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9 giugno 2011 / miglieruolo

La duplice natura della Space Opera

Luogo comune imperante nell’universo fantascientifico è il considerare la Space Opera un sottogenere, un qualcosa di elementare, forse persino semplicistico. Permettetemi di avanzare un’ipotesi controcorrente e su di essa iniziare il lavoro di analisi; di considerare cioè l’opposto: che la Space Opera (che in alcuni passi più avanti definisco Saga Spaziale),

oltre a rappresentare l’inizio della Fantascienza, ne rappresenta anche la complessità; oltre a rimandare al passato e a se stessa, rimanda alle caratteristiche più proprie dell’intera Fantascienza.

Intendiamoci. Non sto affermando che la Space Opera ne costituisca l’aspetto più rappresentativo e significativo; voglio soltanto attrarre l’attenzione sul fatto che essa, con le sue caratteristiche, con la sua dinamica, prepara il terreno alla Fantascienza dell’età matura; prepara la grande stagione che, con varie vicissitudini, va dagli anni ’40 ai primi anni ’70.

Riassumo questa affermazione nella seguente tesi: la Space Opera era ed è a tutt’oggi il motore del successo della Fantascienza tra i lettori.

Una tesi importante, persino singolare, considerato che viene formulata da uno che ha sempre (ma per la verità non esclusivamente) avuto quale punto di riferimento principale la cosiddetta “Fantascienza sociologica”. Per non apparire allora evanescente come tanti (troppi) politicanti dello sconfortante panorama politico italiano i quali un giorno indossano una casacca e il giorno dopo un’altra, mi sento in dovere di giustificarla. Un dovere nei miei confronti che diventa un dovere nei confronti di chi mi ascolta, a cui spettano i chiarimenti capaci di fornire un po’ di polpa intorno allo scheletro di una tale impegnativa definizione. A cui per altro aggiungo una ulteriore specificazione: la Space Opera, oltre che l’allora in cui ha esordito e ai decenni in cui si è sviluppata, rappresenta la possibilità stessa di un futuro per la Fantascienza. Lo rappresenta per una ragione che ai miei occhi appare ovvia (l’ho espressa in tutti i miei scritti degli ultimi tempi), ma che ignoro se vi siano altri a condividerla. La ragione: la spinta che ha portato alla creazione e quindi al successo della Space Opera risiede nel recupero di quei connotati narrativi che la restante letteratura (In Europa e nel Nord America), avvitata in se stessa e nel proprio intellettualismo, proprio in quegli stessi anni stava abbandonando (non senza continuare a produrre opera di grandissimo valore, ma progressivamente scadendo, specialmente per quanto attiene alle mezze figure, e perdendo di vigore). Attraverso questo recupero la Fantascienza, per mezzo della Space Opera avviava una stagione di rivitalizzazione della letteratura il cui rinnovamento non si è ancora completato. La Space Opera insomma dà inizio al lungo cammino della FS proprio da dove era opportuno iniziasse; ed è opportuno che continui, che sia ripresa e continui, proprio dal punto in cui è iniziata.

Le tematiche costitutive del rinnovamento introdotto nella letteratura si possono riassumere nei seguenti tre punti:

a) L’epica sotto forma dell’epica spaziale;

b) Il sogno;

c) Splendori e miserie del macchinismo.

A questo elenco bisognerebbe aggiungerne un quarto: l’orgogliosa affermazione delle umane potenze intellettuali, che solo molto tardi è diventata consapevolezza dei limiti e delle tragedie che tale potenza poteva produrre, consapevolezza che è proprio della Fantascienza matura. Non la inserisco nell’elenco, dunque, considerata l’unilaterilità del modo specifico in cui, sin dalle origini, è stato trattato.

Attraverso questi tre punti la Space Opera, mentre la letteratura nel suo insieme andava chiudendosi nelle atmosfere felpate, alquanto amare, dell’intimismo, si apriva al Cosmo, alle infinite realtà e possibilità che schiudeva la sua esplorazione: si apriva all’epica della scienza prima ancora che all’epica dei Guerrieri, cavalieri a cavallo di astronavi, l’epica dei “mutanti”, l’epica dei superuomini.

Ma, osservate bene, non si tratta sostanzialmente, a prezzo di piccoli cambiamenti nella terminologia e di qualche aggiunta, degli stessi attributi della Fantascienza più “nobile”? della Fantascienza “sociale”, ad esempio. Ne riporto l’elenco:

a) L’epica sociale;

b) La speranza e l’incubo;

c) Il senso e non senso del tumultuoso espandersi del macchinismo.

Con un di più (una sorta di quarto punto): il dispiegarsi delle potenzialità di quel senso del futuro, ancora implicito nella Space Opera, che caratterizzerà invece la Fantascienza della fine degli anni quaranta in poi.

Cerco di accorciare, in modo da arrivare a dove voglio arrivare; e di arrivarci per tempo, a costo della sommarietà, prima di perdere la vostra amicizia.

La Saga Spaziale,  parlo delle migliori, naturalmente: Williamson, Hamilton, Hubbard, Van Vogt ecc.; presenta inoltre subito in sé, già matura questa volta, un’altra peculiarità costituente la Fantascienza (altrettanto importante e forse più del senso del futuro sopra accennato): il già tante volte evocato e insufficientemente spiegato, senso del meraviglioso. Tenterò io qui, con l’aggiunta di poche evocative parole di esplicitarne il contenuto (la definizione “senso del meraviglioso” è stata per tropo tempo abbandonata a se stessa). Eccole, le parole: speranza, vitalità, fuga dalle convenzioni, prima ancora che dal tritume quotidiano, ampliamento degli orizzonti ecc. ecc.

