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21 luglio 2011 / miglieruolo

Politica e scrittori di Fantascienza

Politica e scrittori di Fantascienza
di Mauro Antonio Miglieruolo

Un certo tempo fa un lettore della Perseo (ora Elara, vedi http://www.elaralibri.it/) si è detto interessato a conoscere il pensiero politico degli scrittori di Fantascienza.

Aderisco volentieri all’invito, e lo farò appunto, in quanto scrittore di Fantascienza, entrando in un ambito logico che è già quasi materia da Romanzo di Fantascienza. Cioè da un punto di vista più largo e complessivo, universalistico che dovrebbe essere familiare a coloro che la Fantascienza producono (quando la producono) o coloro che la leggono (quando la leggono). Non mi soffermerò quindi, per parlare di politica coma fantascientista, sulle liti da comari dei pulcinella di casa nostra (molto spesso anche di Cosa Nostra), alias rappresentanti del popolo; ma su ciò che oggi, sul piano mondiale, nell’ottica di ciò che può diventare materia narrativa, caratterizza la fase che stiamo attraversando. Una situazione piena di insidie e di fosco avvenire, perciò fantascientificamente eccellente.
Questa fase può essere definita da una parola: crisi. Crisi permanente. Crisi economiche ripetute, crisi di credibilità della rappresentanza, crisi dei valori democratici, crisi dei valori umani.
Questa crisi è il prodotto (o meglio, la spia) del crollo o dell’accentuata decadenza dei tre principali modelli di sviluppo che si erano contrapposti, anche militarmente, lungo tutto il Novecento.
Il primo e principale: il sistema liberista “classico”, irrigiditosi in direzione fondamentalista per il venir meno della concorrenza degli altri due. Gli schemi mentali dei suoi sostenitori detti “economisti” non differiscono sostanzialmente da quelle proprie ai fanatici religiosi. Costoro, infatti, telebani dello Scientifico al servizio del Capitale, non fanno che ripetere instancabilmente due o tre astratti principi economici, vere e proprie giaculatorie, senza mai confrontarli – per la loro autenticazione e applicabilità – con i casi reali. Questi principi possono essere riassunti nei dogmi “mercato è bello, il mercato deve decidere tutto, welfar vuol dire spreco, il lavoro precario è l’unica soluzione, l’Imperatore Claudio aveva ragione a voler eliminare i vecchi non abbienti ecc. ecc.”. Dogmi validi per i soli interessi dei Capitani d’Industria e Gnomi della finanza. Infatti, ogni volta che un qualche fenomeno compromette il normale decorso degli affari, è normale ci si rivolga allo Stato per un immediato intervento riparatore. Ricordo a tutti lo scalpore suscitato dalla richiesta di soccorso, in pieno periodo Reaganiano, da parte delle imprese della Sylicon Valley, che erano stati i critici più feroci del cosiddetto “statalismo”. Nonché dell’assurda costrizione al finanziamento, per salvarle dal fallimento, degli istituti finanziari responsabili della più distruttiva crisi della storia del capitalismo. Invece di chiamarli a rispondere delle loro responsabilità, premiati con centinaia di milioni di dollari.
Il secondo, collaterale al primo: il sistema liberal-dirigista, tipico della grandi socialdemocrazie europee e che ha rappresentato per decenni la prima linea del fronte di contenimento del Capitalismo di Stato (nella prima metà del Novecento in tumultuosa espansione). Questo sistema rappresenta una sorta di compromesso tra liberismo e pianificazione, tra egoismo borghese e bisogni delle masse, per assicurare un minore sviluppo anarchico dell’economia e una più accentuata capacità di ascolto delle istanze che vengono dal basso, al fine di ridurre le tensioni sociali attraverso la riduzione del divario esistente tra le provvidenza per le masse nei sistemi capitalistici e l’ampio sistema di sicurezza sociale garantito dal sistema concorrente. L’esistenza del liberalismo dirigista è dunque legata al successo nella guerra politico-ideologica condotta contro i sistemi a capitalismo di stato e alla proporzionale riduzione dell’influenza che questi ultimi possono esercitare sulle masse. Il loro ridimensionamento e poi il crollo della potenza russo-sovietica produce il venir meno delle esigenze di mediazione con i bisogni delle masse. Il Welfar diventa superfluo, “un peso per le generazioni future” (per non dire “diminuzione del livello dei profitti”) e quindi un lusso inaccettabile il mantenimento degli stessi costosissimi apparati di produzione del consenso. Nel breve volgere di un ventennio (anni ’80-anni ’90) la socialdemocrazia, in tutte le sue varianti, scompare quasi dappertutto, insieme alla variante di sistema che aveva contribuito a generare.
