato.
Tre scarpe al prezzo di Dieci Euro, recita ora ineffabilmente. Ed è bene aggiungere: provo-catoriamente!
Sono tentato di saggiare la pazienza dell’ambulante con una nuova domanda sulla stranezza di quell’annuncio, per altro diventato anche prolisso, ma una enorme isolata goccia d’acqua che centra il mio povero cranio indifeso mi dissuade dall’indugiare. Qualche altro attimo ancora e sarà il diluvio!
Riprendo a andare.
Non più però con l’irruente procedere del viaggio d’andata. Piano, lento, faticando, quasi procedessi nell’acqua, più che nell’aria. Avverto una forza enorme contrastare i miei passi. Una forza che sembra melassa, vischiosa, collante… ad ogni paso la forza aumenta. Diminuisce in proporzione al suo accrescersi la mia determinazione ad andare.
Mi fermo. Resto pensoso alcuni istanti e, pioggia o non pioggia, ritorno sui miei passi.
Tuttavia invece di fermarmi davanti al banco e domandare, tiro dritto. L’ambulante è troppo grosso e troppo scorbutico perché osi a cuor leggero un secondo approccio. Percorro una decina di metri e mentre la testa rimbomba dell’imperativo “devo chiedere! devo chiedere! devo chiedere!” mi rendo conto che il paesaggio urbano è cambiato. Non è per via del sole che, contraddicendo le mie fosche previsioni, fa capolino tra le nuvole, ma per gli stessi palazzi, rinnovati, per le auto che diradano, per il traffico di pedoni che sembra ispessire. Pochi passi ancora e mi ritrovo circondato da un fiume di gente che sbuca dai rivoli molteplici dei portoni, dei sottoscala, dei pubblici esercizi. Sono tutti lì, intorno a me, come me attratti dalla lunga fila di banchi sul marciapiede. Molti di loro appartengono alla sottospecie definita un po’ crudelmente “vu cumprà”, marocchini, indiani e sene-galesi carichi di mercanzia (sono loro il negozio e il mulo che lo porta a spasso). Nel mezzo della folla c’è persino qualche alieno: marziani dal naso a trombetta, venusiani con le orecchie a punta, seleniti dalla pelle azzurra e gli occhi a pallone, aborigeni gioviani bassi tracagnotti, forti come tori che trasportano armadi e case intere. C’è persino un filiforme trans Vesuviano, che ha appena ab-bandonato la condizione di ermafrodito. Strano, normalmente non ci farei caso, salvo non eccedano in stranezze, barbe, turbanti, veli e altri ammennicoli, in quel frangente li noto, fanno effetto. Mi fanno effetto. Li scruto mascherandomi dietro la curiosità. Curiosità di sapere chi tra loro, gente dei più lontani mondi, possa essere il destinatario dell’offerta speciale del venditore di scarpe. Tre scar-pe 10 euro! Nessuno, apparentemente. Nessuno. Tutti infatti, dico tutti, caracollando rigorosamente su due gambe.
Caracollo anche io, con la medesima inconcludente fretta di sempre. Fuggo da me stesso e un po’ anche dai mendicanti che tendono la mano o implorano con voce lamentosa, bene impostata. Mi riesce difficile resistergli, ma devo. Sono troppi, uno in media ogni duecento metri. Ho calcolato che se consentissi alle richieste di ognuno, anche con piccolo obolo, non mi basterebbero dieci pensioni a esaudirli tutti. Un pensiero che atterrisce, denuncia l’abisso in cui l’umanità si è cacciata. Ce n’è abbastanza per tutti, la distribuzione però è organizzata in modo che alla maggioranza manchi il giusto e spesso anche l’essenziale…
La folla aumenta, diventa invadente, quasi minacciosa. Mi costringe a desistere, a far dietro-front e andare dove effettivamente voglio. Verso il banco delle scarpe. Come me, decine e decine di bipedi d’ogni nazione e colore sembrano parimenti intenzionati a raggiungerlo. E a travolgermi se non mi affretto.
