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29 marzo 2011 / miglieruolo

La Nuova Fantascienza – parte I

L’articolo che segue avrebbe dovuto essere letto in quel di Piacenza nel corso di un convegno al quale Vittorio Curtoni mi aveva invitato nel 2008 (probabile errore: ho appena trovato traccia di uno stampato che ho forse distribuito nel 2008 durante lo svolgimento del Premio Italia in quel di Fiuggi). Motivi di salute mi hanno impedito di presentarlo in quella sede. Lo propongo oggi, diviso in due parti, l’altra la imposterò domani, nella stesura originale, nonostante qualche suo aspetto sia da considerare superato. La speranza è che conosca una fortuna migliore di quella che finora gli è toccata.

Perché siamo qui?
Rispondere apparentemente è facile. I motivi sono evidenti. La rottura con il tran tran quotidiano per confrontarsi con chi condivide un comune interesse;

la possibilità di conoscere di persona quelli che, per lungo tempo, sono rimasti soltanto nomi stampati sulla carta; o per verificare cosa ne abbia fatto il tempo di quei volti e di quei corpi intravisti una o due volte in uno dei precedenti incontri; e poi il fascino di persone nuove, gli ultimi venuti, i sorrisi e le strette di mano, volti e parole diverse, le opportunità che si presentano ecc. ecc.
Mi sta bene, ma non mi basta. La più stretta evidenza spesso nasconde il più largo equivoco. Perciò insisto: perché siamo qui?
È una domanda audace, presuppone ch’io sia in grado di fornire una risposta valida per tutti o quantomeno per molti, il che non è vero. Frequento occasionalmente questi ed altri raduni, negli ultimi decenni ho condotto una vita piuttosto solitaria, appartato, non ho il polso della situazione. Mi è concesso avanzare ipotesi, cercare spunti sui libri e nei dintorni, formulare domande, non azzardare risposte. Non posso perciò, per sottrarmi al vicolo cieco di questo inizio, che modificare l’interrogativo d’apertura e invece di rivolgerlo a un interlocutore plurale e generico, uscire allo scoperto e porlo a me stesso, per chiedermi: perché sono qui? Non certo perché invitato, sebbene abbia ricevuto l’onore di un invito. Son qui perché da un certo tempo a questa parte avverto l’impulso a essere più partecipe, a uscir fuori dall’isolamento per assumere in prima persona compiti non specificamente miei, ma che lo stesso mi sento chiamato a svolgere. Compiti di elaborazione teorica, compiti di ricerca, di stimolo alla ricerca, alla riflessione, all’orientamento… il compito dei compiti: capire il che fare del momento, l’individuare i veri problemi, accettare di aver a che fare con essi e con le soluzioni, che incalzano impazienti di venire alla luce, che urlano che sono pronte per noi, che sono intelligibili; e noi che non le sappiamo ascoltare e decifrare e liberare dal polverone interessato che altri instancabilmente solleva… la chiarezza nel frattempo, paradossalmente, invece di avvicinarsi, si allontana, la molta confusione sotto il cielo non si traduce in una situazione eccellente… dico di più e forse più coinvolgente per le persone che leggono questo intervento o l’ascoltano: sono qui per spendere qualche parola e formulare qualche concetto in favore dell’oggetto stesso del nostro comune interesse, la Fantascienza, antica gloriosa lettura che appare oggi (ma già da ieri) in agonia, mentre innumerevoli prefiche piangono e si strappano i capelli per i continui annunci, più o meno sommessi, più o meno impliciti, sui suoi prossimi funerali; l’oggetto stesso del nostro interesse sembra dissolversi tra le nostre mani, perdere peso, diventare estraneo, non più nostro, qualcosa di cui si sono impadroniti gli Invasori Mutanti Perfidi Robot dell’Industria culturale che lo avviliscono tramite i più triti luoghi comuni che nella Fantascienza possono pure essere reperito, ma che non ci caratterizzano. Non più di quanto un romanzetto di quei mediocrissimi pubblicati su “Grandhotel” o “Bolero” (perdonate, non ho riferimenti più recenti ai quali fare appello) possa autorizzare un giudizio conclusivo sui testi, mettiamo, di Stendhal, o aiutare a spiegare Shakespeare. Dick, in tutta evidenza, non è assimilabile a un qualsiasi Tubb, né l’analisi di Sturgeon, Ballard o Shekley può avvalersi delle ludiche estrinsecazioni di un Vandel, di un Bixby o di qualsiasi altro bravo intrattenitore fantascientifico. Ma che vale ricordarlo? Lo scopo, più o meno consapevole, di questi imperatori dell’Industria Culturale non è di comprendere, di decifrare il messaggio fantascientifico, questo sorta di grido con cui il secolo ha chiesto di essere spiegato e affrontato per quello che era; lo scopo era spegnere lentamente l’intelligenza fantascientifica, con le sue inquietanti rappresentazioni e messe in discussione del presente, fino al punto di ridurla all’elettroencefalogramma piatto.
