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4 agosto 2011 / miglieruolo

Re Artù, leggenda o storia?

Spero di contraddirmi, temo però che questo sarà il mio ultimo post prima dell’inizio dell’autunno. Mi scuso con coloro che seguono il blog, ai quali auguro una bellissima estate. Come la auguro a tutti coloro che hanno fatto in modo di guadagnarsela non disertando le urne nei recenti referendum. Grazie.
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Re Artù, leggenda o storia?
Di Mauro Antonio Miglieruolo

Nel 1998 a Tintagel, alcuni archeologi si imbattono in un reperto straordinario.

Durante scavi archeologici viene portata alla luce una lastra usata come copertura di uno scarico. La lastra, che prima di rompersi sembra facesse parte della decorazione di una parete in un palazzo, riporta la seguente iscrizione:
PATER/COLI AVI FICIT/ARTOGNOU
(Artognù, padre di Coli, ha fatto costruire questo)
La stampa si getta sulla notizia con la consueta propensione al sensazionale. Presenta la scoperta come la prima irrefutabile prova dell’esistenza storica del leggendario Re Artù. Subito dopo uno dei responsabili degli scavi interviene a correggere le esagerazioni e strumentalizzazioni dei media, esagerando forse a sua volta. Ecco come:

Sull’iscrizione i media hanno letteralmente scatenato la fantasia, ma sia sufficiente dire che [l’iscrizione] in nessun modo può essere letta o intesa come Artù.

In quanto profano e incline allo straordinario, la rettifica in me rafforza piuttosto che cancellare l’entusiasmo per la scoperta. Ai miei orecchi il nome Artù ha più che una discreta assonanza con l’iscrizione Artognou. Mi sembra più che probabile che il decorso del tempo abbia permesso che Artognù si contraesse nell’Artù che conosciamo, assecondando un costume ancora in voga ai nostri giorni (Es: Francé per Francesco; Toni per Antonio ecc.). La credibilità dell’ipotesi è rafforzata dalla presenza della citazione del nome Coli, individuato come il Re coevo Coel Hen (il vecchio Re cole), la cui esistenza storica è comprovata.
Mi sono chiesto il perché non della smentita, ma del tono perentorio, nonché scientificamente imprudente della smentita stessa. Non si può trattare di prudenza proprio perché l’impostazione, coi suoi toni perentori, suona alquanto avventata. Né credo ci si possa illudere di poter freddare gli entusiasmi limitandosi alle abiure, senza apporre valide argomentazioni (i miei infatti non sono stati freddati). Mi sembra infine che sarebbe stato più proficuo appellarsi alla necessità di aspettare altre prove prima di trarre conclusioni che non trincerarsi, come implicitamente fa il ricercatore, dietro l’autorità di una competenza che, se pur indiscutibile, non può essere messa avanti in quanto tale, ma dovrebbe legittimarsi entrando nel merito delle questioni. Ed anche nei perché e per come delle illusioni.
Sia come sia, resta il fascino dell’eccezionale indizio venuto alla luce. È ancor più la sottolineatura che intendo effettuare sulla differenza esistente tra l’opinione dell’esperto (che sembra una chiusura corporativa a difesa di uno spazio considerato di propria esclusiva di competenza, spazio che però non è totalmente scientifico, essendo anche parte della poesia); e quella del NON esperto che, di là dalle immediate esigenze di adesione all’oggettività scientifica, che pure condivide, fa riferimento a una conoscenza del mondo che non è affare di soli numeri e fredda razionalità, ma anche di intuizione e fantasia, gli stessi ingredienti che rendono vivibile il pattume quotidiano. Se le pezze d’appoggio oggettive sono importanti, altrettanto importante è sentire il mondo, aderire ad esso attraverso l’esperienza e la percezione; per esplorarlo, ma anche per reinventarlo, in modo da farne un luogo che sia vero secondo la razionalità scientifica e giusto secondo le esigenza di manifestazioni della propria umanità e del sé interiore.
La pratica scientifica reale, quella che permette ai ricercatori di approdare alle più importanti scoperte, si muove appunto su ambedue gli ambiti, anche se le enunciazioni teoriche non ne tengono conto. All’origine di ogni grande scoperta non c’è la noiosa defatigante prassi di laboratorio, anche se questa è la descrizione che per lo più i tecnici forniscono della loro attività (in genere tale prassi viene dopo, dopo l’intuizione, la quale si attiva positivamente in virtù delle specifiche competenze dello scienziato); c’è piuttosto il presentimento, la folgorazione dell’attimo, che si presenta come immagine o come sensazione; ed è questa folgorazione a permettere allo scienziato di superare l’ostacolo epistemologico che gli si pone davanti. Tale è almeno la descrizione che alcuni investigatori della natura danno delle modalità con cui sono riusciti a trovare il bandolo della matassa: l’illuminazione improvvisa, un lampo di fantasia che li porta d’un balzo oltre i limiti dell’esistente conosciuto.
Quel che manca dunque al ricercatore tipico non è solo l’umiltà – consapevolezza dei limiti della razionalità scientifica – ma anche una completa consapevolezza della sua pratica effettiva. Andando di là dalle ideologie della scienza la verità è che una vera filosofia delle dinamiche che portano alle formulazione di nuovi paradigmi scientifici è tutt’ora da costruire.

