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13 aprile 2011 / miglieruolo

Il Progresso è finito? – Parte I

L’articolo che segue è già stato pubblicato nel blog di Daniele Barbieri (http://danielebarbieri.wordpress.com/2011/03/08/il-progresso-e-finito-1/). Lo riporto integralmente, escluso il “cappello” di Barbieri stesso, a beneficio dei pochi lettori che non sono in comune, i quali si stanno lentamente moltiplicando.
Il testo è preceduto dalla presa di posizione di Fabio Calabrese che ha provocato il mio intervento, nonché dalla presentazione dello stesso.

Ho incontrato Calabrese per la prima volta durante uno degli annuali, indimenticabili e ormai tramontati, raduni tra vecchi appassionati che si tenevano nell’Oltre Po Pavese in casa di Lino Aldani, decano ormai deceduto della fantascienza italiana. Incontri memorabili, all’insegna della gozzoviglia più che del confronto. Nel corso dei quali però, oltre a festeggiare il compleanno dell’indimenticabile autore di “Quando le Radici” e “Themoro Korik”, si potevano gettare le basi per future fruttuose collaborazioni. È stato nel corso di uno di questi incontri infatti che si è concretizzata la ristampa in Urania Collezione di “Come Ladro di Notte”.

L’impressione avuta è stata di un mite misurato, ma anche estroverso giovane anta capace ancora di entusiasmarsi e di voler suscitare entusiasmo negli altri.

Calabrese è un appassionato fantascientista di lungo corso, scrittore, saggista e (involontariamente?) anche provocatore. I suoi interventi determinano reazioni umorali, a volte eccesivi, nell’ambito sempre più ristretto di coloro che oltre a riflettere sulla fantascienza, amano ragionare anche su tutto ciò che ruota intorno alla fantascienza. In quest’ultimo caso la riflessione è relativa a un argomento che di per sé istiga al contraddittorio (se non allo scontro): l’attuale situazione della cultura in genere e della scienza in particolare. Ma umorale è Calabrese medesimo, pronto a rispondere con irruenza agli stimoli culturali che riceve. E, aggiungo, dote rara, disponibile anche a rivedere, o quantomeno rivisitare, le proprie posizioni.

Non è la prima volta comunque che intrecciamo le tastiere in duelli soft; è la prima però in cui le differenze di opinioni si sono rivelati tali da oscurare quelle in cui concordiamo. Spero di non essere stato troppo ruvido con lui. Non lo merita. Come per altro neppure io lo merito (non certo io davanti a me stesso). Invecchiando mi rendo sempre più conto quanto lo spirito polemico danneggi la capacità penetrativa delle argomentazioni. Non è la sottolineatura del proprio essere apertamente contro a vincere, ma la profondità e la giusta misura dei ragionamenti messi in campo. Abbandonarsi alle proprie impazienze non è dunque un buon servizio che si rende a se stessi. E neppure agli altri, nei confronti dei quali non vale la volontà di vincere – e neppure, se è per questo, quella di convincere – vale porgere materia di riflessione, insinuare dubbi, volontà di approfondimenti. Ci penserà poi lo stesso interlocutore dialettico, se il suo personale cammino glielo lo permette, a imboccare il sentiero giusto, quello adatto a maturare nuovi punti di vista. Cioè in buona sostanza a autoconvincersi.

Spero di esserci riuscito. (Mauro Antonio Miglieruolo)

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Il progresso? E’ Finito! di Fabio Calabrese

“Non si può fermare il progresso!

Si è già fermato da sé”.

Il concetto di progresso è essenziale alla fantascienza. Per progresso intendiamo lo sviluppo della conoscenza scientifica, delle sue applicazioni tecnologiche e delle loro ricadute sociali di lungo periodo e in termini di vita quotidiana. Un genere come la fantascienza non potrebbe nemmeno esistere se non partissimo dal presupposto che il futuro sarà diverso dal presente, e che questa diversità non sarà casuale ma seguirà un andamento preciso e quindi in una certa misura prevedibile, legato allo sviluppo scientifico – tecnologico.

