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25 ottobre 2011 / miglieruolo

Riflessioni su un post di Enrico Euli

per l’articolo di Euli vedi:
http://danielebarbieri.wordpress.com/2011/10/24/chiarimenti-e-blackbloc/#more-6039

Non è con una né con cento o mille manifestazioni, raccolta firme, scioperi parziali, scioperi generali, tendopoli, blocchi del traffico, scioperi della fame o della sete,

azioni di resistenza militante, comizi e discorsi parlamentari che si possono spostere i rapporti di forza politici: è piuttosto tramite l’insieme di tutte queste iniziative, a patto che mirino non solo agli effetti immediati, ma siano costruite al fine di produrre coscienza politica, alias costruzione dell’opposizione di classe tramite la denuncia dell’oppressione e dello sfruttamento. A patto, inoltre, che vi siano una o più organizzazioni politiche in grado di capitalizzarle e rilanciarne la prosecuzione.

Dunque, modificare i rapporti di forza è effetto della capacità di  produrre coscienza, nello stesso tempo che la coscienza politica, modificando i rapporti di forza, amplifica se stessa , espande la sua area d’azione. A tale scopo è essenziale l’assoluta chiarezza sulle effettive possibilità che si hanno, nei tempi brevi, medi e lontani di incidere sulla realtà (stare sempre con i piedi ben piantati in terra, anche quando si stia parlando dell’Utopia Comunista); nonché sugli obiettivi con i quali si ritiene possibile mobilitare le masse, sulle prospettive unitarie, sulle alleanze, sui protagonisti delle lotte e sull’affidabilità nella lotta dei ceti interpellati.

Nel valutare gli effetti delle iniziative poste in atto bisogna considerare anzitutto che elemento fondamentale del processo di modifica dei rapporti di forza tra le classi è l’atto stesso di interpellare le masse, di coinvolgerle e farle uscire dalla passività in cui il capitale le costringe, qualunque sia l’importanza degli altri obiettivi raggiunti.

La rottura dell’isolamento in cui sono tenute le persone è il primo fondamentale passo. Finché ognuno sta solo di fronte al potere collettivo dello stato, debole proprio per il fatto di essere costretto nel ruolo di individuo e non persone che compongono una classe, senza potersi confrontare altri che con la propria debolezza ideologica e materiale, è con molta dificoltà che può maturare pensieri di ribellione contro lo sfruttamento e l’oppressione. L’imponente apparto ideologico di stato, le sue immense risorse repressive, con il ricatto della disuccuopazione sempre incombente, incalzato da innumerevoli bisogni che sempre meno è in grado di soddisfare, il cittadino implode, si lascia travolgere da tutti quei problemi, perde di vista la possibilità di risolverli una volta per tutte. Ma ecco che interviene una qualsiasi di queste inziative e gli individui tornano a essere persone, raccordate tra loro dai loro bisogni e illuminate dalla prospettive offerte, quando vengono offerta. Sono gradualmente rigenerati da pensieri nuovi, pensieri diversi, ALTERNATIVI rispetto ai pensieri dominanti. Basta questo a capire l’importanza che riveste anche la più piccola inziativa condotta a questo scopo; e comprendere il perché anche le lillipuziane siano vissute con fastidio e se possibile represse o ostacolate dall’avversario di classe.

Contarsi inoltre non è faccenda trascurabile, come qualcuno forse crede. Produce coraggio, voglia di ripetere, di ampliare temi e obiettivi. Anche potersi parlare in modo diverso dall’imbarazzante incontro occasionale nell’androne di un condomio o chiusi in un ascensore, è importante. Ascoltare qualcuno sui temi che hanno originato quell’incontro, in una faccia a faccia, senza prediche da nessun pulpito, è di per sé efficace, è faccenda importante. Anzi, anche questa fondamentale. Quand’è infatti che le masse hanno la possibilità di esprimersi, di scambiarsi opinioni, di essere stimolate a averle e a considerla importanti? Quando, se non nelle manifestazioni, comizi, banchetti per la raccolta di firme, nelle campagne di denuncia, nell’azione di propaganda porta a porta?

