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26 maggio 2011 / miglieruolo

Un Dio Dimezzato, un Dio Oltraggiato – Parte Terza

Un Dio Dimezzato, un Dio Oltraggiato – Parte Terza

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Ora, un passo avanti. Dall’ideologia antiscientifica passiamo a esaminare più da vicino gli specifici problemi inerenti la teoria.

Cominciamo con l’entrare nei presupposti filosofici che permettono agli ideologi creazionisti di negare validità al Darwinismo. Il loro esame è di grande interesse. Questi presupposti non sono esclusivi delle loro posizioni: costituiscono il limite medesimo della filosofia della scienza dell’Ottocento e parte del Novecento; costituiscono la temperie ideologica imprescindibile dentro la quali molti evoluzionisti si sono formati;

temperie i cui contenuti non possiamo pertanto puramente e semplicemente ascrivere ai creazioniti[1]. Essi sono figli dei loro tempi, orientati da una filosofia dalla quale, dopo averla adottata, quando sarebbe stato il tempo, non hanno saputo emanciparsi; alla quale invece (è qui il loro difetto) si sono attaccati perché attaccati alle loro credenze, al cui sostegno risulta funzionale. Attaccati a un cattiva concezione dello scientifico che la loro formazione intellettuale prevede e esige[2]. Un aspetto di questa cattiva concezione può essere riassunta in una sola parola: gradualismo.

Ho già accennato, all’inizio di questo scritto, della messa in crisi di tale posizione in seguito all’osservazione di molteplici fenomeni naturali, in vari settori, che ne inficiavano la validità. Una citazione per tutte: gli studi di Gould ad esempio, che nei suoi libri[3], ne descrive diffusamente il limite.

Mi concedo inoltre un esempio atto a illustrarlo. L’esempio: le permutazioni negli stati dell’acqua, in particolare il suo passaggio dallo stato liquido a quello solido (vale anche per il passaggio a quello gassoso). Questo passaggio avviene esclusivamente se all’acqua viene sottratta una determinata quantità di calore (quella e solo quella[4]), tale da far scendere la temperatura a livello zero gradi. Ancora a 1 grado sopra lo zero non si osserva mutamento significativo alcuno (salvo che è “più fredda”, connotato meramente organolettico). Lo stesso a 10 gradi, o cinquanta gradi, le caratteristiche salienti dell’acqua sono tutte mantenute integralmente. D’improvviso però, toccato lo zero, avviene la “catastrofe”. Nell’acqua si formano cristalli che espandendosi rapidamente (o meglio, in seguito al compimento del processo di livellamento della temperatura), distruggono il precedente aspetto e le precedenti caratteriste (quelle proprie ai liquidi), per assumere quelle dei solidi. I principi dell’idraulica non sono più applicabili. Le possibilità d’utilizzo diventano altre.

Lo stesso avviene con lo sviluppo delle forme viventi. Nelle specie si presentano mutazioni[5] che il mondo esterno provvede a eliminare o confermare. Noi tutti siamo “mostri” cioè deviazioni dalla norma che sopravvivono in quanto si sono dimostrati adatti, nelle circostanze date, ad affrontare positivamente la mutevole complessità dei problemi che la sopravvivenza instancabilmente pone. Flessibilità, aggressività, resistenza, forza, velocità, mimesi, insieme o separatamente, sono alcune delle strategie che le specie viventi sono chiamate a dimostrare di possedere per superare il vaglio della “lotta per la sopravvivenza”. Nella natura infatti c’è posto per molto, non per tutto. Bisogna dimostrare che la mutazione intervenuta può entrare a far parte (provvisoriamente, per altro) del lungo elenco delle specie capaci di recitare la loro parte nel gran teatro della vita[6].

A questo proposito, si può leggere a pag 132, penultimo paragrafo, gli “anelli mancanti” (che significativamente definisce cosidetti, sottolineatura mia) continuano a mancare. Il famoso Archeopterix, per esempio, è una uccello con tutti i crismi, in quanto dotato di penne (sic!). Le caratteristiche additate come proprie dei rettili, come i denti o le ossa non pneumatizzate, sono proprie anche di altri uccelli, e non di tutti i rettili. Per esempio la rondine e il canarino hanno ossa non pneumatizzate, ed esistono rettili senza denti, come i cheloni. Del resto le ipotetiche forme intermedie tra le classi appaiono come creature ridicole, grottesche, che non sarebbero certo sopravvissute nella spietata lotta per la vita delle ere preistoriche (mi permetto di chiosare: non solo delle ere preistoriche, la stessa di oggi). La loro specializzazione le avrebbe rese inadatte a qualunque attitudine; non sarebbero state capaci né di volare, né di correre, né di nuotare; e i predatori circostanti non avrebbero certo aspettato le migliaia di anni richiesti dall’evoluzione.

Ho lasciato parlare a lungo l’autore dell’articolo. Perché egli sa parlare contro se stesso meglio di quanto possa fare io; e perché ritengo le citazioni troppo brevi pericolosissime, in quanto aprono la strada sia ai fraintendimenti e sia alle manipolazioni dei veri contenuti espressi.

Né mi attarderò ulteriormente, dopo quanto già detto nella nota che segue, nella minuziosa analisi delle ingenuità[7] contenute nel brano. Ne evidenzierò soltanto un errore e un malizioso strano salto di logica.

L’errore: l’attribuzione ai predatori del monopolio esclusivo del ruolo di selettori. Molteplici fattori contribuiscono infatti a determinare la sopravvivenza delle specie, tra cui anche le strategie messe in atto dalle specie stesse. Fattori e strategia che possono neutralizzare l’attività dei predatori[8]. La predazione costituisce un fattore importante, non però esclusivo e risolutivo del processo di speciazione. Nelle nicchie che offre la natura, a volte per tempi lunghissimi, strani esseri si preservano, in piena autonomia dall’attività dei predatori. Si preservano per poi scomparire nel nulla o per lasciare in eredità un patrimonio genetico che, con i dovuti aggiustamenti, può produrre specie di grande successo. Questo determinismo nell’osservazione dei fenomeni, là dove oggi la scienza inizia a parlare il linguaggio della tendenza e delle molteplicità delle cause con apertura e differenti possibili effetti, costituisce l’altro importante limite nelle concezioni filosofiche che, insieme al gradualismo, condiziona pesantemente le visioni del mondo creazioniste.