Questo non significa necessariamente che la fantascienza debba essere per forza una letteratura ottimista. Scienza e tecnica possono benissimo essere impiegate per peggiorare la vita dell’essere umano, e il parco delle distopie e previsioni catastrofiche sul nostro futuro è tutt’altro che asfittico: si va dai metodi sempre più raffinati di controllo sociale e di manipolazione della persona al servizio di future dittature e sistemi totalitari, alla distruttività di guerre future combattute con le armi nucleari e al loro inevitabile seguito di mutazioni e anomalie.

Oppure i prodotti stessi della tecnologia potrebbero rivoltarsi contro di noi; il tema che una ventina di anni fa si sarebbe detto paleofantascientifico della rivolta delle macchine ha ricevuto nuova linfa dagli sviluppi della robotica e dell’informatica che ci portano a concepire creature artificiali mentalmente simili e fisicamente indistinguibili da noi. O semplicemente i disastri ambientali, le apocalissi prodotte dall’immissione nell’ambiente dell’inquinamento, ossia degli scarti della produzione industriale figlia della tecnologia, e dal saccheggio indiscriminato delle risorse naturali, tutte tematiche che non stanno certo perdendo di attualità.

O ancora possiamo concepire una tecnologia del volo spaziale molto più avanzata di quella che noi possediamo nelle mani (nelle chele, nei tentacoli) di creature aliene per nulla benintenzionate verso di noi, e tutta la tematica delle invasioni aliene da H. G. Wells in poi.

Quello che invece non sembra che si possa mettere in dubbio senza sconvolgere l’idea stessa di fantascienza, è che scienza e tecnologia impiegate bene o male, a favore o a danno dell’umanità, da noi o da intelligenze artificiali o aliene siano destinate a progredire indefinitamente, quest’idea è precisamente “il motore” della fantascienza.

Ora provate semplicemente a immaginare che il progresso scientifico – tecnologico si fermi, cessi di esistere: la fantascienza come genere collasserebbe.

Bene, ci sono indizi precisi che fanno sospettare che sia precisamente così, che quel curioso fenomeno che si è innescato nel XVII secolo con Galileo Galilei e che chiamiamo progresso scientifico, oggi sia arrivato alla fase di esaurimento.

Un punto su cui è meglio essere chiari, è che in teoria il progresso scientifico – tecnologico potrebbe continuare a svilupparsi in una cultura che è in decadenza sotto altri aspetti.

Che per alcuni versi la nostra cultura sia, più che in decadenza, in completo sfacelo, questo è un fatto sul quale pochi avanzeranno dubbi. A livello di vita quotidiana constatiamo tutti i giorni l’imbarbarimento dei costumi, la crescita costante della maleducazione, della volgarità, del cattivo gusto, della violenza, e non solo nelle periferie degradate delle metropoli, ma oggi dappertutto.

Che in generale la scuola sia oggi sempre meno efficace nel trasmettere cultura, che l’ignoranza sia in crescita specialmente fra le generazioni più giovani, anche questo non può essere messo in dubbio. Periodicamente si cerca di tracciare la lista dei “saperi irrinunciabili”, una sorta di linea del Piave nella trasmissione e nella difesa della cultura oltre la quale si vorrebbe evitare di scendere, ma che ogni volta tocca spostare su posizioni più arretrate. Intanto negli Stati Uniti dove certe dinamiche sociali precedono di qualche decina d’anni analoghe situazioni europee, ci si sta sempre più confrontando con il problema dell’analfabetismo di ritorno, dei molti che, terminate le scuole, non hanno più occasione di riprendere in mano un libro o un giornale o di scrivere una lettera e finiscono – letteralmente – per dimenticare l’alfabeto. Un problema, la cosa è praticamente certa, con il quale dovremo presto confrontarci anche noi a breve scadenza.

Per non aprire qui il capitolo spinoso del nuovo analfabetismo, quello che i teorici della comunicazione chiamano analfabetismo funzionale, di coloro che non sanno leggere la busta paga, o un orario ferroviario né tanto meno (non parliamo di compilare) la dichiarazione dei redditi, che si spaventano quando vedono numeri con più di quattro cifre, che guardano lo schermo di un computer come un’entità aliena, minacciosa e incomprensibile.