Ecco che allora cominciano a apparire motivazioni più solide a questo mio uscire fuori dal guscio. Le specifico meglio e le amplio. Delle molte parti di me stesso, oltre quelle citate, che si sentono coinvolte credo di poterne aggiungere una prevalente, la stessa che coinvolge tutti: l’Io-me mero lettore, l’Io soggetto a periodiche crisi di astinenza per non riuscire a trovare più libri capaci in grado di suscitare ancora interesse e a volte entusiasmo. L’io che verifica il prevalere di libri non libri, libri che non pongono (perché non se le pongono) domande e tanto meno formulano risposte sui perché del come siamo e dove andiamo. Libri sempre più lontani dalla realtà e dalla disastrosa temperie che stiamo attraversando. Libri piatti, incapaci di coinvolgere in dibattiti e sollevare controversie. Rovesciare la prospettiva di questo tipo di libri, come lettore prima che come scrittore, è l’obiettivo che mi pongo; contro di loro mi misuro, per misurarmi con una fantascienza che torni a scandagliare la realtà e ci parli delle aspirazioni più o meno segrete, universali, che si aggirano in questa realtà.
Subito dopo questa ragionevole ne viene una seconda, maliziosa e divertita: l’immaginare il vostro stupore nel contemplare un austero pensionato, eterno aspirante scrittore, che di punto in bianco, si spoglia delle proprie vesti e indossa quelle provvisorie di aspirante ideologo! È proprio il caso di dirlo: non c’è più religione! Il mondo si è rivoltato! Uno scrittore che accetta di essere la negazione di se stesso in quanto narratore! L’estemporaneo Miglieruolo che invece di attingere all’inconscio e liberare i sentimenti, si rimette alla tirannia della ragione!
Vengo, allora, per offrirmi al vostro sguardo, magari facendovi cadere le braccia; vengo per esercitare il mio sguardo, e accorgermi di quello che siete, ciò che volete; per sottoporvi, con una certa trepidazione, quel che sono le mie speranze e ottenere, oltre che di sorridere insieme, un valido contributo all’espansione delle mie conoscenze. Vengo insomma per conoscervi attraversando questo mio farmi conoscere. Perché non c’è scrittore che non sappia, se lo vuol sapere, che parte della sua opera sta nella mente, nei gusti, nel grado di cultura e nelle tendenze e esperienze dei suoi lettori. Per quanto isolato, per quanto ancorato a una visione propria, per quanto originale, dietro di lui, davanti a lui c’è sempre un pubblico al cui giudizio appassionato deve sottoporsi e al cui dispotico orientamento deve in qualche modo fare eco. Lo scrittore scrive; il lettore alimenta contenuti e necessità dello scrivere.
