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28 aprile 2011 / miglieruolo

Tra l’incudine e il martello

Sento spesso parlare dell’enorme debito pubblico che grava sulle nostre spalle, ma ancor più grava sulle nostre opinioni. A causa della sua presenza siamo pesantemente condizionati nella nostre scelte pubbliche. Artatamente condizionati. Dagli specialisti del gioco delle tre carte che siedono in parlamento. Sono infatti i politici a parlarne con continuità, ponendolo a scudo delle loro decisioni: per neutralizzare preventivamente qualsiasi obiezione al loro operato e per distrarre l’attenzione dagli altri gravi problemi da cui siamo afflitti.

Ponendoli all’ombra del debito ottengono una più ampia possibilità di fare, a nostro danno, come meglio credono. Siamo tra l’incudine di una vasta platea di dissimulatori e il martello oggettivo di una situazione economica pur grave e verosimilmente pericolosa.
Ma appunto, chi è il responsabile di tale situazione se non i politici che la sbandierano a ogni piè sospinto? Chi, ai fini del consenso, a partire dagli anni ’80, ha creato tale voragine nei conti pubblici e la ha successivamente alimentata e ingrandita, intascando e facendo intascare?
C’è però anche da chiedersi, per completezza d’informazione e valutazione, come mai gente tanto avvertita, come i politici, ha potuto credere che praticando a cuor leggero le scelte disastrose operate nei decenni, potessero incontrare l’approvazione dei loro elettori. Riuscendoci in effetti. Da decenni infatti i nomi che primeggiano nelle liste elettorali, nonostante mugugni e manifestazione di insofferenza, sono sempre gli stessi. Possiamo allora considerare che essi (i politici) conoscevano i loro polli. Considerare cioè che agli Italiani, i quali avrebbero voluto rappresentanti migliori, ha fatto loro comodo tenersi quelli che avevano. Che lo stesso disamore per la cosa pubblica ha reso solidali gli uni e gli altri, i cialtroni che dovrebbero guidare il paese e i buoni, onesti, laboriosi padri di famiglia che invocano il buon governo e scendono negli angiporti per trovare i buoni governanti. Una medesima etica (prendi i soldi e scappa) ha dunque finito con l’unificare cani e gatti; o meglio quelli che nelle parole, nel “piove governo ladro”, vengono rappresentati come cani e gatti: i rappresentanti di un popolo e il popolo stesso. Da decenni (meglio, da secoli) il popolo litiga con loro, da secoli lascia che facciano. No, di più: offre il consenso, a volte appassionato, ai loro sordidi atti. Con i risultati che possiamo constatare.
Il peggio è che li giudica pure. Come io li giudico in questo momento che scrivo e, con il più grande disprezzo, per altro ampiamente meritato, li metto alla gogna.
Ma io, come popolo e come persona, merito di salire sul pulpito e predicare contro di loro?
Posso nascondermi, se voglio, dietro il fragile schermo della verità: il mio dissenso. E affermare a voce alta, io non c’entro, io non sono così. Ma se sul piano della verità intendo mantenermi, devo ammettere che dietro questo schermo nascondo la mia personale complicità e ipocrisia.
Non intendo abbandonarmi ai mea culpa o cavarmela con una facile e generica ammissione di correità; ma individuare, attraverso ciò che è in me, una delle radici di tutti questi nostri mali. Ché una volta individuata, tagliandola, è possibile far disseccare l’albero della governabilità (non a caso cavallo di battaglia dell’ineffabile Primo Ministro Craxi, cavallo di battaglia ideologico del malgoverno e della reazione: un tutt’uno). A tale fine mi limiterò a citare un solo episodio. Si parlava tra amici degli orrori della guerra e in particolare di quella iniziata contro l’Iraq, particolarmente odiosa per le grossolane, false motivazioni con cui la si era motivata. Sdegnato per l’enorme strage perpetrata e suoi oscuri sviluppi nel futuro, riflettevo in silenzio che si trattava dell’ennesima guerra di rapina nascosta da pii propositi. Tuttavia a un certo punto mi è capitato di chiedermi cosa sarei stato disposto a pagare io perché tutto quel dolore, tutta quella ferocia potesse essere evitata. Fino a quale punto mi sarei potuto spingere? Ho visto allora l’intera mia area geografica, che sulle riserve naturali altrui ha costruito gran parte della propria prosperità, impoverirsi; e ho visto me stesso ridotto, in quanto pensionato e perciò penultimo della scala sociale, a rovistare, come tanti oggi, nei bidoni della spazzatura.
Mi sono visto e ho esitato. Una esitazione significativa che mi ha permesso di vedere, cioè capire.
Capire che, per amore delle comodità e del relativo mio benessere, la mia libertà d’espressione risultava frenata; che vivevo tra l’incudine della mia impotenza e il martello dell’ipocrisia. Che ero io, oppositore strenuo della guerra, la chiave di volta di ogni guerra. Come si dice: la prima volta è colpa tua, la seconda colpa mia (che non ho imparato dalla prima). Ma noi qui siamo alla centesima! Eppure, per viltà, demoralizzazione, stanchezza, età e anche interesse, restiamo inerti, perciò complici, rispetto alle circostanze che contribuiscono a far sì che un paese tanto bello dia al mondo uno spettacolo tanto brutto della sua vita sociale.
Mauro Antonio Miglieruolo