Una cultura potrebbe continuare a progredire anche se ristretta ad una élite minoritaria; in fondo è questa la situazione che si è sempre verificata fino agli albori del XX secolo, e noi potremmo anche spingerci a considerare l’esperimento di alfabetizzazione di massa dell’ultimo secolo come una patetica forma di evangelizzazione sociale, a anche non considerando la massa che sembra pienamente appagata dall’antica formula “panem et circensens” (oggi i “circenses” sono rappresentati soprattutto dallo sport e dai reality show), cosa dire delle dinamiche interne della cultura cosiddetta alta?

Il pensatore tradizionalista – conservatore Julius Evola faceva notare, ad esempio, che anche i maggiori o quelli che passano per i maggiori filosofi nostri contemporanei trovano la Summa Theologica di Tommaso d’Aquino un testo di lettura estremamente ardua, eppure all’epoca in cui l’Aquinate lo scrisse, era un manuale ad uso degli studenti.

Se dalla filosofia passiamo alla letteratura, i risultati sono ancora più sconsolanti: rispetto ad epoche non lontanissime, il numero delle persone alfabete e dei presunti scrittori è enormemente aumentato, eppure dove troviamo qualcosa di lontanamente paragonabile alla Divina Commedia, al Faustdi Goethe, alle opere di Shakespeare, di Moliére, ai poemi omerici? Le arti figurative? Beh, immaginatevi solo per scherzo qualcuno dei presunti capolavori dell’arte contemporanea, che so, di Picasso, Mirò, Mondrian, Kandinskij nel rinascimento: sarebbe subito considerato lo scarabocchio orrendo che in realtà è. L’architettura? Oggi disponiamo di macchinari e mezzi tecnici notevoli, eppure siamo in grado di costruire solo enormi parallelepipedi di cemento. Dove troviamo qualcosa di paragonabile al Partenone, al Pantheon, a Notre Dame di Parigi, alla cattedrale di Chartres od anche alla neolitica (preistorica) Stonehenge?

Prevedo una facile obiezione. La nostra – si dirà – è un’epoca scientifica e tecnologica, l’intelligenza ha preso una direzione diversa da quella dei capolavori artistici e letterari del passato. Se è questo che pensate, beh, un esame più attento delle cose vi potrebbe portare a pesanti delusioni: la scienza batte desolatamente il passo da 5 – 6 decenni: le ultime scoperte scientifiche importanti, dal Big Bang nell’astronomia, fisica e cosmologia, alla scoperta della doppia elica del DNA in biologia – biochimica, risalgono almeno alla metà del XX secolo, ed oggi vincono il premio nobel ricerche che mezzo secolo fa avrebbero stentato a comparire sulle pagine delle riviste scientifiche. In compenso, la ricerca scientifica o quello che passa per tale, è diventata un’enorme macchina per sprecare denaro pubblico, si pensi per tutte alla ricerca della “particella fantasma”, il mitico bosone di Higgs, cercato da mezzo secolo con acceleratori che costano quanto il bilancio di una piccola nazione, senza aver mai ottenuto alcun risultato.

La tecnologia, il vanto degli ammiratori delle “magnifiche sorti e progressive” è al palo quasi allo stesso modo: c’è stato il guizzo dell’elettronica –informatica, ma per il resto … Per il resto, in altre epoche siamo passati dall’utilizzo dell’energia animale, idraulica ed eolica alla macchina a vapore, poi dal carbone al petrolio e all’elettricità; oggi non riusciamo a dar vita a una tecnologia alternativa a quella del petrolio nel momento in cui questa risorsa si sta rarefacendo, diviene sempre più costosa e l’impatto sull’ambiente del suo utilizzo sempre più inquinante e distruttivo.

E a proposito delle “magnifiche sorti e progressive”, quanti ricordano che questa frase (dalla quale praticamente è derivato il termine “progresso” nell’accezione che usiamo oggi), era stata scritta in senso ironico da Giacomo Leopardi, oltre che un grande della nostra letteratura, un uomo straordinario che secoli fa sembrava aver già capito tutto?