Anche sperimentarsi come cittadini, sbagliare, offrirsi la possibilità di correggersi, aiutarsi l’un l’altro a capire, è fondamentale. Sempre che le inizaitive non puntino a “far passare una linea”, ma offrano, appunto, materia di riflessione e possibilità di confronto.

Ogni iniziativa, al chiuso, all’aperto o durante una festa, che non sia un mero confronto da militanti ultraideologizzati, che punti a stimolare la partecipazione e la discussione franca delle opinioni, non può che produrre opposizione, coscienza della necessità di porrla in atto e strumenti per porla in atto. Ma soprattutto sono funzione della possibilità delle masse di scoprire la propria forza e provare il gusto di esercitarla. Il potere di cambiare è nelle mani di ogni sfruttato e ogni oppresso: convincersi che cambiare è possibile parte dalla possibilità stessa di stabilire contatti, il che porta a scoprire la possibilità e opportunità di unire il proprio destino a quello dei tanti altri, stabilendo una catena che nessuna repressione può riuscire a spezzare.

In quest’ottica l’uso della forza, contro la violenza dell’avversario di classe, contro i suoi complotti, le sue menzogne, i suoi inganni, il suo odio profondo per le masse, la sua predisposizione alla strage, se è attuata a fini di autodifesa e protezione dei partecipanti all’inziativa, non solo è opportuna, ma persino doverosa. Non porre in atto inziative di resistenza per dar modo alle masse che non intendono battersi di rifluire è di per sé colpevole, se non suicida. Crea nelle masse il sospetto di essere stati mandati allo sbaraglio. Crea diffidenza, allontanamento dalla lotta. Qualunque formazione assuma la responsabilità di una iniziativa politica, per non tradurre il tutto nella strumentalizzazione della generosità dei partecipanti, deve assumersi la responsabilità della protezione fisica e poi legale di coloro che sono investiti dalla repressione poliziesca. Il militante che va in galere per difendere chi ha avuto fiducia in lui, mantiene e anzi espande quella fiducia. Il militante che invece ritiene possibile forzare la mano alle masse, rompe il suo rapporto con le masse, determina indisponibilità alla ulteriore prosecuzione delle lotte.

Spingere le masse all’uso della foza è quanto di più sbagliato possa esserci. Politicamente un crimine. L’avanguardia può e deve esser un passo avanti coloro che tenta di coinvolgere, ma uno solo, non due. Se inavvertitamente compie questo secondo passo deve affrettarsi a tornare indietro. E fare autocritica al fine di comprendere il perché di quell’errore. Non parlo poi di bruciare macchine, compire atti di vandalismo e altre amenità a cui cpaita di assistere, questo è proprio inammissibile!

Se poi invece sono le masse a volersi battere, allora stare al loro fianco, per frenare la avanguardie di massa quando queste ultime si spingono prematuramente avanti (quando anche loro diano il passetto in più che possa esporre alla repressione); e invece sostenerle materialmente e ideologicamente quando accennino a sbandare; e continuare la lotta anche nei momenti di pausa che esse si concedono, sapendo stare all’altezza dello scontro che le stessa cominciato a portare avanti. Senza esitare, stando sempre in prima linea, dando l’esempio e mostrando di essere disposti ai più ampi sacrifici pur di realizare gli obiettivi che il movimento si è dato. Incluso quello di mettere in pericolo la propria organizzazione (se se ne possiede una) quando inevitabile.

Avanzare con le masse quando si tratti di avanzare, ripiegare quando si tratti di ripiegare: quando ci si accorga di essersi spinti troppo avanti e si rischia di perdere il più dei partecipanti.

Tutto questo però senza mai farsi illusioni sulle proprie possibilità (SEMPRE CON I PIEDI BEN PIANTATI IN TERRA, sognare sì, ma senza inventare); senza farsi illusioni sulle capacità taumaturgiche dell’uso della forza (il primato è e resta della politica), illusioni sulle possibilità che gli episodi cambino il quadro dell’insieme. Ribadisco: è l’insieme degli episodi, se coordinati e indirizzati correttamente, che può cambiarlo.