Il terzo, concorrente con il primo sistema, quello che è stato spacciato (riuscendo a ingannare le masse) per antagonista: il Capitalismo di Stato, sistema diventato marginale dopo la caduta del muro di Berlino. La peculiarità di questo sistema era data dalla Pianificazione, più l’ideologia specifica della sua classe politica che presumeva poter dominare i meccanismi della riproduzione del capitale pur senza abbandonare il capitalismo.
L’antagonismo in effetti c’era, ma era antagonismo tra simili che si contendono il dominio sul mondo, un antagonismo dunque politico-militare, non sistemico. Le differenza tra i due infatti erano più che altro esteriori, conseguenza delle diverse alleanze di classe su cui si reggeva la classe dominante. Una alleanza tra burocrazia (che svolgeva le Funzioni del Capitale) e classe operaia (fondata su una sorta di quasi piena occupazione e un vasto welfare quale mai l’occidente ha conosciuto) in quello a Capitalismo di Stato; un’alleanza tra Funzionari del Capitale (manager e istituti finanziari) e piccola borghesia produttiva e dei servizi (con frazioni non indifferenti di Aristocrazia Operaia) in quella a del Capitalismo Mondializzato. Il che implicava da una parte la proprietà privata collettiva dei mezzi di produzione (proprietà analoga a quella vigente nelle società per azioni) e la proprietà privata individuale dall’altra. In ambedue però è la stessa classe di Funzionari del Capitale a dominare. La medesima logica dell’accumulazione. Nonché una analoga esclusione (più brutale quella dell’URSS) delle masse alle decisioni sui temi fondamentali della gestione dell’economia, del livello di partecipazione e della politica estera.
Non mi soffermerò sulle causa, piuttosto complesse, del ridimensionamento del “dirigismo” e del “crollo” del Capitalismo di Stato. Mi limiterò a notare che anche l’unico dei tre sistemi “sopravvissuto”, il liberismo radicale nella versione Nord Americana, è ugualmente in crisi, crisi che non esplode per l’assenza di alternative globali valide a causa del nullismo delle organizzazioni politiche che si dicono progressiste. Attualmente non solo la globalizzazione si scontra con lo scetticismo crescente delle masse, ma lo stesso prestigio del sistema (un trionfo) che gli ideologi avevano saputo sapientemente costruire intorno ad esso si è rapidamente esaurito. Dalla caduta del muro di Berlino sono trascorsi poco più di vent’anni: un enorme patrimonio di credibilità è stato dilapidato.
Ma non è solo l’assenza di un’alternativa decente a permettere al Capitalismo di mantenere la sua pur traballante immagine di solidità. È anche l’enorme apparato burocratico- militare, nel suo perverso intreccio con l’economia (l’economia dei Grandi si regge essenzialmente sulle spese militari). In particolare l’economia Nord Americana che gode delle enormi commesse in armamenti e delle ricadute – brevetti – delle ricerche finanziate dal Governo sui nuovi sistemi di “difesa”. La spesa militare statunitense è grande quanto quella dei primi 50 paesi che più investono in materiale bellico.
Ne risulta un apparato guerresco che non conosce paragoni, apparato che viene sempre più frequentemente adoperato per “accompagnare” il dispiegarsi della politica di aggressione statunitense. Nessuno oggi è in grado, né osa, opporsi apertamente a questo strapotere. Il velleitario tentativo dell’ex-Unione Sovietica di rappresentare un’alternativa globale agli USA si è infranto proprio sugli scogli di questa sproporzione di forze. Mantenere il paragone sul piano tecnico militare, senza per altro riuscirci, ha portato quel paese alla rovina.