Il guizzo dell’informatica, dicevamo, sembrerebbe contrastare con la generale sterilità dell’epoca attuale in campo scientifico e tecnologico (sempre, naturalmente, per non rivoltare il coltello nella piaga della decadenza e della bruttura della nostra epoca in campo letterario, artistico, musicale, tutto quello che volete), ebbene, allora è forse il caso di dire che la reale importanza di questo guizzo è verosimilmente fin troppo sopravvalutata.

Nel 2001-2002 Enrico Rulli pubblicò sulla rivista “Yorick” I sogni infranti della fantascienza, un bel saggio che avrebbe meritato una circolazione ben più ampia, e soprattutto di diventare il punto di partenza di un dibattito di ampia portata.

Il genere fantascientifico nato negli Stati Uniti negli anni ’20 del XX secolo ed affermatosi anche in Europa negli anni ’50 dopo la seconda guerra mondiale, si è nutrito fin dalle origini di una forte carica progressista, della persuasione che grazie ai futuri immancabili sviluppi della scienza e della tecnologia, il futuro sarebbe stato grandioso, in costante e inarrestabile espansione, prospero, felice e via dicendo (anche se per la verità non sono mai mancate le voci dissidenti, prima fra tutte, quella del grande George Orwell). Ovviamente, questi sogni non potevano che infrangersi uno a uno contro gli scogli della dura realtà. Di quelli che non hanno nemmeno cominciato a tradursi in realtà, l’esplorazione umana di lontani pianeti (nel 1969, mezzo secolo fa, siamo arrivati sulla luna che su scala cosmica non è nemmeno il giardino dietro casa, è il retrobottega, poi ci siamo bloccati), l’incontro con intelligenze extraterrestri, la creazione in vitro di vita e intelligenza paragonabili a quella umana, non parliamo neppure. Cosa ha da dirci Rulli sulle presunte conquiste dell’informatica? Ecco quanto scrive:

“ L’informatica ha totalmente fallito il suo scopo perché l’uomo si attendeva uno strumento che lo sollevasse dalle sue responsabilità, cioè una macchina che prendesse decisioni al suo posto. Invece si è accorto che l’uso del calcolatore rende più consapevole la sua scelta, mettendo a disposizione un maggior numero di informazioni. Questo non è piaciuto al mercato, che ha completamente pervertito l’uso di queste macchine.

Per conquistare la Luna gli americani impiegarono nel 1968 [in realtà 1969, NDA] un calcolatore che aveva 32.000 byte di memoria, e che sembrarono allora un’enormità. Ancora agli esordi della propria carriera, Bill Gates ebbe a dichiarare: “chi ha bisogno di più di 64.000 byte di memoria?”

Attualmente nelle case si usano personal computer con processori che hanno oltre 2000 volte la capacità di calcolo degli elaboratori che hanno aiutato a conquistare lo spazio. Eppure queste macchine potentissime servono per giocare, collegarsi alle chat, scrivere testi” (1).

All’intersezione, per così dire, di scienza e tecnologia, perché dovrebbe essere nello stesso tempo ricerca teorica e conoscenza applicata, si trova quel settore importantissimo perché può riguardare direttamente la vita di ciascuno di noi, che è la medicina. Apparentemente, la medicina avrebbe riportato quello che sembra il successo più clamoroso della modernità, avrebbe né più né meno che raddoppiato la durata delle nostre vite. Si tratta, diciamolo subito, di una pretesa del tutto infondata che si regge su di un grossolano equivoco statistico.

Nell’Ecclesiaste troviamo scritto: “Settanta sono gli anni della nostra vita”, mentre Georges Dumezil ci racconta che per gli Etruschi era lecito pregare gli dei di poter vivere ancora fino all’undicesimo settennio (77 anni), dal che si può arguire, come è confermato anche da molte biografie antiche, che 70 – 80 anni fossero in epoche remote, proprio come ancora oggi, il limite naturale dell’esistenza. Ciò da cui dipende il presunto allungamento della vita, è la brusca diminuzione della mortalità infantile. In poche parole, se di due bambini che nascono, uno muore poco dopo la nascita mentre l’altro è destinato a diventare ottantenne, la durata media della vita di entrambi, sarà di 40 anni.