Non mi soffermo ulteriormente, effettuati questi brevi cenni sul rapporto scrittura-lettura (che riprenderò più avanti), sulla connessione esistente tra ideologia e narrativa: non ne usciremmo più. Né vi ruberò tempo per sviluppare il grande tema, per altro conosciutissimo, del ruolo attivo che l’ideologia svolge nella scrittura popolare e in particolare nella Fantascienza; mi limiterò ad appellarmi al diritto dovere di ognuno, quando i tempi lo esigono, quando incombono minacciosi, di analizzarli per quello che sono: un incalzare di false apparenze, un pullulare di menzogne attraverso cui coloro che posseggono la più ampia facoltà di parlare di sé, la praticano in modi che impediscono agli altri di arrivare al nocciolo della loro falsità (i modi: monopolio della parola e censura della parola: il vecchio sterco di sempre); e ci impedisce di arrivare a noi, a quello che siamo e quello che facciamo, impediti sia nell’operare scelte, sia nel diventare padroni di sé stessi; noi, immenso coacervo di intelligenze amputate, costrette da una mostruosa babele da 1984 morbido a ragionare come altri ragiona. Costrette, mentre l’intelligenza soffre e produce incontenibile disagio, anche noi ad avvicinarci a quella soglia di ricezione ebete che tanta parte dei media lavora per ottenere; là dove invece, al contrario, la Fantascienza che conoscevamo, la vera Fantascienza, lavorava per utilizzare e sviluppare le intelligenze, per spingerle oltre, per renderle maggiormente capaci di giudizio critico e di prendere le distanze dai giudizi acritici, dai pre-giudizi: sì, allora, mezzo secolo fa, molto era in discussione, a partire da noi stessi, noi stessi messi in discussione per poter effettivamente aspirare a un mondo migliore!
1984 morbido, ho detto. Spero che nessuno vorrà accusarmi di indulgenza, ma nel confronto con il resto del mondo credo di essere autorizzato a farlo. C’è di peggio, di molto peggio di ciò che stiamo vivendo. Un peggio che auspico di non ulteriormente avvicinarsi. Morbido però a patto di una ulteriore precisazione-rettifica: morbido sì, ma solo per noi. Per me che vi parlo e voi che ascoltate: per altri invece, coloro sfortunatamente lontani da questa relativa e strana oasi di pace (oasi perennemente in conflitto); per coloro che stanno sotto le minaccia costante delle bombe intelligenti; coloro condotti con le manette ai polsi sulla strada della libertà; tutti quelli costretti alla democrazia dalla democrazia; gli umiliati e offesi e sofferenti di Guantanamo e Abu Dabi; e peggio ancora quelli che in più dell’imperio delle bombe subiscono anche le delizie dei dittatori nostri amici, le canaglie non canaglie che ci piace sopportare e supportare (i famigerati “figli di puttana” approvati in quanto “nostri figli di puttana”, per dirla come uno dei tanti “idealisti” diventati Presidenti degli Stati Uniti); ebbene per costoro la morbidezza non esiste, per costoro la vita è dura, e quanto aspra e forte noi non lo possiamo nemmeno immaginare!
Passiamo innanzi, è meglio!
Siamo, dunque, in un’epoca che esige assunzione di responsabilità. Per le nostre vite e per la letteratura che abbiamo amato e che vorremmo tornasse in auge. Mai come oggi è richiesto a ognuno di non voltare il viso dall’altra parte e dicendo “non mi voglio sporcare con queste porcate”, infischiarsene. Questo è il tempo in cui nel “migliore dei mondi possibili” irrompe la peggiore delle realtà impossibili (magari mi sbaglio; magari già domani conosceremo dell’altro che ci farò rimpiangere il presente… ma voglio essere ottimista e dico che abbiamo toccato il fondo e altri gradini nella scala delle civiltà non ci toccherà scendere). Questo è il tempo in cui si è parlato persino di “fine della storia” per nascondere i fini della storia che, coloro che sussurrano nel buio, stavano preparando. Ma è anche il tempo adatto a muovere i cervelli speciali di uomini speciali: i folli, pervicaci fantascientisti. Cervelli addestrati all’audacia intellettuale, a pensare oltre, a mettere, se non tutto, molto in discussione. Di là dal mero esercizio della lettura e quella della scrittura, più di tutti siamo abituati a pensare, speculare, a penetrare le apparenze e esclamare, forti della nostra innocenza: il re è nudo!