Il liberismo dunque essenzialmente sopravvive a se stesso proprio perché è sostenuto da un gigante con un potere del quale mai nessun Impero in precedenza ha goduto. Questo potere scaturisce da un triplice vantaggio: l’accentuato dinamismo proprio ai Nord Americani, i quali sono alleggeriti dagli oneri di un passato che altrove non passa (tradizioni, residui normativi, antichità delle istituzioni, secolare esperienza delle masse sul vero carattere del potere ecc.); enormi ricchezze naturali, nonché capitali e competenze adatte a sfruttarle; la rendita di posizione che i primi due vantaggi hanno contribuito a creare e che il mastodontico apparato militare garantisce.
Tutto questo, unito alle miserie della politica dei politicanti, disegna un quadro non esaltante della fase che attraversiamo; tuttavia non deve autorizzare nessuno, neanche chi come me considera superiore, per quanto criticabile, qualsiasi organizzazione sociale esca dall’ambito ristretto dell’anarchia del “libero mercato” (quel che non dicono gli apologeti del capitalismo è che il “libero mercato”, nei rari casi in cui funziona, anche in tempi non di guerra, opera attraverso enormi distruzioni di ricchezze e di risorse umane) a nutrire rimpianti per il Capitalismo di Stato, nelle forme in cui si era presentato in URSS e paesi satelliti. Soffocato dal peso di una burocrazia immensa, particolarmente ottusa e dispotica; impossibilitato a emendarsene a causa della rigidità dell’apparato politico, rigidità che trasmetteva all’intera società; esso si è involuto, staccandosi dalle masse che pretendeva di rappresentare, al punto da averle contro, senza per altro avere quell’insieme di organismi di mediazione sociale capaci di “organizzare il consenso”, strumenti essenziale per la neutralizzazione di questa spinta di massa all’essere “contro” (ecco spiegata la ragione della sua dissoluzione). Ogni volta che le masse si muovono spontaneamente affiora e magari si dispiega una ostilità insanabile nei confronti delle “classi dirigenti”; sia che il movimento sorga all’interno del capitalismo, sia all’interno di stati che hanno iniziato a muovere i primi passi per uscire dal capitalismo. Esemplare sotto questo punto di vista è l’esperienza della Rivoluzione Culturale durante la quale l’ostilità delle masse si è immediatamente rivolta contro lo stesso apparato politico che pure l’aveva promossa, andando di là dai limiti che i promotori si erano posti.
Nessun rimpianto, nonostante il prezzo salatissimo sia in termini di condizioni materiali di vita, sia in termini di civiltà che in conseguenza di quella dissoluzione le masse hanno dovuto pagare (spazi ridotti per il Welfar State; ridimensionamento del principio della rappresentanza; stato di emergenza permanente e guerre senza interruzioni: alla diminuita paura della borghesia liberista di essere costretta a fare i conti con l’ira delle masse, fa da contraltare una aumentata aggressività da parte della stessa).
Ancor minore rimpianto per gli imbelli sistemi socialdemocratici, con i partiti che li rappresentano; i quali assistono impassibili allo smantellamento di tutto ciò che hanno costruito (quando lo smantellamento non sono essi stessi a promuoverlo, vedi il caso Italia), limitandosi, nelle situazioni migliori, a tentare di rallentare il processo. Tollerati dalla borghesia, incapaci di andare oltre un semplice legame di opinione con le masse, stanno scomparendo quasi dappertutto (i nuovi che si vanno formando, vedi Rifondazione Comunista), tendono a riprodurre i vizi democraticistici, cioè le illusioni sugli effettivi spazi di governabilità a pro delle masse nei regimi capitalistico-borghesi, dei vecchi partiti riformisti del passato. Trovano quindi scarsa udienza nelle masse e, nonostante la moderazione programmatica, ancor più scarsa nei settori progressisti della borghesia, ai quali fanno sotterraneamente appello e sulla quale contano (nonostante che questa “borghesia progressista” sembri orientarsi in direzione di sempre più limitate forme di democrazia rappresentativa). A parte i velleitari tentativi di rifondare formazioni politico-ideologiche riformiste, i residui organizzati della vecchia socialdemocrazia tendono a mutare in partiti conservatori dilaniati dalla contraddizione tra le vocazione di fondo e residui di un programma dal quale, per non perdere del tutto il contatto con il proprio elettorato, non sono riusciti del tutto a emendarsi; e che soffrono con sempre maggiore imbarazzo i rimasugli puramente terminologici del linguaggio adoperato nel recente passato.