In realtà, ciò significa molto meno di quel che vorremmo pensare, in termini di divenire biologico della specie umana, se pensiamo che per non essere travolti da un’esplosione demografica insostenibile, abbiamo dovuto “sopperire” al crollo della mortalità infantile con gli anticoncezionali e le interruzioni di gravidanza. Un bambino morto poco dopo la nascita inciderà sulle statistiche dell’andamento della popolazione, mentre una gravidanza interrotta e tanto meno un mancato concepimento, certamente no; in questo senso, l’allungamento della vita o il crollo della mortalità infantile sono delle finzioni statistiche. O meglio, una differenza c’è, perché la regolazione dell’entità della specie umana attraverso la mortalità infantile o gli aborti spontanei contribuiva a tenere in salute la specie attraverso la logica spietata ma efficiente della selezione naturale, mentre la contraccezione e gli aborti provocati seguono la totale arbitrarietà.

Il crollo della mortalità infantile almeno nei Paesi occidentali industrializzati, è dovuto principalmente alla scomparsa delle malattie infettive che in altre epoche falcidiavano soprattutto i bambini (e gli anziani, ma questo pesava poco sui trend demografici). La parte che la medicina ha avuto in questo, è dovuta principalmente alla scoperta dei vaccini, scoperta che del resto risale al XVIII secolo con Edward Jenner che scoprì il primo vaccino entrato nell’uso, quello contro il vaiolo – che rimane a tutt’oggi l’unica malattia realmente debellata – ma sembra che di gran lunga più determinante sia stata in questo senso la diffusione delle pratiche igieniche. Per converso, abbiamo conosciuto la diffusione di varie malattie legate alla pratica della vaccinazione o all’uso di siringhe non accuratamente disinfettate nel Terzo Mondo, l’AIDS e l’epatite C in primo luogo.

Oggi stiamo assistendo (impotenti) alla ricomparsa di malattie infettive che almeno nel mondo occidentale si credevano debellate, riportate da noi dagli immigrati (tubercolosi) o dalla tropicalizzazione di zone temperate dovuta ai mutamenti climatici (malaria), e la lotta contro di esse è resa più difficile dalla resistenza acquisita dagli agenti infettivi agli antibiotici.

Se andate a parlare con dei medici onesti, ammetteranno che i progressi della medicina nella lotta alle malattie non infettive e nell’aumentare la qualità della vita, sono piuttosto nulli che minimi. “Aggiungere vita agli anni” rimane un obiettivo utopico, anche se in una certa misura si è riusciti ad aggiungere anni alla vita, anni che non si vorrebbero mai vivere, trascinandosi gravi patologie, anni di accanimento terapeutico.

Tutto considerato, la storia della medicina è quella di un sostanziale fallimento i cui costi sociali, specialmente nella forma di sanità pubblica, sono del tutto sproporzionati agli scarsi benefici.

Esaminata da vicino, anche la storia recente della medicina non sembra dimostrare la superiorità dell’epoca moderna su quelle che ci hanno preceduto.

In qualche caso la medicina ha contribuito a peggiorare le condizioni di salute della gente, e non sto parlando dell’imperizia, tutt’altro che rara, dei singoli medici, ma di vere e proprie “scuole di pensiero”, di quel fenomeno che sono le mode che periodicamente attraversano la medicina. Di fronte a problemi, per esempio come la vera e propria epidemia di obesità col suo seguito di diabete, malattie cardiache, infarti e ictus che sta colpendo il mondo occidentale, medici e dietologi hanno assunto nel recente passato e spesso assumono ancora oggi un atteggiamento irresponsabile.

Oltre alla sedentarietà e agli eccessi alimentari, la dieta – tipo dell’uomo occidentale si caratterizza oggi per un consumo di alimenti di origine animale molto più elevato di quanto avvenisse anche solo un paio di generazioni fa. Medici e dietologi si sono a lungo prestati e talvolta si prestano ancora oggi a demonizzare i carboidrati che sono da sempre la base dell’alimentazione umana, e in tal modo hanno incentivato il consumo di proteine di origine animale e di grassi animali, con il risultato di contribuire all’esplosione dell’obesità, e di distruggere tradizioni alimentari sane come la dieta mediterranea.

