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13 ottobre 2011 / miglieruolo

Galileo Vs Bellarmino

In luogo della prima parte dell’intervista rilasciata a Albert Henriet inserisco questo breve pezzo sullo storico contrasto tra Galielo e Bellarmino effetto della volontà della Chiesa, volontà che mantiene a tutt’oggi, di limitare la libertà scientifica. Un contrasto che prende forma nel processo a Galileo del 1633, ma preceduto da una pratica di intolleranza e oppressione secolare il cui episodio più conosciuto, e colpevole, è quello che ha portato al rogo Giordano Bruno, bruciato vivo in Campo de’ Fiori a Roma il 17 febbraio del 1600.


L’inizio dell’evo moderno di norma è fatto corrispondere con la scoperta delle Americhe, una prodigiosa congiuntura storica che non ha ancora finito di produrre i suoi effetti. È mio parere invece che debba essere spostata a un secolo più tardi, al momento della svolta epocale prodotta dallo scontro tra sostenitori del Sistema Copernicano e Sistema Tolemaico. Questo scontro storicamente prende corpo nella contesa, giuridica più che scientifica, che oppone Galileo a Bellarmino, incaricato dalla Chiesa di redimere la controversia tra Copernicani e Tolemaici a favore di questi ultimi. Non si tratta di uno scontro tra uguali, di una contesa simile alle tante che, nei secoli successivi, segneranno il cammino delle scienze. Galileo solo in via subordinata viene chiamato a rispondere della correttezza scientifica delle proprie teorie, perché principalmente compare davanti al Tribunale dell’Inquisizione nelle veste di credente e credente in odore di eresia, di attentatore al predominio ideologico e politico ecclesiale. Con la sue scoperte ha implicitamente messo in dubbio l’autorità della Bibbia e perciò stesso l’autorità della Chiesa, che ne è l’interprete. Dato il tipo di controversia (e il tipo di Tribunale di fronte al quale è chiamato a discolparsi), a Galileo non è dato sostenere le proprie convinzioni in piena libertà; anzi, in realtà non è neppure previsto che le sostenga, poiché al fondo da lui non si vuole altro che l’abiura e il pentimento. Ma questo è in contraddizione con la libertà di ricerca che è essenzialmente libertà di coscienza, libertà di provare e sbagliare, libertà di entrare in urto con le vecchie credenze, di metterle in dubbio anche basandosi su ipotesi che si riveleranno infondate (unico modo per arrivare a elaborarne di altre fondate). È inevitabile dunque che Galileo, consapevole dell’enormità che si cerca di imporgli (la rinuncia a essere l’unico arbitro delle proprie ricerche) opponga resistenza. Rendendosi conto però del pericolo a cui è esposto (la Chiesa considera “reato” gravissimo ogni sostegno alla teoria Copernicana – reato che potrebbe condurlo davanti al boia), preso atto della situazione, è costretto a cedere. Pronuncia le fatali parole che la Chiesa vuol mettergli in bocca. L’abiura arriva e Bellarmino trionfa.
Si può bene immaginare la qualità e modalità del confronto; oppure, senza scomodare l’immaginazione, ci si può chiudere in una biblioteca e leggere gli atti di quel famoso processo. In un caso e nell’altro si dovrà prenderà atto di parole e atti indecorosi. Si potrà intuire il conflitto tra lo scienziato e il fedele, tra l’audace pensatore e il debole intellettuale; e si indovineranno gli sguardi, la relativa inefficacia delle argomentazioni, l’intensificarsi delle minacce, il terrore di Galileo nel momento in cui gli vengono mostrati gli strumenti della tortura, per concludere col drammatico epilogo. Non mi soffermerò su tali teatrali aspetti della controversia, già così ben trattati da altri. Quel che mi interessa è confrontare le opposte epistemologie , che derivano da due opposte concezioni del mondo. Ma anche e soprattutto rappresentare le due differenti personalità e le conseguenze che ognuna produce attraverso il proprio intervento.