Il salto di logica: là dove si parla del processo di produzione delle specie, risponde obiettando con il processo di produzione delle classi! Ipotetiche forme intermedie tra le classi[9] appaiono come creature ridicole: parole sue, che riporto alla lettera e diffusamente (vedi sopra). Non mi dilungo, per il momento (lo farò tra poco) su questo lapsus (alias salto di logica) in cui potrebbe incorrere ognuno. Chissà quanti, per quanto attenzione metta, io stesso, in questo scritto, sto commettendo. Il problema non sono i possibili infortuni in cui si incorre, ma di, una volta scoperto l’errore, emendarsi e non insistere. Ammettere francamente con se stessi di essersi sbagliati e tenerne conto nella rimodulazione globale successiva delle proprie posizioni[10] costituisce l’essenza del lavoro scientifico. Uno scienziato che si rispetti sa imparare dall’esperimento mal condotto altrettanto che da quello bene organizzato e fecondo di risultati. Dall’insuccesso come dal successo.

L’infortunio di cui sopra per la verità è più che un infortunio. Esso denuncia sia la presenza di una distorta concezione dell’evoluzione (il gradualismo, appunto, del quale, prima che lo faccia Ghezzo, ribadisco il suo essere in ottima compagnia); sia la distorta interpretazione dei dati in nostro possesso.

Gli “interlocutori” antievoluzionisti tendono a pretendere dall’evoluzione (in cui non credono) comportamenti che sono propri al loro pensiero e non frutto dell’esame del movimento reale dei fenomeni (sull’interpretazione dei quali si contende); ed è sulla base di questo loro assurda pretesa che giudicano l’evoluzionismo e lo respingono: lo confutano (pretesa ancora più assurda e immodesta). In forza di tale pretesa chiedono all’evoluzione di presentarsi non per quel che è, ma nelle forme da loro concepite: l’ordinato succedersi di piccolissimi cambiamenti il cui accumulo si stabilizzerebbe, dato un certo tempo, in una determinata specie. Un assurdo che è anche un arbitrio. La storia procede rispondendo a necessità sua proprie, che non sono inerenti alle forme del pensiero umano. Sono queste forme, se sbagliate, che devono cambiare, non la realtà adeguarsi a esse. L’esatto contrario dei procedimenti messi in atto dai creazionisti (vedremo meglio il perché tra breve). I quali, per precostituirsi un vantaggio dialettico che altrimenti non avrebbero, aggiungendo arbitrio ad arbitrio, saltano a piè pari l’esame dei processi inerenti la formazione delle specie e degli stessi raggruppamenti intermedi, es. famiglie e ordini; per discettare e obiettare della e sulla formazione delle classi. Una bel modo di ragionare! Un bel modo per darsi ragione! Cambiando discorso. Vagliando la validità del primo, con le esigenze del secondo.

È sicuro infatti che qualsiasi reperto possa essere trovato mai potrà dare conto da solo (vedi Archeopterix) del passaggio da una classe all’altra; essendo quest’ultima frutto di una storia lunga decine di milioni di anni, sulla quale possono darsi prove, moltiplicare gli indizi, non esibire l’inconfutabile certo che i dogmatici fideisti considerano necessario (non è con la medesima severità che per altro operano la lettura dei loro specifici sacri testi)[11]. A noi che siamo uomini consapevoli della forza della ragione, ma dei limiti che importa, basta molto meno: bastano i concentrici suggerimenti forniti dalle varie scienze; basta la ricostruzione minuziosa della storia del mondo che l’accumulo esemplare dei dati, numerosi e coerenti, ci permette di operare.

Per comprendere il ruolo che il fossile dell’Archeopterix ha svolto nella ricostruzione storica del passaggio dai rettili agli uccelli bisogna tenere presente che il paleontologo non cerca prove certe della “innocenza o della colpevolezza” di una determinata ipotesi, ma gli elementi atti a confermarla, correggerla o riformularla radicalmente; quello di cui va a caccia sono gli indizi dei processi in atto che hanno dato luogo agli eventi che la storia dei viventi registra: dato luogo, in breve, ai mostri di successo che, perpetuandosi e trasformandosi sono arrivati a produrre noi: noi, i mostri ultimi. L’Archeopteriox non è la prova principe dirimente una contesa; può essere uno degli elementi che ci permette di iniziare a ricostruire questi processi, di iniziare a comprenderli. Esso rappresenta il segno di quel continuo sforzo di invenzione che la natura mette in atto per adeguare se stessa, tramite continue trasformazioni, ai mutamenti che essa stessa contribuisce a produrre. I suoi caratteri ibridi testimoniano della complessità di tali processi, ma anche della direzione intrapresa. Certo non possiamo sapere se l’Archepterix è stato effettivamente il progenitore, o uno dei progenitori degli uccelli, perché potrebbe essersi trattato di uno dei tanti vicoli ciechi in cui periodicamente la vita si è cacciata; egli documenta dell’esistenza di questi processi e della loro inequivoca direzione. Forse tutto ciò può non persuadere i creazionisti; persuade ogni uomo di buon senso e di ragione che sa quanto sia arduo e faticoso, privo di scorciatoie, il cammino della scienza.

Che, per altro, tutto avvenga nella massima trasparenza, nell’inconfondibile e nell’inconfutabile, sarebbe nell’auspicio di tutti. Che la natura (o chi per lei: io personalmente non ho alcuna paura a evocare un possibile Creatore. Non ho complessi di colpa e peccati di fideismo da scontare) di questo auspicio voglia e possa tenerne conto è tutt’altro. Dio (la Natura) ci ha messo a disposizione il Gran Libro del Mondo affinché lo leggessimo; ma prima ancora affinché imparassimo a leggerlo. Affinché si apprendesse a uscir fuori dai propri modi di pensare, dai propri angusti punti di vista, dalle proprie convenienze, per scrutare la Creazione con ricercata purezza nello sguardo, con occhi innocenti; la purezza che merita, e pure esige, l’osservazione della verità. In quest’ottica la scienza rappresenta un altro dei tanti mezzi, forse il principale[12], di cui l’uomo dispone per completare il suo ciclo evolutivo, la sua ascesa verso l’Umanità. Non questa o quella scienza dunque mettono in discussione i fondamentalisti (mi ripeto volentieri): essi vogliono bloccarne lo sviluppo, usare l’antico per impedire il cammino al presente.