9 commenti

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  1. claudio s. / Apr 28 2011 20:32

    buono quello che hai scritto.
    ma siccome io sono “controdipendente”, non posso esimermi dal vedere l’altra faccia della luna.
    quanti compagni ho visto (della mia organizzazione) scoppiare. si, scoppiare. le giornate le vivevano sempre come se quel giorno, ogni giorno ci dovesse essere la presa del palazzo d’inverno. mai fermarsi. propaganda. giornali. cortei e manifestazioni, riunioni di cellula. volantinaggi nei quartieri. dove nessuno poteve esimersi. “tutti debbono partecipare, nessuno escluso”, diceva peppe vanzi. che si è annegato, riempiendosi le saccocce di sassi e camminando nel mare aperto… o tanti che sono diventati terroristi. o chi, meglio certamente, che è diventato arancione. e allora, visto che abbiamo dato, magari non bene, certo, perché continuare a tormentarci con i sensi di colpa? che poi sono stati inventati dai sacerdoti ebrei per giustificare (come ha ben spiegato nietzsche) il passaggio dal dio buono, quello degli eserciti e delle trombe di gerico, il dio della vittoria, al dio incazzato…perché non siamo stati come lui voleva. eccoci così ridotti nuovamente in schiavitù, in attesa del nuovo messia.
    ciao

  2. cristina bove / Apr 30 2011 16:46

    abbiamo tutti un prezzo.
    ne ho scritto in un articolo da db.
    anche se fosse il desiderio di sopravvivere a renderci silenti.
    cb

  3. miglieruolo / Mag 1 2011 07:49

    Il caso Peppe Vanzi riguarda l’infelicità della persona e non desidero parlarne. Se mai parlare della sconfitta politica della fine degli anni settanta, preparato dal compromesso storico e dalla linea dell’Eur, che ha devastato gli individui e messo con le spalle al muro l’intera società.
    Per il resto che ti devo dire? La politica è quello, specialmente se riferita alla vita di formazioni ideologiche marginali, nelle quali è essenziale anche il più piccolo sforzo personale.
    Certo, bisogna difendersi. Ritagliare un po’ di spazio al personale, ché anche quello è politico. Ma è difficile riuscirci. Non ci si riesce criticando il carattere assorbente dell’impegno, ma piuttosto criticando le proprie personali ragioni nell’impegno. Cioé, riuscire a capire perché, con tranquilla coscienza, non si riesca a porre un limite ragionevole alle energie messe a disposizione dell’organizazione, energie che comunque devono costituiere la massima parte di quelle disponibili, di quelle che ognuno impiega nel realizzare le proprie aspirazioni. Sempre che lo siano e non un equivoco.
    Perché sia chiaro: impegnandosi in politica non si fa altro che realizzare se stessi. Che questo impegno possa pesare è comprensibile. Ma se il peso diventa troppo bisogna osservarsi bene per cercare di comprendere se si tratta di un troppo effettivo (allora capire perché non lo si riconduce alle sue giuste proporzioni), o di un troppo presunto, che si soffre indebitamente. Il che significa che si sta vivendo nell’equivoco e che da quell’equivoco occorre uscire. Scelta che ho fatto io a un certo punto della mia vita.
    Quanto al Messia, io credo nel Messia. Il Messia sono io per me stesso, Mosé e Gesù nello stesso tempo. Io che mi guido nell’attraversata del deserto, io figlio di Dio, io agente della mia salvezza. Oppure della mia perdizione. Dunque Mosè, Gesù e Satana nello stesso tempo. Si tratta solo di scegliere. Uscendo dalla metafora: cosa voglio fare di me? Quale contributo offrirmi? E quale, offrendomelo, offrire ai miei simili? Si tratta di scegliere tra l’inaridire non dandomi niente, salvo comodità, apparenza e potere e perciò, vittima dell’egoismo, non avere nulla da dare agli altri; oppure estrarre dal mio interno l’umanità che sonnecchia e metterla a disposizione di chi ne voglia usufruire (a partire da me stesso).
    Il resto è silenzio.