Galileo ritiene che i segreti dell’esistente possano essere decifrati, oltre che dalla lettura della Bibbia, esaminando il “gran libro della natura”, libro scritto personalmente da Dio (essendo il primo “libro” solo dettato o ispirato). Compito della scienza sarebbe appunto di sfogliare questo gran libro e di riassumerne il contenuto all’umanità. Galileo inoltre non ha alcun dubbio sulla rappresentazioni teoriche elaborate: esse rispecchiano fedelmente la realtà. I concetti che sta costruendo nascono da ciò che vede, da ciò che comprova ideando gli appropriati esperimenti; per lui dunque la scienza rappresenta il mondo così com’è, essendo infinitamente trasparente all’osservazione umana . La Chiesa e per essa Bellarmino, ritiene invece che ogni parola sul Mondo sia già stata pronunciata e scritta a chiare lettere nel “libro dei libri”; per cui il primato delle fonti di conoscenza spetta alla Bibbia, sulla cui interpretazione ha potere assoluto. Da questo deriva il sospetto e l’ostilità con cui assiste alla fondazione di autorità intellettuali tendenzialmente fuori dal suo controllo. Costretto (e autocostretto) negli angusti limiti di tale concezione (e tali indebite necessità), Bellarmino non trova alcun punto di mediazione che consenta il dialogo col suo interlocutore. In verità le sue opinioni e i suoi propri doveri neppure gli suggeriscono l’opportunità di cercarlo. Ha la forza dalla sua e decide di usarla. Dopo aver cercato di “convincere” si arrende alla necessità di costringere. Propone allora a Galileo di ammettere pubblicamente che la sua adesione al sistema di Copernico è stata strumentale, un artificio adottato per rispondere alla esigenza di semplificare le operazioni matematiche necessarie al calcolo delle orbite dei pianeti (e delle eclissi), operazioni che risultano complessissime con il sistema Tolemaico. Basterà questa ammissione per far archiviare il processo a suo carico.
La richiesta non è di poco conto. Galileo in sostanza, in contrasto con le proprie convinzioni e la prassi scientifica inaugurata, dovrebbe diventare garante di una tesi che al fondo nega ogni facoltà da parte della scienza di produrre vere conoscenze: essa sarebbe capace tutto al più di elaborare griglie interpretative della realtà che rispondono a fini umani e umanamente limitati.
Una scienza strumentale, dunque, quella prefigurata da Bellarmino. Una scienza che procede per astrazioni e produce convenzioni. Una scienza che entra in irrimediabile rotta di collisione con i convincimenti Galileiani, il quale invece crede fermamente (e correttamente) che Copernico descriva ciò che di fatto accade nel sistema solare.
Per le teorie delle scienze prevalenti oggi, teorie lontane dal realismo ingenuo degli albori della Fisica, le conoscenze solo indirettamente sono il frutto dell’osservazione del mondo. La ricerca sulla fisica delle particelle ad esempio, che è diventata il nocciolo della Fisica medesima, nonché quelle sulla chimica, vengono attuate in ambienti artificiali costruiti ad hoc (non quindi esplorando direttamente la materia); ambienti nei quali entrano a far parte i concetti che li ispirano e dentro cui si muovono. Questi ambienti, inesistenti in natura, vengono chiamati “oggetti scientifici” proprio per distinguerli da quelli reali. Le risposte che si possono ottenere dallo studio di questi oggetti risentono dei medesimi limiti e della medesima parzialità e artificiosità della loro concezione. Sono fecondi, ma limitati. Le teorie scientifiche che ne conseguono se sono adatte alla manipolazione della natura, non ne danno che una rappresentazione imperfetta, che può risultare fuorviante assumere acriticamente.
Tali moderne concezioni sulle caratteristiche della scienza possono essere imparentate, anche se alla lontana, con la pretesa del Cardinale Bellarmino di attribuire alla scienza una mera funzione di modello interpretativo della realtà (e non descrittivo della realtà stessa). Dobbiamo perciò ammettere, sebbene a malincuore, che Bellarmino, nello specifico della contesa, aveva ragione; o quantomeno aveva meno torto di Galileo.