Ascesa: termine non casuale. Termine necessario. In quanto esprime la fatica che tutto questo costa all’umanità. Il millenario processo di emancipazione dell’uomo può essere bene espresso con la metafora dell’ascesa. L’ascesa al monte; l’ascesa all’alto dei cieli; l’ascesa all’ascesi. Tutto un rosario di difficoltà gettate sul nostro cammino non per metterci alla prova, ma per stimolarci a tirar fuori da noi il meglio, insieme alla volontà del meglio. Per educarci all’espansione della coscienza che può portarci, meta finale, a quel livello tutto particolare che molti non esitano a definire divino[13]. Ma anche in un’ottica meno poetica possiamo trovare la medesima necessità. Nati nel mondo, bimbi in formazione, procediamo verso l’età adulta. Ma prima occorre siano effettuate molteplici cadute e molte lacrime e sangue occorre sgorghino…

Nessuna franchigia, dunque, per noi e per quelli che verranno dopo di noi. La natura non è un test pieno di risposte confezionate sulle quali basta opporre nel quadratino giusto una croce per ottenere un buon voto. La natura procede per suo conto infischiandosene di noi e delle nostre necessità. Ci presenta quel che l’insieme degli eventi storici (causali e casuali) hanno permesso che giungessero fino a noi. Alcuni indizi li abbiamo individuati, altri, è auspicabile, seguiranno. Ma senza una sforzo di intelligenza, senza razionalmente collegare ogni indizio all’altro, senza inserire nel quadro generale del già acquisito il nuovo particolare, è certo che non si farà alcun passo avanti.

Perciò mi sento autorizzato a dire, e dire ad alta voce: gli anelli di congiunzioni intermedi, quelli che darebbero armonia (l’armonia delle umane pretese) all’insieme dell’evoluzione (e reclamati a gran voce) non vengono trovati semplicemente perché NON esistono[14]; perché l’evoluzione non procede come noi la vorremmo, secondo l’ideologia gradualista imperante nella nostra società; ma per balzi, per salti improvvisi[15], con brusche mutazioni, e per di più mutazioni casuali (o delle quali ancora non abbiamo il disegno[16]) all’interno delle quali la selezione determina la sopravvivenza della più adatte.

6

Ora, instaurando un qualsiasi dialogo con gli antievoluzionisti, diretto o indiretto che sia, sembra quasi che tutto questo, l’enorme accumulo di scoperte, non sia avvenuto, o non se ne debba tenere il dovuto conto. È sufficiente, secondo loro, a giudicare dalle loro argomentazioni, prendere in esame uno o due casi sui quali è aperta o possibile aprire la discussione (loro la aprono comunque: a modo loro), esaminarli non secondo i criteri rigorosi messi a punto dalle scienze, ma sulla base di rapide deduzioni (nella quali la complessità e i risultati pregressi non trovano mai posto o appena incidentalmente citati) per sentirsi autorizzati a mettere in discussione tre secoli di scienza: tre secoli di dimostrazioni, tre secoli di successi, tre secoli di lunga marcia sotto gli implacabili, incessanti attacchi dei nemici fideisti. Perché questo è il punto, il cui essenziale ho appena denunciato, e sul quale intendo soffermarmi. Le argomentazioni contro l’evoluzionismo mettono in forse tutto l’apparato scientifico. Ne mettono in discussione la logica, ne mettono in discussione la pratica.

Metterò sotto la lente d’ingrandimento due punti almeno di questo implicito attacco allo spirito scientifico, attacco forse calcolato o forse persino inconsapevole, ma conseguente alle premesse da cui parte. I due punti: la maniera con cui si procede nelle confutazioni; l’uso che si fa dell’ignoto che la scienza tarda a far diventare noto.

Il primo punto.

Il processo di produzione delle classi, che richiede non milioni, ma decine di milioni di anni è sotto i nostri occhi. È avvenuto. Un dato di fatto per l’intera comunità scientifica. L’Archeopterix, che ci è stato gettato tra i piedi per farci inciampare, esiste e mantiene, nonostante le pretese dell’articolista, il suo prezioso statuto di anello di congiunzione. Di anello intermedio di congiunzione. Non l’unico, uno dei tanti. Per qualsiasi scienziato, esclusi i creazionisti, che ne sanno sempre una più del diavolo, è quanto basta per attivare la curiosità, la brama di sapere, eventuali programmi di ricerca. I creazionisti no, hanno già tirato le loro conclusioni. Anzi, hanno ottenuto dalla realtà, senza fatica (se non quella della lettura di poche righe di un libro), le conferme che ritenevano in dovere della realtà di fornire. Sanno ormai che l’Archeopterix rappresenta la confutazione di quello in cui non credono e altro non hanno interesse a cercare. Quel che nell’immediato urge loro è diffondere il risultato delle loro conclusioni, che avevano tratto nell’atto di porre le premesse, e servirsene per fare nuovi proseliti. Non proseliti della scienza, la quale per altro di proseliti non sa che farsene; ma proseliti dell’integralismo di cui gli integralisti sono i testimoni esclusivi (sarà difficile che trovino chi garantisca per loro). Del resto, se ne infischiano. Neppure si rendono conto delle strumentalizzazioni messe in atto (l’ideologia mai è consapevole di se stessa) con la loro autoinvestitura; della violenza implicita nelle loro pretese. Sono scienza, lasciatemi insegnare la mia scienza! Non certo si rendono conto dei danni che infliggono a quella scienza della quale si proclamano proseliti. Che volete che sia, in fondo? Distruggerne, o tentare di distruggerne, l’apparato concettuale… in fondo non si tratta che di teorie[17]!

Ineffabili creazionisti! Sono solo teorie!

Ma allora voi non sapete neppure cosa sia scienza! E il ruolo che all’interno delle scienze assumono le teorie! L’importanza dell’intreccio tra filosofia e scienza! E della necessità di, costantemente, depurare dai residui metafisici e finalistici la scienza. Del fatto che l’esperienza non procede senza le grandi sintesi delle quali le si chiede la confutazione o la conferma…

Ma: non lo sapete o non lo volete sapere?

Un azzardo. Mi espongo. E affermo con gentile semplicità di cuore (trasportata sulla penna): non lo volete sapere! Non vi interessa saperlo. Non più di quanto io sia interessato a sapere quanti angeli, secondo certi teologi medievali, erano in grado di ballare sulla cruna di un ago!

Una presa di posizione facile da prendere, questa, considerato la tutta evidenza dei vostri atteggiamenti. Facile: facilmente deducibile.

Lo deduco dai vostri mancati sforzi per apprendere cosa sia effettivamente scienza (non a caso la bistrattate con tanta disinvoltura); lo deduco dal vostro linguaggio; dall’indifferenza con cui infliggete colpi mortali alla ragione scientifica; con cui evitate i confronti costruttivi (pur dichiarando di volerli) con chi (non io, sia chiaro) vi potrebbe fornire dell’ABC della scienza, di quella scienza di cui pretendete d’essere estimatori, ma nei cui ambiti non entrate: vi limitate a irrompere.