Come altrimenti concepire la Saga Spaziale senza avere sullo sfondo la speranza in una vita migliore? senza quella forza interiore che spinge a voler guardare cosa c’è di là dalle montagne che chiudono la valle del pensiero? Ecco allora che il meraviglioso appare come il mezzo per nutrire queste speranze e questa vitalità primaria rispetto a tutto il resto. Attraverso la Space Opera milioni di persone in tutto il mondo fuggono in una realtà altra, una realtà virtuale che però potrebbe diventare reale (in parte lo diventerà), in una realtà in cui recuperano il potere sulle proprie vite del quale sono stati ampiamente spossessati. Al cospetto della propria quotidianità, dell’irreggimenta-zione delle persone, che vengono trasformate in individui anonimi e impotenti, offre più che uno spiraglio: offre un universo intero in cui affacciarsi, offre la potenza della tecnologia (il cui potenziale liberatorio si svelerà una pia illusione, ma che risulterà efficace in quanto potere consolatorio), offre i poteri del superuomo e delle supermenti. Offre anzitutto la possibilità di rendere più elastiche le intelligenze, di indurle a considerare molte possibilità e anzitutto a puntare in alto, non più all’epopea del west, limitata dalla varietà e risorse di un continente, ma a tutti i continenti, tutti i pianeti dell’universo, tutto quello che il mondo può offrire (Vogliamo tutto, è il titolo di un romanzo di non Fantascienza fantascientifico scritto, mi sembra, da un certo Nanni Balestrini).

Alla vigilia della rivoluzione nel costume detta ’68, rivoluzione che negli Stati Uniti era cominciato ben prima e che si era in parte arenata proprio quando iniziava a produrre i suoi effetti da noi, l’impatto della realtà sulla Saga Spaziale produce la Fantascienza sociologica; Fantascienza sociologica che a sua volta annuncia il ’68; il quale ’68, oltre a essere stato molte cose estranee al presente discorso, è stato anche uno sberleffo nei confronti del modo di vivere corrente (Shekley-Phol); è stata una fuga nell’indomani; è stato un gigantesco fantascientifico (nel senso nobile della parola) tentativo di trasferire nella realtà ciò che fino a quel momento era stato vissuto come sogno. È stato l’espressione concreta di ciò che qualcuno ha intitolato: le meraviglie del possibile.

La Saga Spaziale ha dunque fatto eco al grido, all’ostinato perdurare delle speranze, che è risuonato, attraverso mille linguaggi, per tutto il Novecento. E lo ha fatto senza risparmio di mezzi (Van Vogt, specialmente), senza volontà di limitazione. Per una volta ciò che si offriva alle persone era il più e il meglio concepibile, dato generosamente, anche se solo virtualmente. I romanzi che ne sono scaturiti, è vero, possono apparire e sono infantili, ma forieri di un’infanzia felice, l’infanzia dell’umanità, onde permettere a chiunque li avvicinasse di aprire e chiudere una parentesi entro cui difendersi dalle brutture del reale. La Space Opera si è rivelata uno strumento incredibilmente adatto, uno strumento infinitamente capace di produrre libri innocenti: libri per il bambino che sonnecchia in ogni adulto.

Ecco, questo è ciò che ho visto nella Space Opera nel momento in cui mi sono accinto a guardarla un po’ più da vicino. Poco ancora, ma significativo.

C’è da chiedersi allora il perché di una certa sufficienza con cui la si considera (con cui io stesso l’ho superficialmente considerata). Il perché è il medesimo che affligge la totalità della Fantascienza in quanto proposta letteraria. È l’essersi contentati di presentarne un prodotto buono e pessimi gli altri cento. È stata l’incapacità di discriminare tra prodotto e prodotto; è stata l’indisponibilità a farlo (forse anche l’incapacità) e, più di tutti, la pigrizia degli autori, anche dei migliori, che non sempre hanno voluto dare di sé il meglio. Noi, noi tutti addetti ai lavori, ne siamo i responsabili. Non credo vi sia chi possa chiamarsi fuori. Autori e Editori hanno preferito ripercorrere le via già percorse, invece di innovare; hanno scelto l’autoreferenzialità (essendo in buona compagnia: vedi l’odierna TV) piuttosto che l’indagine e l’approfondimento. Noi, tutti, ci siamo lasciati sedurre dalle possibilità di utilizzare schemi e situazioni narrative oltre che ben collaudate anche abusate; e abbiamo lasciato che la macchina narrativa procedesse in folle, coprendo a volte l’assenza di contenuti con un involucro di parole, vero e proprio pacco truffa (più di tutti hanno messo in atto quest’ultima pratica deteriore gli scrittori americani, anche i più grandi) che a lungo andare, passando di mano in mano, è finito nelle nostre, di noi ultimi, che ora infelicemente ce lo ritroviamo addosso.

Le modalità e i termini di questo poco edificante epilogo fanno comunque parte di tutta un’altra storia, la storia del tentativo della Fantascienza di, emancipandosi, assumere su di sé l’onere di rappresentare l’intero Novecento. Non mi azzardo a entrare in questa storia. Ne enuncio la principale condizione: che chi voglia analizzare l’ascesa, la decadenza e caduta della Fantascienza, potrò farlo efficacemente solo a condizione di spiegare in profondità l’analoga parabola compiuta dalla Space Opera.

Mauro Antonio Miglieruolo

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