Quel che però è interessante porre bene in evidenza in questa contesa è la responsabilità personale del Cardinale; il quale se da una parte è obbligato a assumere, per i doveri propri all’ufficio che svolge, le posizioni che assume; dall’altra vi è coinvolto con piena partecipazione, senza manifestare tentennamenti o esitazioni; senza operare alcun tentativo di deviarne il corso prescritto, o quanto meno mitigarne l’asprezza (tant’è che non impedisce agli inquisitori di alludere agli efficacissimi metodi con cui è possibile far cambiare idea agli imputati). Bellarmino è convinto di avere ragione e non intende rinunciare ad averla. È convinto anche che il processo medesimo costituisca una buona ragione, in quanto ha lo scopo, per lui vitale, di ristabilire il predominio della Chiesa. Convinzioni personali, ortodossia e desiderio di avere ragione, per lui costituiscono un tutt’uno. All’opposto di Galileo, non lavora in favore della verità, di quel poco di verità che la scienza può offrire, ma è interessato esclusivamente al trionfo della sua verità. Le sue motivazioni sono censurabili, quelle di Galileo decorose, rispettabili: esse costituiscono la condizione inderogabile per esplorare, capire, cercare nel buio quel poco di luce che all’uomo è concesso acquisire. È questo diverso atteggiamento che, nonostante i suoi limiti concettuali, rende fecondi e alla lunga insopprimibili gli orientamenti di Galileo; ed è sempre questo diverso atteggiamento che rende sterile e alla lunga dannosa per la stessa Chiesa, il trionfo di Bellarmino.
La rottura con la Comunità Scientifica è infatti radicale e insanabile (e apre la strada a ulteriori conflitti). Questo frattura purtroppo va di là dalla Chiesa medesima, coinvolge la religione e ogni tentativo di esplorazione dell’invisibile. Da quel momento ogni passo dato per cercare il senso della vita oltre la chimica della vita stessa è visto dagli scienziati con sospetto e avversione. I valori etici vengono vissuti come mero intralcio. L’unica realtà a cui prestar fede è quella dei sensi, è quella della materia considerata quale orizzonte unico e assoluto dell’essere umano. A distanza di secoli, nonostante i cambiamenti intervenuti nella Chiesa e nonostante una coraggiosa (anche se parziale) autocritica, la divisione non si è ancora del tutto ricomposta. Si tratta dell’inevitabile frutto avvelenato che fa maturare ogni imposizione sull’altro; è la conseguenza di ogni volontà di ricondurre l’altro alle proprie convinzioni, di ogni tentativo – per ragioni reali o immaginarie, fondate o meno – di sopprimerne la libertà.
Il paradosso di questa vicenda è che Bellarmino, fine intellettuale, uno degli uomini più colti e intelligenti della sua epoca, con la sue azioni mortifica l’intelligenza, e la punisce. Non vale l’intelligenza se non è accompagnata dall’intenzione di farla funzionare positivamente per comprendere l’oggettività. Le inique motivazioni di Bellarmino, motivazioni che attengono all’esercizio del dispotismo politico-religioso e alla sopraffazione del dissidente, annullano il carattere fecondo della sua migliore epistemologia. Non sono quelle probabilmente le sue intenzioni, ma è quello che ottiene il suo aver voluto aver ragione, la sua arroganza intellettuale: fare terra bruciata attorno a sé e alla cultura.
Le spese peggiori le pagherà proprio l’Italia. Sappiamo che Galileo, sottoposto alle soverchianti premure dell’Inquisizione, dopo aver tentato di tergiversare, è costretto a cedere. Accetta di tacere. Il suo esempio e la soffocante coltre di conformismo di cui è il primo effetto, impongono il silenzio all’intera comunità intellettuale di cui è parte. Non a tutti i pensatori, naturalmente e non subito; ma quel che è accaduto è un fatto troppo forte per rendere possibile, nella circostanze psicologiche, sociali e storiche della Controriforma, mantenere una propria indipendenza di giudizio e soprattutto la volontà di coltivarla (il medesimo destino di Giordano Bruno è lì per ammonire tutti). Ha inizio così un declino nelle cose che porterà in breve tempo alla perdita di quel primato che, non solo nelle scienze ma anche nell’arte, l’Italia si era guadagnata.