Lo deduco dal fatto che non sembrate aver letto alcun manuale recente di epistemologia o di storia della scienza (ce ne sono molti in circolazione)… o che se lo avete letto, lo avete letto senza volontà di capire, per bruciarne, sin dalla prima pagine, il contenuto, dicendo sprezzantemente: sono solo teorie! Ma prendetene dunque uno qualsiasi, una buona volta, ve ne prego, cari amici e leggetelo con l’attenzione che merita! Non limitatevi a inventarvi un contenuto altro da quello della pagine aperte davanti a voi per mortificare voi stessi prima che la scienza dandovi preventivamente ragione e perseverando nelle vostre pretese! Leggetelo, dunque, e apprenderete sulla scienza quel che la scienza può dare: non gli assoluti di cui vi nutrite, ma l’individuazione di alcuni aspetti del mondo che ci circonda secondo il mondo che ci circonda (non secondo i nostri pre-giudizi; non secondo le nostre convenienze); apprenderete di che leggere e far di conto, molteplicità di cose che senz’altro potranno aiutarvi, se ben adoperate, nel vostro impervio cammino di testimoni (presunti testimoni?) della magnificenza divina.

Ma torniamo a noi. All’Archeopterix. All’infelice citazione di un indizio che, secondo i crezionisti non dice nulla, perché direbbe troppo poco. Sia pure[18]. Ma l’evoluzionismo non si fonda sulla scoperta di un fossile; né sulla scoperta di dieci o cento fossili. Si basa su studi effettuati su decine di migliaia di reperti, sull’esame di individui vivi e individui morti, sulla chimica e sulla fisica, sull’insieme dello scibile umano: sulla concordanza di discorso che ogni fenomeno osservato ci rivolge, parlandoci costantemente con un unico linguaggio: quello abbozzato da Darwin e lentamente, inesorabilmente, decennio dopo decennio, sviluppato dai suoi continuatori.

Su questo punto i creazionisti incorrono in un grave infortunio. Quello di presumere che attraverso una sommaria controanalisi di questo o quel fossile sia possibile inficiare i risultati frutto dell’enorme lavoro di ricerca e verifica (che ognuno può controllare) che sono alla base non del solo Darwinismo, ma di ogni scienza. Quello di credere che la confutazione di una teoria possa essere data da una constatazione in negativo[19]: una scienza incapace di spiegare questo e quell’aspetto della realtà, non sarebbe valida. Ma le scienze vengono convalidate da quello che sanno spiegare, non invalidate a causa di ciò che non possono spiegare. Per confutare una teoria occorre che il fenomeno discordante ponga gravi e inconciliabili interrogativi, che sia in radicale contraddizione con gli assunti che si vuole negare. Ma questo costituisce solo un punto di partenza. Subito dopo occorre iniziare a costruire nuovi sistemi teorici che diano conto in modo più completo dell’insieme dei fatti osservati (non quindi del solo fenomeno o gruppo di fenomeni che porrebbero il problema del rimaneggiamento). E che questi nuovi sistemi stabiliscano i confini di validità della vecchia teoria e una spiegazione esauriente del perché, per tanti anni, ha avuto credito: il motivo per cui, nonostante tutto, ha funzionato (nella misura in cui ha funzionato). Insomma, non si dimostra distruggendo, ma presentando i propri titoli teorici in faccia agli avversari. Contrapponendo teoria a teoria, lasciandole parlare, dando modo al nuovo di sorgere non a lato, ma al posto del vecchio. Si vorrebbe inoltre che una scienza, sia pure in formazione, possa esibire risultati, programmi di ricerca, suggerimenti e stimoli che siano fecondi di frutti; e che i risultati degli esperimenti intrapresi (ma di quali esperimenti sono protagonisti gli scienziati creazionisti?) siano esposti pubblicamente, in modo chiaro, per dare a chiunque lo voglia la possibilità di controllarne la correttezza e coerenza con i concetti proposti. Non basta affermare: sono scienza, per essere riconosciuti come tale.

Questo infortunio è il frutto delle ansie religiose degli integralisti rielaborate alla luce di una certa visione delle cose (che non è solo loro, purtroppo). La scienza, infatti[20], non produce assoluti, ma grandi sintesi che spiegano alcuni aspetti dell’esistente; spiegazioni che, per quanto possano essere ampliate e approfondite, non approderanno mai a quelle certezze che la formazione fideistica dei creazionisti spontaneamente, senza neppure rendersi conto di farlo, esige. Non vi approderà mai per quattro ordini di ragioni: per la struttura intrinsecamente critica della scienza, che abbisogna di mettere in discussione se stessa, per procede nell’esame del mondo; perché la conoscenza scientifica benché oggettiva è meramente quantitativa (cioè limitata a alcuni aspetti specifici della materia: la sua commensurabilità); perché la materia stessa evolve, cambia nel tempo, manifestando nuove norme di regolazione (a stati differenti della materia corrispondono differenti stati normativi: vedi ad esempio i buchi neri); perché non solo la materia osservata evolve, ma evolve anche la scienza, diventando sempre più adatta al suo ambiente e sempre più complessa, al seguito di leggi sue proprie che rispondono alla logica interna delle scoperte scientifiche e ai limiti posti dell’ambiente (la società e i suoi conflitti[21]).

Il problema è che traccia della scienza alternativa all’evoluzionismo non si riesce a trovare. Neppure il più piccolo accenno. Non c’è perché non esiste, essendo l’equivoco antievoluzionista fondato esclusivamente su un insieme di incerte confutazioni di questo o quell’aspetto di dati sui quali, peraltro, è aperta la discussione; il resto essendo puro e semplice atto di fede (fede nel dettato biblico). Non esiste a tutt’oggi alcuna nuova e migliore esplicazione dell’esistenza della vita sulla Terra di quella fornita dall’evoluzionismo. Tanto meno sono stati presentati nuovi paradigmi capaci di porre il creazionismo in relazione alle altre scienze; al contrario, rispetto al loro insieme il creazionismo risulta essere un oggetto spurio, in un parola: antagonista.

Aspetto una smentita su tutto questo.

7a

Mi avvio alla conclusione con una nota amara. Una conclusione del tutto provvisoria, perché la rilettura del testo in esame presenta sempre nuovi motivi di doglianza, motivi di rifiuto. Quest’ultimo su cui mi soffermo ne è l’esemplificazione più significativa.