  4. cristina bove / Mag 2 2011 21:43

    Capisco quello che hai così bene esposto.
    Mi rendo conto della difficoltà di far confluire i molteplici aspetti del nostro essere io-dio.
    Il quid che ci connota è contemporaneamente dentro e fuori della nostra forma materica.
    Siamo quanti in movimento, fotoni, quindi luce.
    L’apparenza solida è data dalla conformazione che assume l’idea che la produce.
    Siamo il sognatore e il sogno, il conosciuto e il conoscibile, il limitato e l’infinito.
    conteniamo noi stessi
    E siamo il progetto in linee di massima tra nascita e morte, in perpetua traformazione atomica.
    Intanto “giochiamo” a fare gli esseri umani.
    Non ci siamo ancora riusciti, ma almeno ci stiamo provando.
    E non possiamo smettere di provare.

  5. miglieruolo / Mag 2 2011 22:00

    grazie Cristina. Non è facile (non per me) comunicare in poesia, ma tu ci riesci. Ciao

  6. cristina bove / Mag 4 2011 10:04

    e adesso terra-terra, ma come possono credere di imbubbolarci con i funerali (di sappiamo chi) in mare?…
    con quale strafottenza possono pensare che tutti credano ai motivi delle guerre sante, delle guerre pro-benessere della nazione?
    e ancora, con quale criterio possono farci segno di simile offensivi inganni?

    equilibrio di forze, occidente contro medioriente, già.

    e infine, malgrado tutto, capire che è meglio che vinca l’occidente, ché le leggi integraliste di religioni subumane sarebbero ancora peggio.

    ciao
    sono contenta di aver scoperto questo blog.
    cb

  7. miglieruolo / Mag 4 2011 15:51

    grazie per l’elogio. Avere conferme del proprio operato serve sempre.
    Concordo con il contenuto del tuo commento. Salvo che su un punto. Le religioni organizzate tendono tutte a diventare subumane.Ed è paradossale se si pensa alle splendide figure di cui sono costellate, per non parlare dei fondatori. Il Poverello di Assisi è una di queste figure. Come sia riuscito a vivere all’intermo di una organizzazione capace di generare tutto il male che sappiamo è per me un vero mistero. Un mistero anche che la nostra civiltà, che si vuole cristiana, abbia tanti comportamenti poco cristiani. Ma forse le organizzazioni sono la pancia dell’umanità e il cuore i singoli che tentano di elevarla all’altezza delle bella descrizione cha ama dare di se stessa.
    mam

  8. miglieruolo / Mag 4 2011 15:52

    PS – spero ti piaccia anche il post che apparirà domani…
    mam

  9. cristina bove / Mag 4 2011 20:04

    le società occidentali sono condizionate dal cristianesimo, la nostra, in particolare, dal cattolicesimo, tristissimo esempio di come si possa giungere al degrado e all’addormentamento delle coscienze.
    far combaciare l’ideale con le strutture che lo ingabbiano e deformano, sembra attualmente impossibile.
    da donna, so che oggi non si bruciano più le streghe, almeno non materialmente, né si armano auto-da-fé
    mentre nell’islam ogni efferatezza contro le donne è tuttora possibile.
    leggerò volentieri il post, domani
    cb

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