Appendice : Condanna e abiura di Galileo (sottolineo, a maggior disdoro dei membri del Sant’Uffizio che tra le condizioni della condanna è incluso anche l’obbligo alla delazione, a cui è obbligato a impegnarsi esplicitamente Galileo; vedi, più sotto: ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d’eresia lo denonziarò a questo S. Offizio…)

[…].Diciamo, pronuntiamo, sententiamo e dichiariamo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S. Off.o vehementemente sospetto d’heresia, cioè d’haver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch’il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un’opinione dopo esser stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni et altre constitutioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate.[…] Et acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e transgressione non resti del tutto impunito, et sii più cauto nell’avvenire et essempio all’altri che si astenghino da simili delitti, ordiniamo che per pubblico editto sia prohibito il libro de’ Dialoghi di Galileo Galilei. Ti condaniamo al carcere formale in questo S.° Off.° ad arbitrio nostro; e per penitenze salutari t’imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitentiali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare, o levar in tutto o parte le sodette pene e penitenze. Et così diciamo, pronuntiamo, sententiamo, dichiariamo, ordiniamo e reservamo in questo et in ogni altro meglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo.
Ita pronun.mus nos Cardinales infrascripti:

” …. Io Galileo, figliuolo del quondam Vincenzo Galileo di Fiorenza, dell’età mia d’anni 70, costituto personalmente in giudizio, e inginocchiato avanti di voi Eminentissimi e Reverentissimi Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l’eretica pravità generali Inquisitori; avendo davanti gl’occhi miei li sacrosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani, giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l’aiuto di Dio crederò per l’avvenire, tutto quello che tiene, predica e insegna la Santa Cattolica e Apostolica Chiesa.
[…]Pertanto volendo io levar dalla mente delle Eminenze Vostre e d’ogni fedel Cristiano questa veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla Santa Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simil sospizione; ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d’eresia lo denonziarò a questo S. Offizio, o vero all’Inquisitore o Ordinario del luogo, dove mi trovarò.
[…]Io Galileo sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obligato come sopra; e in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiurazione e recitatala di parola in parola, in Roma, nel convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633.

3 commenti

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  1. Claudia. / Ott 13 2011 14:52

    Un articolo veramente interessante, l’ho letto co vivo piacere.

  2. grandeclaudios / Ott 13 2011 16:17

    “…una religione, come il cristianesimo, che non si trova a contatto con la realtà in nessun punto, e che crolla non appena la realtà anche soltanto in un punto afferma il suo diritto, deve logicamente essere nemica mortale della “sapienza del mondo”, voglio dire della scienza…..la fede come imperativo è il veto contro la scienza, in praxi la menzogna a qualsiasi costo….Paolo comprese che la menzogna – la fede- era necessaria…quel Dio che Paolo si era inventato, un Dio che “confonde la sapienza del mondo”…chiamare Dio la propria volontà….”. Nietzsche L’Anticristo Adelphi pag.66
    “…l’intero ordinamento etico del mondo è stato escogitato contro la scienza….l’uomo non deve guardare fuori di se, deve guardare dentro di se…” ibid. pag.68
    “…fede significa non voler sapere quel che è vero…l’assoggettamento alla menzogna…” ibid. pag 74

  3. Franco / Ott 21 2011 00:53

    Una volta, discutendo con un noto professore di Sociologia della Bicocca, non molto religioso e per di più di sinistra, mi sono sentito dire che Belramino aveva ragione. Non essendo io un filosofo, non avevo molti argomenti per ribattere, se non questo: certo che aveva ragione Bellarmino… dal SUO punto vista. La questione è se il suo punto di vista era il migliore e il più giusto. Ovviamente io penso di no, ma mi mancavano i mezzi espressivi per dirlo chiaramente. TU lo hai fatto molto bene. Copmplimenti vivissimi.

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