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29 marzo 2011 / miglieruolo

Tra l’Incudine e il martello

Sento spesso parlare dell’enorme debito pubblico che grava sulle nostre spalle, ma ancor più grava sulle nostre opinioni. A causa della sua presenza siamo pesantemente condizionati nella nostre scelte pubbliche. Sono infatti i politici a parlarne con continuità, ponendolo a scudo delle loro decisioni: per neutralizzare preventivamente qualsiasi obiezione al loro operato e più ancora per distrarre l’attenzione dagli altri problemi, metterli in ombra e avere più ampia possibilità di fare come meglio credono.

Siamo tra l’incudine di una vasta platea di dissimulatori e il martello oggettivo di una situazione economica pur grave e verosimilmente pericolosa.
Ma appunto, chi è il responsabile di tale situazione se non i politici che la sbandierano a ogni piè sospinto? Chi, ai fini del consenso, a partire dagli anni ’80, ha creato tale voragine nei conti pubblici e la ha successivamente alimentata e ingrandita, intascando e facendo intascare?
C’è però anche da chiedersi, per completezza d’informazione e valutazione, come mai gente tanto avvertita, come i politici, ha potuto credere che praticando a cuor leggero le scelte disastrose operate nei decenni, potessero incontrare, come hanno incontrato, l’approvazione dei loro elettori. Come mai, insomma, da decenni i nomi che primeggiano nelle liste elettorali, nonostante mugugni e manifestazione di insofferenza, sono sempre gli stessi? Possiamo forse considerare che essi (i politici) conoscevano i loro polli? Cioè che gli Italiani avrebbero voluto rappresentanti migliori (ideale), ma a più loro fatto comodo tenersi quelli che avevano? Che lo stesso disamore per la cosa pubblica ha reso solidali gli uni e gli altri, i cialtroni che dovrebbero guidare il paese e i buoni, onesti, laboriosi padri di famiglia che invocano il buon governo e scendono negli angiporti per trovare i buoni governanti? che una medesima etica (prendi i soldi e scappa) ha finito con l’unificare cani e gatti, lo specchio di un popolo (i suoi rappresentanti) e il popolo stesso? Da decenni (meglio, da secoli) litighiamo con loro, da secoli lasciamo che facciano. No, di più: diamo il nostro consenso, a volte appassionato, a che lo facciano.
Il peggio è che li giudichiamo pure. Come io li giudico in questo momento che scrivo e, con il più grande disprezzo, per altro ampiamente meritato, li metto alla gogna.
Ma io, come popolo e come persona, merito di salire sul pulpito e predicare contro di loro?
Posso nascondermi, se voglio, dietro il fragile schermo della verità; devo però, se intendo mantenermi sullo stesso piano, ammettere anche che dietro di essa probabilmente si nasconde la mia personale complicità e ipocrisia.
Non intendo abbandonarmi ai mea culpa o cavarmela con una facile e generica ammissione di correità; quel che sostengo è in relazione a ciò che ho visto in me stesso. A tale fine mi limiterò a citare un solo episodio. Si parlava degli orrori della guerra e in particolare di quella iniziata contro l’Iraq, particolarmente odiosa per le grossolane, false motivazioni con cui la si era iniziata. Sdegnato per l’enorme strage perpetrata e suoi oscuri sviluppi nel futuro, consideravo che si trattava dell’ennesima guerra di rapina nascosta da pii propositi. Tuttavia a un certo punto mi è capitato di chiedermi cosa sarei stato disposto a pagare io perché tutto quel dolore, tutta quella ferocia potesse essere evitata. Fino a quale punto mi sarei potuto spingere? Ho visto allora l’intera mia area geografica, che sulle riserve naturali altrui ha costruito gran parte della propria prosperità, impoverirsi; e ho visto me stesso ridotto, in quanto pensionato e perciò penultimo della scala sociale, a rovistare, come tanti oggi, nei bidoni della spazzatura.
Mi sono visto e ho esitato. E capito pure.
Capito che vivevo tra l’incudine della mia impotenza per amore delle comodità e il martello dell’ipocrisia. Che ero io, oppositore strenuo della guerra, la chiave di volta di ogni guerra.
Come sono la chiave di volta per comprendere le circostanze che contribuiscono a far sì che un paese tanto bello dia al mondo uno spettacolo tanto brutto della sua vita sociale.

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