A pagine 133, subito dopo aver accennato a un’ideuzza, emersa dal CERN di Ginevra secondo la quale sarebbe ormai dimostrato che l’Universo sia apparso, quale noi lo conosciamo, nel momento x, posto all’incirca quindici miliardi di anni fa; prosegue affermando: un secondo prima di tale momento non esisteva nulla, nessuna massa informe poi evolutasi o articolatasi attraverso il big bang. È chiaro che un’idea del genere non va certo nella direzione dei seguaci di Darwin.

Anzi, dei cattivi lettori di Darwin, lo ribadisco, perché Darwin, dopo la pubblicazione dell’Origine della Specie, ebbe svariati ripensamenti, sui quali scese subito un silenzio di tomba. Egli scrisse ad esempio di “avere attribuito troppo all’azione della selezione naturale e della sopravvivenza del più adatto”, e riconobbe che quella era “una delle più grandi sviste trovate nel suo lavoro”.

Ho fatto parlare diffusamente l’autore per dovere di fedeltà e completezza. Sottolineo: è facile far dire a chi non lo vuole quel che è comodo attribuirgli estraendo una singola frase dal suo contesto per, appunto, accollargli significati contrari a quelli che ha effettivamente espresso.

È esattamente l’operazione compiuta dal suo autore con le due frasi di Darwin messe tra virgolette, e da me sottolineate. Una caduta di “stile” inutile, irritante e dannosa per la sua stessa causa, caduta che ci si sarebbe potuto risparmiare. Che l’autore di un racconto garbato quel’è “Nuraghe” (Futuro Europa 45) si sarebbe potuto risparmiare… una caduta di stile che non gli fa certo onore[22].

Infatti, con le due sintetiche citazioni, tenta di farci credere (o forse è stato fatto credere a lui e in buona fede ha cercato di trasmettere il contagio a noi) che Darwin abbia in un qualche modo rinnegato la sua teoria. Che abbia avuto dei ripensamenti. Ora, se non è certo una bella cosa approfittare di questo processo di depurazione per sottrarre a un uomo il merito dell’impresa a cui si è dedicato tutta la vita, ancor meno lo è tentare di fuorviare i lettori presentando Darwin come un evoluzionista pentito.

Sia detto a chiare lettere: Darwin non ha mai sconfessato se stesso; mai ha avuto dubbi che le inferenze tratte dall’osservazione del mondo animale potessero essere sbagliate. Ha fatto invece quel che era suo dovere fare e che ogni scienziato ininterrottamente fa (magari sbagliando): ha cercato di veder meglio nella sua stessa scoperta, di approfondirla e di depurarla dalle vecchie idee, all’interno delle quali si era formato, e che sopravvivendo all’interno del nuovo, ne ostacolavano lo sviluppo. Quelle stesse idee, che continuando a operare in lui, potevano indurlo (e sicuramente l’hanno indotto) a dare un passo indietro[23], o farlo cadere nel baratro di imprevedibili errori; oppure, come è capitato a più d’uno, impedirgli di trarre tutti i frutti intellettuali dalle sua scoperte, per arrivare alle conseguenze più lontane. Detto più propriamente: impedirgli di sciogliere quegli enigmi che lo assillano e ai quali non riesce a trovare la soluzione.

Ma questo è il modo della scienza, il suo fecondo prezioso inevitabile. Questo il suo lavoro. Un lavoro eterno, il più proprio. La sua stessa ragione e possibilità d’essere. Se Ghezzo ritiene opportuno impegnare il suo tempo alla ricerca di tali “ripensamenti”, lo faccia pure, ma sappia che non gli basterà la vita a registrarli tutti. ESSI SONO LEGIONE. Sono la scienza stessa che procede nella sua tumultuosa e sempre più veloce attività d’esplorazione dei Continenti dischiusi dai giganti del passato alla curiosità, all’intelligenza e all’intraprendenza degli uomini. Non riesco neppure a immaginare cosa possa farsene di tutte le contraddizioni che negli scienziati e nella scienza può divertirsi a collezionare. Forse un libro divertente, pieno di aneddoti e curiosità. Non certo compromettere il solido impianto di quel dominio così importante dell’attività umana che definiamo scienza.

7b

Alcune ultime riflessioni sulle “leggerezze” contenute nei paragrafi citati; leggerezze che, come vedremo, ci porteranno però molto lontano, ad approdi inaspettati. Torniamo all’ideuzza (termine utilizzato, molto probabilmente, quale sinonimo di ipotesi; ed anche artificio retorico per sottolinearne, sminuendola, l’importanza) degli scienziati del CERN che dovrebbe indurre i sostenitori di Darwin a negargli consenso. Anche qui è il creazionista che parla, non l’uomo. Il creazionista in genere non ha proprio idea dei procedimenti propri alle scienze. Se, infatti, come abbiamo visto, non basta un unico fenomeno a mettere in crisi una teoria scientifica, tanto meno lo può fare un’ideuzza (un’ipotesi, un progetto di ricerca, per quanto promettenti possano essere i risultati da cui parte) come lascia presupporre l’argomentazione. L’ideuzza: la presenza del nulla prima del Big Bang!

Una simile ipotesi può sconvolgere ed esaltare un profano, lascia indifferente chiunque delle dinamiche scientifiche abbia una qualche infarinatura. La scienza studia il creato, non il prima del creato, fuori dalle sue competenze per definizione. Una eventuale prova scientifica che sopraggiungesse inaspettatamente a dimostrare l’inesistenza della materia prima del Big Bang non metterebbe affatto in crisi l’impianto delle scienze fisiche e tanto meno quello Darwinista, che della storia del creato prende in esame una parte dei suoi fenomeni (la vita); una parte che, per quel che ne sappiamo, sulla Terra si è manifestata relativamente tardi: una decina di miliardi di anni dopo l’esplosione primordiale che avrebbe dato origine al tutto; tale prova metterebbe in crisi una sola ipotesi (non una teoria, dunque): quella di Big Bang ciclici, di cui il nostro Universo sarebbe l’ennesimo e ultimo frutto.