Il sistema sopravvissuto, tuttavia, in un crescendo rossiniano, sta manifestando tutti i suoi tratti più negativi e desta in molti, sicuramente desta in me, molte inquietudini. A quello che ho detto sulle conseguenze negative della caduta dell’unico antagonista che era sorto a contrastare il predominio USA, c’è da aggiungere la dissoluzione delle norme che regolavano i rapporti internazionali almeno dal Settecento in poi, la estesa mercificazione (mercificazione degli stessi corpi: non solo organi, ma imposizioni del copyright sul DNA delle persone), estensione infinita dei diritti di proprietà, privatizzazione di quasi tutto (con i bei risultati che possiamo osservare): dalle infrastrutture (autostrade, ferrovie), alle fonti strategiche di energia, al monopolio nell’elettronica e nella comunicazione, per arrivare persino all’appropriazione dell’acqua piovana. Ce n’è abbastanza per vedere nero sul proprio futuro.
Come uscire da tutto questo?
Non ho ricette da offrire, solo speranze da condividere.
Il permanere della prima speranza, la più valida, è affidata al popolo americano. Se non saranno i cittadini statunitensi a correggere le distorsioni del loro sistema (almeno le peggiori) non vi è altri che lo possa fare (noi possiamo solo dare loro una mano). Non si tratta di speranza infondata. Nel popolo americano vi sono molte risorse, molte aspirazioni a una società più giusta e migliore. Quel che impedisce a questa aspirazioni di diventare dominanti sono le illusioni che mantengono sul sistema economico, politico e militare che i loro governi hanno costruito in un secolo di menzogne e feroce repressione. Diamo loro tempo. Diamo fiducia. I segnali di un possibile cambiamento non mancano. Manca, come per altro manca dappertutto, un partito che sappia farsi carico delle nuove aspirazioni e se ne sappia servire per la trasformazione del sistema.
La seconda sta nei paesi gigante (Russia, Cina e India in testa) che lentamente ricostituiscono o fondano le loro economie e che possono, nel medio termine, costituire una alternativa valida che funga da freno al Monopolio del potere internazionale detenuto dagli Stati Uniti. Non che ci si possano fare illusioni sul carattere soggettivo di questi Stati (immorali per vocazione, qualunque sia il sistema politico su cui si basano), i quali potrebbero involvere e presentare tratti ancora più negativi da quelli degli USA; ma essi sono necessari per rientrare in un universo multipolare, di possibile neutralizzazione reciproca. Il problema è che ogni mutamento negli equilibri internazionali, ogni imprudenza in questi equilibri mutati può produrre una catastrofe e, persino, una vera e propria Apocalisse.
Non rimane che una possibilità (fascinoso tema di possibili finzioni Fantascientifiche, forte ed efficace per il suo inevitabile realismo). Una nuova Rivoluzione Culturale Planetaria, simile a quella che ha sconvolto l’Europa e fondato l’etica borghese: la Riforma Protestante. I contenuti e le modalità di questa Riforma Planetaria, premessa indispensabile per il superamento dello stato di cose esistenti, indispensabile anche per accelerare il processo di maturazione del Popolo Americano, non sono prevedibili. Se ne possono però stabilire alcuni dei valori condivisi che è inevitabile contenga: rispetto reciproco tra i popoli, ripudio della guerra, poteri effettivi di regolazione dei conflitti affidati a organismi internazionali, sostegno alla crescita delle economie svantaggiate, rispetto della Terra ecc. ecc.
In questa Rivoluzione Culturale (quindi anche filosofica, etica e ideologico religiosa) credo. Questa Rivoluzione Culturale ritengo necessaria.
A questa Rivoluzione, nel mio infinitesimale piccolissimo, lavoro da molti anni.
Queste note ne costituiscano insieme la testimonianza e la continuazione.

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