Sono, quelli che attraversiamo, tempi fantascientifici per antonomasia. I nostri tempi. Tempi in cui la realtà sembra la caricatura di audacissimi romanzi di Fantascienza. Tempi fantascientifici senza la Fantascienza! Tempi che abbiamo smesso di interpretare. Ma ecco allora il senso di questo appello alla responsabilità. Un tentativo non solo per essere utili a noi stessi e agli altri, ma anche per rimettersi in sella; di rendere al prossimo un servizio (e quale mai migliore che quello di comunicargli quei brandelli di verità che si spera di avere acquisito?); di smettere di lasciarsi guidare dal quieto vivere, dalle furbizie, dal “tengo famiglia”, essendo disposti a pagare un qualche costo. Anche quello di scivolare su qualche buccia di banana, di dirla grossa e far ridere invece che riflettere. E magari rischiare anche l’isolamento, di vedersi voltare le spalle e perdere quel poco di udienza che ci si è conquistati.
Ma si può, per così poco, fermarsi? Si può delegare il lavoro che occorre effettuare a qualcun altro? qualcuno magari più incisivo e capace, ma di là da venire? Considerate le urgenze, la necessità di riprendere il vento per volare, credo sia necessario rispondere di no, che chi si rende conto (e ama la Fantascienza) si assuma l’onere e prenda l’iniziativa, come sa e può, e inizi a pronunciare le parole nuove che è necessario pronunciare. Da subito. Perché il lavoro è molto ed è doppio: da una parte individuare gli ostacoli da superare (la perdita delle speranze, la chiusura delle prospettive, l’attacco alla cultura, il canto del cigno della fantasia); dall’altra trovare i temi su cui lavorare per dar modo a una nuova età dell’oro d’avere inizio (temi vecchi e temi nuovi: dittatori democratici pazzi; attentati alle anime; dissoluzione degli stessi principi di democrazia borghese; imperi del male; forze oscure che tramano; controllo dei pensieri; degrado urbano, con relativa guerriglia; guerre mondiali e stellari senza soluzione di continuità; l’invasione dei robot che, unita all’elettronica casalinga, muta la sua pericolosità in opportunità; la ripresa del conflitto eterno uomo-donna; la rinascita di nuove servitù (Tenn); l’universalismo particolaristico del Capitale che irrompe sulla scena e oscura tutti gli altri; l’invenzione di Stati (esempio: l’Europa) che al posto della Comunità di persone pongono la Comunità degli Interessi Economici; i barbari che premono ai confini e, come nell’antica Roma, si assumono l’onere delle mansioni più pericolose, oltre che sgradevoli: ne abbiamo sempre più bisogno e per questo bisogno, in ragione di una sempre più forte dipendenza, li odiamo e disprezziamo! Ma soprattutto il canto della speranza che sarebbe opportuno cantare, a squarciagola, per sovrastare la marcia funebre che l’incessante succedersi di catastrofi economiche, umanitarie, naturali e non, nucleari o strettamente politiche induce molti a suonare!)
È dovere d’ognuno, io credo, porsi questi interrogativi, spaziare entro questi temi e cercare di svolgerli e infine scioglierli; lo hanno fatto coloro che nella Fantascinza ci hanno preceduti, i grandi degli anni ’40-‘50’-’60 e ‘70 (grandi di “sinistra” tra virgolette, ma più spesso grandi di destra) i quali, nonostante tutto, hanno coraggiosamente messo i piedi nel piatto e gettato in faccia a chi accettava di leggerli, le angosce, le aspirazioni, le speranze che fermentavano il loro tempo; gridando se era il caso di gridare (Pohl), ridendo se riuscivano a trovarne la forza (Sheckley), chiedendo aiuto quando l’angoscia rischiava di sopraffarli (Dick: la scrittura è un po’ sempre una confessione). Essi però avevano un vantaggio: vivevano in tempi in cui le storture esistenti erano negate, non però cancellate. I nostri problemi sono diversi. La nostra realtà è diversa. Più complessa e difficile. Abbiamo una china faticosa da risalire. Abbiamo da riscrivere temi classici e temi nuovi dell’ispirazione Fantascientifica nell’agenda della storia; e lo dobbiamo fare contemporaneamente ai tentativi di farli vivere nelle pagine dei nostri racconti. Lo sforzo è complementare: uno dipende dall’altro. Nonostante le moltiplicate difficoltà la necessità di intraprendere questo cammino è assoluta. Perciò occorre guardare in faccia le difficoltà e, per non essere sopraffatti, trovare in sé il coraggio (l’abbiamo, oh se lo abbiamo!) di non arretrare e imporre a noi stessi di andare fino in al fondo delle difficoltà per “risolutamente finirle”. Io, almeno, in questa dimensione, da alcuni anni, sono “risolutamente” entrato.