I motivi reali di questa vera e propria mistificazione ai danni della salute sono piuttosto chiari. Le Americhe e soprattutto gli Stati Uniti importano dal Vecchio Mondo pane e pasta, mentre sono grandi esportatori di carne, e la medicina ha dimostrato di preoccuparsi della salute … della bilancia commerciale USA!

Un altro settore nel quale la scienza ha dimostrato di essere fortemente dipendente da mode, motivazioni politiche transitorie e interessi non dichiarati, è la genetica. Non parliamo qui delle pericolose manipolazioni dell’ingegneria genetica, che in ultima analisi è una questione di tecnologia e non di scienza, parliamo proprio della genetica come ricerca di base.

Nel 2001 il ricercatore Craig Venter ha comunicato di aver portato a termine la decifrazione del genoma umano e di aver constatato che i patrimoni genetici di tutti gli esseri umani sarebbero praticamente identici, in sostanza pretenderebbe di aver dimostrato che la differenza media fra due qualsiasi dei sei miliardi e passa di esseri umani che popolano il nostro pianeta, con differenze enormi riscontrabili a livello di fenotipo, di pigmentazione della pelle, di statura, di complessione fisica, di gruppi sanguigni, di immunità alle malattie, di quoziente d’intelligenza, sia minore di quella riscontrabile all’interno di un clan di antropoidi strettamente imparentati. Nonostante la dubbia credibilità della cosa, la “scoperta” è stata avallata dagli altri scienziati e strombazzata dai media.

In realtà non si è trattato di una decifrazione ma di una mappatura, perché non si sa quali geni esprimono quali caratteri (è come se si conoscessero tutte le lettere di un testo, ma non si fosse in grado di leggerlo perché non se ne sa la lingua); inoltre questa presunta decifrazione riguarda solo il 10% del patrimonio genetico; il resto è stato dichiarato “DNA spazzatura”) (“Junk DNA”), non se ne sa la funzione, quindi si decide che non conta.

Proprio recentemente (maggio 2010) Craig Venter è tornato alla carica con una notizia ancor più mirabolante: la creazione della vita artificiale, nientemeno. Una notizia da accogliere con scetticismo, visto che la prima, la decifrazione del DNA umano si è dimostrata una bufala, e infatti si è trattato di una bufala anche questa volta che ci fa vedere come “scienziati” e media giochino sulla corda del sensazionalismo, man mano che si è precisata, la notizia si è sgonfiata come un soufflé: Venter ha semplicemente inoculato del DNA estraneo in una cellula batterica, non ha creato la vita artificiale ma un “volgare” OGM.

Io credo che quest’uomo abbia ampiamente meritato sul campo la promozione dalla categoria degli scienziati a quella dei ciarlatani. Ciò che è veramente preoccupante è che questi apprendisti stregoni e saltimbanchi mediatici privi di un minimo di senso di responsabilità e di etica, sono oggi in grado di minare le basi stesse della vita.

Ma torniamo alla presunta decifrazione del 2001: è forse uno dei casi più lampanti nei quali la ricerca scientifica è stata stravolta a favore del predicozzo moralistico volto soprattutto a far accettare agli Europei la trasformazione dell’Europa in una società multietnica sul modello americano.

Questo nuovo “siamo tutti fratelli” in salsa pseudoscientifica in realtà nasconde intenti molto meno nobili di quel che sembrerebbe a prima vista.

Si vuole la sparizione di popoli, etnie, culture, tradizioni che si vorrebbe far dissolvere in un universale melting pot trasformare la complessità umana in una massa amorfa facilmente manipolabile, soggetta al dominio incontrastato delle leggi del mercato, è questo il senso della parola “globalizzazione”, e se la scienza (o un’apparenza di scienza) si presta (o si prostituisce) allo scopo, tanto meglio.

Un settore completamente diverso nel quale ciò che passa per scienza diventa il terreno di pesanti mistificazioni di carattere ideologico, è la ricerca, o meglio la falsificazione della storia (posto che la storia dovrebbe essere una scienza).