Di più. Appoggiandosi su Gaio Petrovic e in accordo con lui si può osservare come la conoscenza sia attività umana sensibile, sia prassi, azione, iniziativa: come sia frutto della complessità dell’azione umana, della quale fa parte integrante la percezione (sentire il mondo) e l’intuizione: i medesimi ingredienti necessari per approdare al sensibile della poesia. Cioè la scienza prima di essere competenza è una specifico atteggiamento nei confronti del mondo, è dato da un atteggiamento di apertura rispetto alla oggettività-realtà che può essere tale a condizione di lasciarsi assecondare dalla fantasia e dal sogno.
Nel caso preso in esame, di là dal legittimo desiderio di ottenere una verifica archeologica più completa di una leggenda specifica, quella di Re Artù, con o senza Cavalieri della Tavola Rotonda, non solo mi permetto di leggere con sufficienza una smentita quale quella sopra esposta; ma mi sento anche in diritto di rivendicare, per una volta insieme ai mass media, il mio diritto a considerare l’indizio elemento sufficiente a mettere in moto, con la dovuta prudenza, la mia fantasia. Non però per mera adesione a un principio ludico, ma proprio considerando che sarà essa fantasia, se sostenuta dalla ragione, a trascinarmi oltre l’arbitrio; e sarà sempre lei a aiutarmi a approdare nei territori dell’oggettività scientifica, e quindi anche a possibili elementi di conoscenza intorno alla favola di Re Artù. Ormai è appurato che ogni leggenda contiene elementi di verità più o meno simbolica che, oltre al proprio valore intrinseco, possono addirittura far da traino alla stessa ricerca. Non sarebbe la prima volta infatti che la verifica sul campo conferma tradizioni considerate fino a quel momento pura leggenda (es.: L’Iliade e la scoperta di Troia).
Re Artù è esistito? Non è esistito? Forse non lo sapremo mai. Personalmente di una cosa sono certo. Che la leggenda di Re Artù, col suo implicito portato di nobiltà interiore e di purezza di sentimenti, è importante comunque per noi: poiché il sogno che la anima è nostro, è di noi tutti, è del mondo,

La testimonianza di un poeta di quei tempi:

Lo Re Artù k’avemo perduto
Cavalieri siamo di Bretagna
ke vegnamo de la montagna
ke l’omo appella Mongibello.
Assai vi semo stati ad ostello
per apparare ed invenire
la veritade di nostro sire
lo Re Artù, k’avemo perduto
e non sapemo ke sia venuto.
Or ne torniamo in nostra terra
ne lo reame d’Inghilterra

Gatto Lupesco

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One Comment

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  1. Claudia. / Ago 4 2011 14:09

    Certo che sono d’accordo con te! La leggenda di Re Artù e dei suoi Cavalieri della TAvola Rotonda e di Lancillotto sono importanti per il nostro vivere quotidiano, anche se spesso lo scordiamo.

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