Ci sono entrato spinto dalle circostanze. Perché mi sono reso conto che senza fare un po’ di chiarezza, senza guardar bene cosa possa essere oggi la Fantascienza, quali siano le risposte nuove, le ipotesi nuove, le speculazioni nuove di cui la gente vuole le si parli, non ci rinnoveremo, non produrremo il dovuto coinvolgimento e perciò anche l’auspicato entusiasmo. Parlare alle persone di ciò che le persone stesse vivono sulla loro pelle, porsi i medesimi interrogativi e cercare, divertendoli (non annoiandoli) di suscitare quantomeno speranze: questo è il primo passo per la formulazione delle risposte ai nostri problemi. Al nostro problema. Al mio quantomeno: contribuire alla rinascita della Fantascienza.
Contro i mostri che abitano questo mondo, i diavoli dell’aldiquà, vampiri in doppiopetto che, purtroppo, si concentrano nei luoghi di potere, economico prima e, in quanto emanazione del primo, politico poi, bisogna levare le armi della critica affinché la loro critica delle loro armi trovi una qualche tregua. Contro gli invasori dei cervelli, i devastatori di anime, i mutanti cattivi, i perversi abitatori del buio che sussurrano le loro buone intenzioni e ci esaltano con le premure che hanno per il nostro benessere nello stesso tempo che ci ordinano di scavarci le fosse in cui ci seppelliranno; ebbene, contro tutti costoro occorre levare le armi della speculazione fantascientifica per metterli a nudo, per esibirli in quello che veramente sono: i nemici della fantasia, i castratori dei voli pindarici, gli assassini dei sogni sui nostri possibili buoni futuri.
Continuare a scrivere senza questo preventivo lavoro di chiarimento (ci ho provato, con qualche risultato e scarso rilievo, soggetto come sono ai limiti di chiunque proceda a tentoni), equivale a rassegnarsi al piccolo cabotaggio, cioè alla negazione dello spirito della Fantascienza, i cui trionfi si celebrano quando affronta il mare aperto, gli sterminati spazi intergalattici, i problemi dello spazio-tempo, contando gli anni a milioni e riscrivendo la storia infinite volte: quante servono ad indurre la fantasia, dopo tante fatiche, al riposo sull’ultima e più estrema possibilità; e, chioso me stesso, a costo dell’estrema inconcludenza (ah! lo stupore, l’ammirazione e il rimpianto per romanzi a volte modesti letterariamente, ma sconfinati quanto a immaginazione, quali “Assurdo Universo” di Brown o “La Svastica sul Sole” di Dick).
Mi si passi questa lettura estrema e forte, eretica della Fantascienza. Perché ritengo sia l’unica che si adatti perfettamente alla sua nobilitate. Perché a questa forza, che le attribuisco, attingo per procedere in queste riflessioni. E deve averla se riesce a spingerle avanti! Se riesce a farmi dire: voglio imitare e però innovando; voglio ispirarmi al vecchio per dire del nuovo, guardare al passato per trovare il modo di confrontarmi con il presente (sulle modalità di questo confronto, sul grido di ribellione che comporta, credo di aver detto abbastanza).
Non mi faccio soverchie illusioni sugli effetti che potrò produrre. Sarebbe già molto una cortese e pur vigile attenzione. E moltissimo riuscire a convincere uno o due tra quelli che mi avranno benevolmente ascoltato di muoversi non tanto nella direzione indicata, ma in quella che quegli stessi due – o tre – (sto diventando ottimista) sceglieranno di andare; bastandomi di aver suscitato l’idea della necessità di intraprendere un diverso cammino (previo una diversa ricerca); e che questo cammino debba avere ben poco a che fare con i suggerimenti e le imposizioni verso cui ci spingono gli innumerevoli operatori dei media, gli ideologi, gli economisti, (io nuovi chierici, i nuovi falsificatori della realtà), i pullulanti tuttologi e, soprattutto, la stragrande maggioranza dei politicanti, che iniquamente si fregiano del nobile titolo di politici.