Oppresso dall’alienità di una folla che di secondo in secondo diventa sempre più vociante e, temo, ostile, (a meno che non si tratti della mia medesima segreta ostilità che finalmente intravedo, anche se attraverso il riflesso negli altri); guidato dagli strilli dell’ambulante che promette a gola spiegata le sue stramaledette scarpe, mi precipito verso il banco, nel cui spazio di separazione con l’adiacente trovo rifugio. Il cartello è ancora lì, sfacciato, che promette l’idem gridato dal proprieta-rio. Tre scarpe dieci euro! Lo stesso che mi propone suadente l’ex vu cumprà, piegato in avanti per scendere alla mia bassezza. Pronuncia la sua maledetta frase da imbonitore e strofina pollice e indice in un gesto che credo significhi lo stesso dappertutto.
– Vu cumprà? – fa l’ex vu cumprà, un pochino sul serio, un pochino sullo sfottente. Sorride, irride, mi guarda strano. Anzi no, sullo scombussolato, dissimulando. Uno sguardo incuriosito, direi. Lo stesso della folla. Che sorride, ma osserva con spasmodica attenzione. Sono tutti voltati verso di me, ma non tutti sorridono.
Ascolto l’abbaiare lontano di una cane. Mi segnala il silenzio che improvvisamente e inspie-gabilmente è calato sulla strada. Mi costringe a prenderne atto. Il silenzio è tanto intenso che posso sentire il suono del mio stesso respiro. Nonché il respiro delle persone accalcate che guardano e at-tendono. Incuriositi probabilmente quanto lo sono io di dare un perché a quello che accade.
– Che ci faccio con tre scarpe? – rispondo all’ambulante.
– Le calzi, no!
– Le calzo? E come?
– Come? Come si calzano le scarpe? Con il calzante!
Osservo le scarpe che il commerciante porge. Non si tratta, come credevo, di due giuste e una spaiata, ma di tre perfettamente uguali l’una all’altra. Intercambiabili, per dire. Per piedi strani, tondi, da elefante, piedi non di questo mondo. Piedi alieni.
Torno a guardarmi intorno. Alieni ce ne sono. È pieno di alieni. Di extracomunitari e di alieni. Sardi, Calabresi e Marocchini. Ma, ancora una volta, tutti rigorosamente su due gambe.
Sorrido anche io in direzione di coloro che sorridono. I sorrisi si spengono.
Vorrei dire qualcosa che rompa la distanza stabilita tra loro e io, ma l’incalzare del venditore me lo impedisce richiamandomi alla realtà del momento.
– Che fai, allora, signorino? Compri le scarpe o preferisci andare in giro a piedi nudi?
– Ma proprio a me le offri? – obietto
– E a chi, allora? Non sei Italiano, tu? Non hai forse i dindi? Dai siediti là e provale, vedrai che ti vanno a pennello.
Là e uno strano sgabello, composto da una tripletta di mezzelune e tre gambe anch’esse sa-gomate a rientrare. Solo allora, messo al cospetto dello sgabello, accetto di comprendere. Vedo la verità che io, tutti noi, abbiamo sempre ignorato e orgogliosamente, pervicacemente tentato di dis-simulare. Comprendo allora il perché di quell’apparentemente assurda offerta di scarpe.
Sono io, l’Italiano, il mostro. Io quello che procede su tre gambe! E perciò bisognoso di una triade di scarpe.
Lo sgabello è per me.
Guardo in basso e finalmente vedo. Mi vedo.
Ecco sì, lo riconosco, effettivamente ho tre gambe.
Mauro Antonio Miglieruolo
Mercoledì, 17 dicembre 2008
(rifacimento sabato 20.12.2008)

Il presente racconto è stato pubblicato la prima volta sul sito
delle Edizioni della Vigna, all’indirizzo:
http://www.edizionidellavigna.it/autori/Singoli/Miglieruolo/Miglieruolo.htm

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