Il niente prima del tutto! Il niente a cui fa seguito, per Volontà, un tutto… il niente anche della stessa argomentazione… il niente della sua novità. È questo infatti uno dei più vecchi arnesi adoperati dai teisti per vincere le loro battaglie ideologiche contro scettici e atei. Non mi soffermerò a confutarlo, né a valutarne il peso. Non lo farò in quanto amico della scienza, per rispetto dello spirito scientifico, che esige il rifiuto, quando si dibatte di conoscenze oggettive, di lasciarsi coinvolgere in contese teologiche: la scienza non è atea e neppure agnostica (se lo mettano in testa una buona volta gli integralisti religiosi; non chiedano alla scienza quel che la scienza non può, non vuole e non deve dare[24]); la scienza semplicemente non si pone il problema dell’esistenza di Dio. Non è di sua competenza. Non è nelle sua finalità. Non è nei suoi mezzi. La scienza non dà e non toglie nulla a Dio (sono gli uomini, quelli di fede soprattutto, che lo fanno: che tolgono a Dio quel che è di Dio). La scienza dà agli uomini quello di cui gli uomini hanno bisogno, e a Dio il rispetto che la pura essenza della sua concezione richiede: la più franca e onesta delle ammissioni: non so, e, peggio, neppure sono in grado di sapere, di entrare in questa immensità così distante dalle pochezze umane. Distante dai limiti umani. Perciò, non ne parlo.

Tuttavia in ragione della benevolenza che mi guida verso ogni sodale di questo nostro strano mondo di amanti delle suggestioni scientifiche, farò un ulteriore passo avanti; e, tranquillizzando l’interlocutore dialettico (siamo forti, non c’è problema) consentirò, per amore della discussione a convenire su quel che gli sta probabilmente (lo spero) più a cuore. Sissignore, è dimostrato, quasi dimostrato, l’esistenza di un Creatore. Non vi sono dubbi: Dio c’é[25]. Tuttavia questo “riconoscimento” non fa fare alcun passo in avanti nella nostra discussione. Non risolve nulla (non aggiunge né toglie qualcosa all’impianto evoluzionista). Quel che infatti importa alla discussione (e ne può orientare le conclusioni) sono le caratteristiche immesse nella Creazione, non l’esistenza in sé dell’atto creativo.

Siamo qui alle soglie di un garbuglio di posizioni nel quale è difficile orientarsi. Difficile seguire i creazionisti nelle loro labirintiche, contraddittorie, anzi arbitrarie evoluzioni mentali[26]. Dovrebbero i creazionisti stessi fare un po’ di pulizia in casa loro prima di aprirla al pubblico. Poiché non lo fanno, mi toccherà limitarmi a quel poco che sono riuscito comunque a intelligere. E avanzo questa prima richiesta: per favore, chiarite una buona volta come dobbiamo considerarvi: o lettori fedeli della lettera della Bibbia, o curiosi attenti alla realtà delle scoperte scientifiche (il che esige una lettura metaforica della loro fonte di ispirazione religiosa). Ambedue le cose insieme non è possibile. Qualsiasi limitata lettura non letterale di un qualche punto dei Testi Sacri compromette la possibilità di ricorrere a quella letterale su tutti gli altri. A meno di una pratica arbitraria di questa lettura (temo che i creazionisti non si lasceranno spaventare da questa prospettiva, che farebbe immediatamente arretrare qualsiasi scientifico), che contempli metodi diversi a seconda della differenti necessità che guidano il lettore. Qui mi conviene interpretare alla lettera quello che leggo (e fargli dire quel che io penso dica); qui mi conviene il contrario (idem). E no, così non funziona. Non almeno con noi, seguaci di Newton e Galileo, nipoti di Cartesio e Kant. Bisogna che essi controllino la loro foga argomentativa e smettano di gettarsi nella tenzone senza badare alla coerenza degli argomenti e strumenti adoperati. Altrimenti, come essere presi sul serio? Perché delle due l’una: o il mondo è nato in sei giorni, già bello e pronto con persino i residui fossili che indicherebbe un’età diversa (c’è chi ha sostenuto pure questo[27]) seimila anni prima di Cristo (o giù di lì); oppure è effetto di un lungo processo formativo come il succedersi delle ere geologiche dimostrano.

Il problema è che una tale scelta di coerenza metterebbe immediatamente in crisi l’impianto dogmatico creazionista. La metterebbe in crisi una lettura congruente alla loro fede (la Bibbia contiene la verità sulla creazione), producendo l’indesiderata conseguenza di diminuire l’efficacia della loro propaganda[28]; la metterebbe ancora più in crisi l’adozione di un criterio non controllato di lettura della Bibbia (la quale deve dire quel che occorre ai predicatori televisivi, pena la loro scomparsa). Ecco allora il compromesso: accettare questo o quell’aspetto delle scoperte scientifiche, isolandole dal contesto per non compromettere il proprio contesto; per poterle usare contro questo o quell’altro aspetto delle scienze che si presenta più insidioso ai loro occhi (vedi nota 55).

Quel che però risulta problematico comprendere (e prima ancora ammettere, per quel che si comprende) come, in questo calderone ribollente di ingredienti di difficile digestione, sia collocata l’azione concreta del Creatore. Quale ruolo effettivamente abbia. Ha creato una volta per tutte, 15-20 miliardi di anni or sono (o poche migliaia di anni or sono); oppure è intervenuto più volte nella creazione per aggiungervi quel che vi mancava, o per correggere quel che non gli garbava? Lo ha fatto per motivi estetici[29] o per motivi funzionali? Perché meglio non sapeva fare o per imparare a farlo sempre meglio (uguale agli esseri umani che attraverso l’esperienza, la prassi, evolvono)? Per motivi di disprezzo della creazione o semplice non curanza? E, inoltre, ha tenuto conto della nostra libertà, o se ne è infischiato in quanto animato dallo stesso spirito che porta i suoi seguaci integralisti a infischiarsi della libertà di pensiero di quelli che non la pensano come loro? Tutte domande[30] che il creazionismo di per sé pone: e le pone senza proporre una risposta che sappia mettere il punto fermo a dubbi e scetticismi.