Ecco, mi sono presentato, nessuno ora, anche tra chi non mi conosce, potrà dubitare di me e delle caratteristiche che mi guidano. Ho però ancora da dire quel che cerco da voi, quel che mi spinge a parlarvi e confido, a tentare di interessarvi. Perché la cosa riesca è opportuna una precisazione. Un appello: non dimenticate, vi prego, quel che sono, o meglio quel che lavoro per diventare: un operatore culturale. Mi occorre perciò avere un ruolo culturale. Far sì che tutti questi miei pensieri passino, siano imperniati dentro e per un lavoro culturale. Noi qui riuniti, noi che, senza pensarlo, senza proporcelo, facciamo storia, la storia di un “genere” apparentemente marginale, la Fantascienza, parte di quella grande regione che è la Narrativa, a sua volta articolazione dell’immenso continente intestato alla Letteratura, dobbiamo sapere che, nel modo proprio a ogni storia, esistono congiunture e snodi, bivi e stati di crisi nei quali molto è possibile, le partite perse possono essere rigiocate e vinte. Nel nostro piccolo abbiamo il problema di ri-giocare e vincere la nostra partita, contribuire al rilancio, vincendo l’ultima battaglia della guerra culturale che le circostanze ci impongono di combattere, del movimento in avanti dell’intera nostra cultura che segna il passo e rischia persino di tornare indietro.
Io qui, noi tutti siamo ben poca cosa. Anche un dittatore, valutato col metro smisurato della storia, è ben poca cosa. Egli può ritenere di avere e noi possiamo attribuirgli grandi influenza sugli avvenimenti. In realtà ne ha sulle vite dei singoli, che può stroncare o tormentare, anche a milioni; può rinchiudere a Guantanamo o in un Campo di Sterminio; non sulle tendenze di fondo della sua epoca. Può modificare il suo paese in meglio o in peggio (in genere lo fa in peggio), non garantire un futuro ai suoi tentativi di spezzare la trama complessa di tendenze e controtendenze, forze in opposizione, che guidano gli avvenimenti. L’insieme delle “ben poche cose” invece può, sta nelle sue mani dar vita diversa al presente e forgiare il futuro. Noi, nello stesso tempo leggiamo i libri di storia e prepariamo, con le nostre decisioni, gli avvenimenti che, i più fortunati tra noi, potranno leggere sui libri di storia. Possiamo molto se lo vogliamo, poco se rinunceremo all’esercizio di questa volontà, delegandola a altri (politici, demagoghi, “benefattori” miliardari, “esperti” bravi soprattutto nel menarci per il naso); molto se saremo molti, poco se saremo pochi a credere in un avvenire che ponga l’uomo e il servizio all’uomo al centro di tutto. In assenza di tale prospettiva sarà il Robot a vincere, il Robot a “liberare l’uomo dal male” a renderlo schiavo come egli a sua volta è schiavo della logica economica che lo ha voluto al mondo.
Rieccoci alla Fantascienza. Agli Umanoidi, ai dispotici protettori (con e senza doppiopetto) d’una avvilita umanità. Possiamo difenderci da costoro. Lo possiamo fare non solo accusandoli e mettendoli alla gogna, ma anche divertendoci (è nostro privilegio: il privilegio di chi si interessa di cultura, di chi la pratica, ne usufruisce.). Lo può fare la Fantascienza la quale, a ben vedere, dal suo sorgere, non ha fatto altro. Accusare e divertire, edificare e ammaliare, denunciare le storture del presente e indicare possibile via di superamento(1). Una scelta alla lunga ineludibile data la doppia premessa che la muoveva: 1) l’adesione all’oggettività in quanto adesione allo scientifico e da questo adesione all’universalismo proprio della scienza (dall’universalismo delle conoscenze, all’universalismo delle concezioni, al riconoscimento in ogni possibili prossimo, anche il più mostruoso e diverso il passo è breve); 2) il sogno, la fantasia, l’attrazione irresistibile per i grandi ideali, il significato dell’essere al mondo, un rapporto con l’eternità, dall’origine alla fine della creazione, quali solo il Medioevo aveva ugualmente sentito, che le permettono d’allontanarsi dalle beghe del quotidiano e salire a una visione più alta, meno di parte, meno tendenziosa dei guai che affliggevano l’umanità.