La storia, ha detto qualcuno, non è una scienza, è una vendetta, ma se fosse vero che soltanto la storia recente esprime il suo carattere vendicativo in quanto scritta dai vincitori e tale da ignorare il punto di vista dei vinti, per esempio nelle due guerre mondiali, saremmo ancora fortunati: la falsificazione si estende molto più indietro nel tempo, fino ad epoche che presumiamo il tempo trascorso dovrebbe ormai consentire di trattare in maniera obiettiva e distaccata.

Sfortunatamente, non è affatto così, perché quando l’errore diventa paradigma, ortodossia, tradizione informa di sé le menti dei ricercatori delle generazioni che si susseguono ed acquisisce forza propria: la menzogna a lungo ripetuta diventa verità.

Dove è nata la civiltà umana? Nello stesso luogo – vi stupirà saperlo – che ne è stato il centro e il motore fino al 1914, ossia quel continente di estensione relativamente modesta che gli Urali separano dall’Asia, il Mediterraneo dall’Africa e l’oceano Atlantico dalle Americhe.

Le scoperte fondamentali che segnano il passaggio alla civiltà sono l’addomesticamento degli animali, l’agricoltura, la scoperta dei metalli, l’invenzione della scrittura. Noi abbiamo la prova certa per tre di queste scoperte fondamentali e un forte indizio per la quarta, che esse sono avvenute in Europa, non in Medio Oriente.

Che l’allevamento quanto meno dei bovini sia stato introdotto per primo in Europa, lo dimostra il fatto che la capacità di metabolizzare il latte in età adulta, che è un adattamento darwiniano, si ritrova in massimo grado fra le popolazioni europee che vivono fra la Scandinavia e l’arco alpino, e decresce man mano che ci spostiamo verso il Mediterraneo e fuori dall’Europa.

L’oggetto metallico più antico che conosciamo è l’ascia di rame dell’uomo del Similaun (Oetzi) risalente al 3500 avanti Cristo, 5500 anni fa, più vecchia di almeno mezzo millennio dei più antichi arnesi metallici mediorientali conosciuti. Per la scoperta dell’agricoltura non abbiamo una prova certa ma un indizio importante. La tecnologia della lavorazione della pietra aveva raggiunto una notevole raffinatezza in età preistorica ed era perfettamente adeguata alle esigenze dei cacciatori-raccoglitori; aveva un solo svantaggio, i tempi lunghi necessari per la produzione degli strumenti. Il passaggio al metallo significa una cosa precisa: incremento demografico, le comunità umane si sono ritrovate con un numero accresciuto di braccia e la necessità di un maggior numero di strumenti per farle lavorare; incremento demografico significa sedentarizzazione e passaggio all’agricoltura. La connessione tra agricoltura e metalli è logica ed evidente, e se la scoperta dei metalli è avvenuta in Europa!

Riguardo all’invenzione della scrittura, c’è una storia molto interessante. Non si tratta di una scoperta recente, risale al 1961, 49 anni fa, un tempo più che sufficiente per pensare che in questi campi esiste un vero “coverage” delle informazioni finalizzato al mantenimento dei privilegi che la casta dei presunti storici ed archeologi ricava dalla sua presunzione di conoscenza.

Questa scoperta fondamentale riguardo all’invenzione della scrittura, ci è raccontata dallo scrittore Ian Wilson: nel libro I pilastri di Atlantide, Essa:

“E’ venuta alla luce nel 1961, quando l’archeologo rumeno N. Vlassa era intento a compiere degli scavi in un sito preistorico della Tartaria nei pressi di Turda nella Romania occidentale. Nel livello inferiore del sito, che lui sapeva appartenere alla cultura Vinca, si imbatté in un pozzo nel quale si trovava lo scheletro di un adulto, 26 statuette di argilla cotta, due statuette in alabastro, un braccialetto di conchiglie Spondylus e tre tavolette di argilla.

Due di queste tavolette sconcertarono Vlassa. Infatti, pur se la data apparente della sepoltura si attestava attorno al 4500-4000 a. C., queste tavolette recavano iscrizioni pittografiche (…).

La prima forma di scrittura pittografica – riconosciuta come tale – è venuta alla luce ad Uruk, nell’attuale Iraq, sembrava essere opera dei Sumeri. Tuttavia la scrittura su queste tavolette, che provengono dalla Tartaria, sembra risalire ad oltre un millennio prima (…)” (2).