Le pone, altro scandalo, senza curarsi dell’insulto nei confronti di Dio implicito in esse. Della diminuzione che comportano. Cosa è dunque questa arbitrarietà e questa incompetenza di non saper creare una materia con in sé le informazioni necessarie al suo proprio sviluppo e realizzazione? Sfiducia in se stesso, volontà di ingerenza (Chiesa Cattolica insegna)? Dio sarebbe un despota che fa e disfa a suo piacimento? Gli essere umani, nel loro piccolo, sarebbero dunque più bravi, più creativi, essendo già alle soglie della creazione (quantomeno ne concepiscono la possibilità) di una intelligenza artificiale (robot) capace di sviluppo autonomo? Oppure è un burlone che, per ridere di noi, semina false prove sul succedersi delle era geologiche atte a farci trarre grottesche conclusioni? O addirittura un sadico, contento di vederci sudare, e soffrire, per star dietro ai stravaganti indizi seminati nella materia? Oppure ancora un Dio vanesio e geloso della propria opera, che pone la firma in calce all’universo (firma da scoprire) per garantirsi della nostra ammirazione (e adorazione) e i Diritti d’Autore? Che senso avrebbe, all’opposto, far scrivere ai suoi personali amanuensi (Dio è un Signore Feudale) delle migliaia di anni, quando si tratta di miliardi di anni? È l’inganno, il suo scopo, o quale altro umano obiettivo?

Mio Dio! Verrebbe voglia di esclamare. Che Dio assurdo blasfemo orrendo è quello che traspare dalla vostre argomentazioni! Traspare un Dio capriccioso, un Dio inetto, un Dio incompetente, abbandonato al suo medesimo arbitrio. Un Dio patetico, un Dio piccolo, meschino, dimezzato. Più che dimezzato: un Dio imbecille, un Dio insultato, strumentalizzato, ridotto ai minimi termini. Un Dio Minore, un Dio pasticcione che interverrebbe nel mondo ottenendo il solo scopo di imbrogliare le carte… Ma difendiamolo una buona volta questo Dio, il cui nome, tutti, abbiamo frequentemente sulle labbra! Dio, Padre Nostro. Dio che sei nei Cieli (o sono i Cieli a essere in Lui?). Dio Mio, aiutami. Illuminami, dammi pazienza… Che si creda o meno in Dio, si rispetti almeno l’immagine bella che qualcuno ha suggerito. Se ne abbia almeno pietà. Per una volta, non si chieda che la doni. La si attivi. Non perché Dio ne abbia bisogno, ma perché noi abbiamo bisogno di esercitarla. Perché è essenziale che gli uomini esercitino la loro migliore capacità: quella di comprendere. Comprendere tutti, per scelta inderogabile: comprendere persino Dio! Comprendere chi parla e comprendere il destinatario di questa risposta…

Difendiamolo allora da chiunque attenti alla sua immagine. Difendiamolo da noi stessi e, soprattutto da quelli che tra noi, presumono di conoscerlo. Anzi di studiarlo e fornirne i parametri (i teologi). E affermiamo con forza quel che è necessario affermare: che, una volta presupposto l’esistenza di un Essere Cosmico Creatore, non si può far riferimento a altro che a un tanto più al di sopra delle nostra intelligenza che onestà vorrebbe si ammettesse: di lui e dei suoi atti vorrei sapere e mi dolgo di non sapere. Ma, purtroppo, non so.

Pietà di Lui, allora. Onoriamolo, invece di insultarlo. Lasciamolo fuori dalle nostre meschine contese di umani. Recitiamo piuttosto, insieme al grande d’Assisi, le Laudi che merita. Recitiamole per meglio servirlo, non per salvarci l’anima. Ignoro se Lui vorrà apprezzarlo, ma certamente farà bene a noi.

Non spiaccia a nessuno quindi ch’io voglia terminare questo scritto con la chiusa delle Laudi appena invocate. Invito chiunque, credente o meno, a pronunciarla a voce alta o meglio, nell’intimo del suo interiore.

Laudate et benedicite mi’ Signore, et ringratiate et serviteli cum grande humilitate.

E quale miglior modo di servirlo che mettersi al servizio della verità? Al servizio della scienza, ottimo strumento per accostarsi a essa.

Mauro Antonio Miglieruolo

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[1] Una precisazione che è anche una ripetizione: l’obiettivo vero di questo scritto sono loro, i creazionisti, non Ghezzo; Ghezzo è solo un pretesto, mero strumento per la controattivazione della polemica, da lui stesso iniziata.

[2] Punti d) ed e).

[3] Vedi in particolare il Pollice del Panda.

[4] Analogamente a quanto avviene per le particelle che circondano il nucleo: i cambiamenti di “orbita” avvengono per pacchetti determinati di energia (aggiungendo o sottraendo): per quantità discrete di energia.

[5] Per lo più brusche mutazioni, la maggioranza delle quali risultano distruttive per la specie.

[6] Mi si perdoni la metafora da amante della letteratura.

[7] Vedi identificazione piume-classe degli uccelli: non è il possesso di piume, cioè l’aspetto esteriore, che determina l’attribuzione di una specie a una determinata classe. Questo era vero un tempo, prima delle ultime scoperte sull’anatomia e poi il DNA degli essere viventi. È la struttura interna della specie infatti che va presa in esame. È il suo ruolo all’interno del processo di speciazione. Sono la molteplicità delle caretteristiche. Anche se, prendendo il nome dalla tradizione, o riconoscendone la significatività di una, gliela si può continuare a attribuire (ma più nel senso comune dell’uomo della strada ormai, che in quello scientifico). Esempio: la capacità di volare, che richiama immediatamente gli uccelli, non è esclusiva degli uccelli. Anche i mammiferi, molti artropodi e goffamente alcuni pesci, possono volare. Anche i rettili hanno volato. Analogo discorso occorre fare per quanto attiene a caratteristiche comuni alle diverse specie e diverse classi. Esiste quella che viene definita evoluzione parallela, per cui in analoghe condizioni si sviluppano analoghe forme, pur essendo diverse le premesse. La natura inoltre, a differenza dell’uomo, non fa sprechi. Tende a utilizzare il materiale esistente (le zampe che diventano pinne e che possono tornare a diventare strumenti di locomozione terrestre). Non solo, ma si ripete. Una forma può presentarsi, con differente successo, parecchie volte. Sono gli “inconvenienti” (per i creazionisti) della, per loro, “micidiale” coppia caso-causa che presiede alla selezione.

[8] La quale costituisce più che altro un fattore di accelerazione dell’evoluzione, oltre a essere un brillante mezzo di controllo delle popolazioni.

[9] Ma non stavamo parlando delle’evoluzione delle specie?

[10] Io lo faccio, in continuazione. Mi attribuisco il merito di aver saputo cambiare, o meglio aggiustare, più volte i miei punti di vista. Sarei presuntuoso se osassi dubitare che altri possa esserne capace.