Non dobbiamo meravigliarci di questo ruolo, ritenerlo in contrasto con quanto ci si dice in tema di arte e espressione artistica. La cultura, anche la più alta e apparentemente lontana dal reale, è ideologia condensata, ideologia infinitamente lavorata e raffinata per secoli da e sotto determinate forme artistiche; le quali, con il loro lavoro, riescono a farla apparire diversa da quello che è (dissimularsi è parte del loro compito, della loro funzione): terreno comune di convenzioni che permettono il riconoscimento reciproco, il riconoscersi parte di una comune entità organizzata. Ma la cultura è anche la chiave di volta per comprendere le situazioni di crisi complessiva, per contribuire ad aprirle e a chiuderle. È il frangente in cui ci troviamo noi oggi: una crisi della Fantascienza parte della crisi più generale del mondo capitalistico che a meno di venti anni dai celebrati trionfi per la caduta del muro di Berlino sembra essersi cacciato in un vicolo cieco, non sembra avere altro sbocco che quello di passare da una crisi economica all’altra, da una crisi politica all’altra, da una guerra all’altra.
In questa crisi possiamo inserirci e dare il nostro piccolo, ma significativo contributo per la ricostruzione di in mondo in cui il valore della persona umana, della dignità degli individui sia, nei fatti, considerato altrettanto importante e degno di “sacrifici” di quelli inerenti al buon andamento dell’economia e relativo accrescimento del saggio di profitto (alla realizzazione dei quali, in un regime di economia guidata, sarebbero persino funzionali).
Possiamo farlo utilizzando l’indiscusso potere dell’immaginazione, ma anche perché la congiuntura particolare in cui siamo immersi ce ne offre l’opportunità: di pensarle, esporle, di farne un’arma, lo strumento per arricchire la vita e modificarne le condizioni di esercizio.
Il mondo ha oggi bisogno, un bisogno impellente, di tornare alle speranze, ai grandi ideali, grandi progetti, grandi aspirazioni. Passata l’ubriacatura del pensiero debole, il quale, contraddicendosi, riconosceva però il pensiero forte del liberismo; passata l’infatuazione per il precario antideologismo dei superideologi apologeti del capitalismo; lentamente ritornano in auge le spinte che nei lontani anni venti del secolo scorso, hanno determinato la nascita della Fantascienza. I grandi temi, i grandi ideali, la proiezione nel futuro. Una nuova rinascita è alle porte. È più che una possibilità. È una spinta poderosa che chi lo vuole può utilizzare per lasciarsi trasportare verso nuovi fasti, nuove possibilità di scrittura e lettura.
Io lo voglio e farò di tutto per dare il mio contributo a questa nuova onda e per lasciarmene trasportare.
——
(1) – Non ignoro certo l’altra Fantascienza, quella scientista e militarista, la Fantascienza della cavalcate spaziali, una Fantascienza che pure ha prodotto qualche buon romanzo; invito però tutti a non ignorare il movimento intrinseco che ha gradualmente portato il “genere” in modo particolare dagli anni cinquanta in poi a accentuare il proprio carattere critico-speculativo e a farne la tendenza di gran lunga prevalente.

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  1. Michele Nigro / Mag 27 2011 14:39

    “Sono, quelli che attraversiamo, tempi fantascientifici per antonomasia. I nostri tempi. Tempi in cui la realtà sembra la caricatura di audacissimi romanzi di Fantascienza. Tempi fantascientifici senza la Fantascienza! Tempi che abbiamo smesso di interpretare…” Un intervento importante e attualissimo: leggerlo in questi giorni di scontro ideologico e culturale, diventa necessario… E’ uno scritto che dona speranze, ma al tempo stesso esige impegno. Grazie per averlo condiviso.

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