La scoperta delle tavolette di Tartaria risale a mezzo secolo fa, ci sarebbe stato tutto il tempo per renderla nota al pubblico, per farla arrivare persino sui libri di storia, invece è stata avvolta da un silenzio omertoso. Perché ciò è accaduto, non è difficile da comprendere: la concezione “ufficiale” della storia, quella che s’insegna sui libri di testo, è biblica, solo superficialmente laicizzata, e per questo motivo attribuisce a priori al Medio Oriente una centralità che non trova riscontro nei fatti.

Tutte le volte che in qualsiasi punto fra l’Anatolia e l’Egitto saltano fuori quattro cocci di vaso (e quest’area deve ormai somigliare al groviera da quanto è stata scavata e setacciata), ecco che gli archeologi annunciano la scoperta di “una nuova civiltà”; sono gli stessi a cui i grandi complessi megalitici di Stonehenge, di Avebury, di Carnac (o se è per questo, dell’isola di Malta) o i forti vetrificati della Scozia (dei quali nessuno – dico nessuno – ha idea di come sia stato possibile produrre le alte temperature necessarie per trasformare i blocchi di pietra silice in un’unica indistruttibile amalgama vetrosa) non dicono assolutamente nulla.

Copernico e Galileo hanno liberato l’astronomia e le scienze fisiche dalle pastoie bibliche; lo stesso ha fatto Darwin per la biologia, le scienze naturali; la scienza storica attende ancora il suo Copernico, il suo Galileo, il suo Darwin, e a questo punto è legittimo il sospetto che non arriverà mai.

La storiografia ufficiale incantata dall’Oriente e a base biblica sfida impavidamente il senso del ridicolo. Poiché la bibbia racconta che i figli di Noè erano tre: Sem, Cam, Jafet, ecco che tre devono per forza essere i rami delle lingue e delle popolazioni caucasiche che si suppone discendano da questo immaginario e verosimilmente mai esistito personaggio: semiti (da Sem), camiti (da Cam), indoeuropei (da Jafet). Le popolazioni non caucasiche, poiché si suppone che l’umanità anteriore al diluvio sia stata cancellata, forse sono venute da Marte.

Basta esaminare un po’ la storia antica e ci si accorge dell’assurdità di questo schema anche solo applicato alle popolazioni caucasiche, perché si trova un gran numero di popolazioni antiche insediate nell’area mediterranea “non indoeuropee” (né d’altronde semitiche e neppure camitiche): Etruschi, Minoici, Liguri, Iberi, Sardi, Corsi e via dicendo; e non si tratta di popolazioni oscure e marginali, ma di grandi civiltà antiche come quella etrusca e cretese. Sarebbe necessario aggiungere un quarto ramo “mediterraneo”, anche se non è possibile riscrivere la bibbia per inventarsi un quarto figlio di Noè.

Tutti questi fatti dimostrano non solo che scienza e tecnologia non stanno progredendo più, che stanno raschiando il fondo del barile da almeno mezzo secolo, ma che la scienza è il più delle volte una costruzione molto più ideologica e molto meno oggettiva di quanto ci piacerebbe supporre.

Rimane il dubbio se questo “esperimento culturale” fondato sul trinomio scienza – tecnologia – industria non abbia comportato un costo eccessivo per la nostra civiltà, l’umanità, il nostro pianeta, la vita su di esso, con il consumo scriteriato di risorse non rinnovabili, fonti energetiche e materie prime, la distruzione di habitat, l’annientamento di specie viventi, la dissipazione –in poche parole – di un capitale che la natura aveva impiegato miliardi di anni ad accumulare.

Tutto ciò, sebbene si tratti di tematiche ormai largamente sfruttate, può offrire ancora qualche spunto alla fantascienza, ma non è che si tratti di una prospettiva molto incoraggiante.
———-
Note

1. Enrico Rulli: I sogni infranti della fantascienza, “Yorick fantasy magazine” n. 32/33, Reggio Emilia dicembre 2001/gennaio 2002, pag. 82-83.

2. Ian Wilson: I pilastri di Atlantide (Before the Flood), RCS Libri, Milano 2005, pag. 175-177.

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