[11] Teniamo conto delle difficoltà che si incontrano nella ricostruzione della storia umana degli ultimi cinquanta anni e consideriamo la ragionevolezza di un’affermazione che pretende confutare una teoria in quanto non offre la garanzia dell’assoluto! Torto per torto allora chiediamo: e la garanzia che la Bibbia non sia stata scritta su suggerimento di un Demiurgo assassino, malvagio corruttore dell’umanità, chi la fornisce? Quale atto notarile ne fissa la legalità? Non mi dilungo ulteriormente, per non lasciare che lo sdegno finisca con il fare agio sulla ragione.

[12] Ne citiamo alcuni: la poesia, la musica, la pittura, la ricerca interiore…

[13] Lo ribadisco: non ho timori particolari nell’evocare concetti e parole inusuali a molti (molti materialisti quale mi vanto di essere). Si tratta di un’ipotesi. Prenderne in esame la plausibilità: perché no? Nota alla nota: risiede in questo interrogativo la differenza, la vera differenza, tra un fondamentalista e un aspirante marxista, quale mi pregio di essere. Nella curiosità intellettuale che mi spinge a prendere in esame anche le ipotesi più radicalmente lontane dalle mie. Non per spregiarle o accettarle acriticamente: per esaminarne la natura e cercare in essa di che giovarsi per effettuare ulteriori passi avanti nelle acquisizioni culturali. Nonché ulteriore apertura mentale.

[14] Ne, dal punto di vista del Darwinismo, occorre che esistano.

[15] A differenza di quanto credevano i latini, natura facit saltus. O meglio: procede anche e forse soprattutto, per salti. Sono questi salti non soltanto una manifestazione più eclatante dell’accumulo dei piccoli cambiamenti (la loro appariscenza, la facilità con cui lasciano il segno), ma anche una manifestazione più importante. Un’alluvione, un maremoto, la caduta di un asteroide, l’eruzione di un vulcano, l’esplosione di un reattore, i terremoti, l’irruzione di una nuova specie (vedi conigli e rovi nella storia recente dell’Australia), modificano d’un tratto l’ambiente più di quanto possa l’ordinaria erosione di migliaia di anni.

[16] Siamo alla croce e delizia del “confronto” con i creazionisti. Lo vedremo tra poco.

[17] Sembra già di sentire (in effetti li sento) i brividi freddi che percorrono le schiene dei componenti la comunità scientifica; e rivoltarsi nelle tombe i vari Galileo, Newton, Einstein, Fermi, Heisenberg… chissà cosa penseranno costoro di questa scienza a cui occorre l’insulto di simili allegre “affermazioni” (freno lingua e penna) dalla bocca di chi, non uno qualsiasi, si dichiara “scienziato”.

[18] Ammetterlo, pur senza concederlo, non costa nulla. L’obiezione è in sé insignificante. Non è certo l’Archeopterix il fondamento dell’evoluzionismo. Cosicché stabilire se la sua scoperta sia valida o meno, in funzione degli altri “anelli mancanti” da scoprire e la cui reperibilità è di incerto futuro, è questione, sotto quest’unico punto di vista, che può appassionare soltanto i creazionisti, vittime della loro stessa povertà di argomenti.

[19] Ne abbiamo già parlato. Richiamiamo il concetto.

[20] Anche questo l’abbiamo già preso in esame. Siamo costretti e ripeterci per aprire la strada a qualche piccola aggiunta.

[21] Preclusione di alcune ricerche e per alcuni ricercatori (vedi caso Lysenko); favori ad altri.

[22] Parlo in amicizia e volontà di stima.

[23] Non però quello che gli attribuiscono gli integralisti.

[24] Vedi qui sopra punto d).

[25] Quale atroce blasfemia trovare questa scritta tracciata frettolosamente, con insistenza, sui ponti, sui muri, sui cartelli segnaletici delle strade. Perché tale ossessiva reiterazione? A chi è offerta, per quale oscura ragione? Non certo per convincere, perché riesce solo a urtare. Al meno distratto, al più, viene da chiedersi: e la prescrizione di non nominare il nome di Dio invano, dove è andata a finire? Ma, dicono (circostanza che mi costringe a chiosare e correggere me stesso: lo faccio volentieri), la scritta non ha nulla a che fare con un atto di fede: segnalerebbe la presenza, nella vicinanze di uno spacciatore! Interpretazione d’origine oscura che trovo molto attinente e significativa.

[26] Ma, si sa, la mente è il regno del Demonio. Far luce sui misteri del mondo è attività Luciferina. Di fronte all’atto di fede, che importanza attribuire all’intelligenza? Alla coerenza? Alla superbia (superbia in sé) della ragione? Ai lettori l’ardua sentenza.

[27] Un coraggioso, in fondo. Uno razionalmente determinato. Uno che non si vergognava, che non si nascondeva, come fanno tanti, dietro il dito di contraddittorie accettazione di determinati aspetti scientifici, effettuate però con modalità che, per non peccare d’assurdo, richiedevano il medesimo presupposto.

[28] È impossibile ormai rifiutare di prendere atto che l’Universo, la Terra, la vita stessa, hanno una storia. Che la Terra di oggi non era quella di ieri; e che la vita stessa ha subito radicali trasformazioni. Anche ammettendo che le classi animali quali le conosciamo siano apparse contemporaneamente nel Cambriano (una contemporaneità che equivale però a milioni di anni); anche ipotizzando una creazione continua, una continua intromissione del Creatore nella sua medesima opera, il dato che ne risulta è lo sgraditissimo continuo cambiamento. Il che, se permette ancora la negazione dell’evoluzione, costringe comunque alla revisione del dettato biblico (non seimila anni, ma i miliardi di anni). Costringe a assumere questo o quel dato scientifico per avere qualcosa di ragionevole da rivolgere, con intenti distruttivi, contro l’impianto complessivo della scienza, a partire da una determinata scienza. Si inizia con il Darwinismo. Il resto poi verrà.

[29] Ghezzo, non il solo, sembra crederlo. I fiori, secondo lui, sarebbero stati creati con il solo fine di provocare ammirazione per la loro bellezza. Il dubbio che i loro appariscenti colori possono svolgere funzioni più pedestri (attirare gli insetti, ad esempio e servirsene per la riproduzione) non sembra sfiorarlo; o se ne viene sfiorato, non lo considera degno d’essere tenuto in debito conto. Tuttavia qui dobbiamo a lui e a tutti coloro che la pensano uguale a lui, la medesima indulgenza che spetta ai poeti, ai visionari, ai filosofi. Mettiamo da canto ogni rigore. Non sono belli solo i fiori: è bello anche ogni desiderio di moltiplicare le ragioni della bellezza.

[30] Alcune, non tutte.

Mauro Antonio Miglieruolo

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