Senza farsi illusioni: quando sarà venuto il momento lo sapremo per il semplice fatto che le masse ci scavalcheranno e saranno loro a spingere la maggior parte di noi in avanti. A costringerci a assumerci le responsabilità che, a furia di evocarle, sono diventate nostre. Tra le quali non eslcudo, oggi, quella di porre attenzione alle vite di tutti, persino di coloro che ci vengono scagliati contro dai deliquenti che ci governano e che non possono MAI essere il vero obiettivo delle nostre azioni di resistenza.

Autodifesa sì, non offesa. L’offensiva è sempre politica. Il ricorso all’uso offensivo della forza è solo l’atto finale di un lungo (forse decennale) processo, non il nostro pane quotidiano. Altrimenti si rischia di cadere nel prototerrorismo e forse nel terrorismo aperto, mettendo in pericolo tutto il lavoro fatto e i risultati conseguiti.

Mai dimenticare che la nostra vocazione è per la vita, non per la morte. Che ogni atto di autodifesa è posto in atto per pura necessità, perché non ci viene lasciata altra scelta che quello di farvi ricorso.

Perciò rassegniamoci al defatigante, oscuro lavoro di preparazione delle condizioni che permetteranno il sorgere di una nuova alba dell’umanità.  Non esiste altra scelta. Non scorciatoie. Ma la maturazione che porta con sé il tempo, la pazienza e il lungo scavare della talpa comunista. Il fausto giorno in cui il tunnell sarà finito, quel fausto giorno tutti gli infreddoliti dal lungo lavoro di produrre lotte e produrre coscienza, coloro che per troppo tempo sono rimasti esposti al vento della repressione, allora e solo allora, potranno sdraiarsi sulle spiagge del nuovo mondo e godere il caldo sole dell’avvenire.

mam

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2 commenti

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  1. grandeclaudios / Ott 26 2011 07:19

    BELLISSIMO ARTICOLO!!! SOLO CHE NON CAPISCO IL FINALE:
    “……..Non esiste altra scelta. Non scorciatoie. La maturazione che porta il tempo, la pazienza e il lungo scavare della talpa comunista. Il fausto giorno in cui il tunnell sara finito, quel fausto giorno tutti gli infreddoliti dal lungo lavoro di produrre lotte e produrre coscienza, coloro che per troppo tempo sono rimasti esposti al vento della repressione, allora e solo allora, potranno sdraiarsi sulle spiagge del nuovo mondo e godere il caldo sole dell’avvenire”
    CHE DELUSIONE! “CIARISIAMO” CON IL SOL DELL’AVVENIRE. E I MILIONI DI MORTI? I MILIONI DI INCARCERATI? LE LOTTE INUTILI E FALLITE PER CENTO ANNI? E IL FALLIMENTO DEL COMUNISMO OVUNQUE SI E’ INSTALLATO? PRIMA DI INIZIARE TUTTO QUESTO “LAVORO” NON SAREBBE MEGLIO CERCARE DI CAPIRE “COSA FARE” PIUTTOSTO CHE RIPROPORRE “LA TALPA COMUNISTA” O ADDIRITTURA “IL SOL DELL’AVVENIRE”?

  2. miglieruolo / Ott 28 2011 23:23

    hai ragione sulla (previa) necessità di capire. E’ quel che stiamo facendo, in molti (anche se non abbastanza): capire il “che fare”. Non un lavoro facile, dopo il gigantesco trionfo della borghesia a cui abbiamo assistito; dopo che questo trionfo ha comportato il ritorno della povertà nell’opulento mondo Nord Occidentale, le guerre permanenti e il precariato a go-go.
    Quel che non capisco è il fastidio che manifesti per l’evocazione del sol dell’avvenire. E l’accostamento automatico dell’idea di progresso e cambiamento con i milioni di morti. Sognare un futuro migliore per te equivale forse a istigazione all’assassinio di massa? Non credevo fossi da classificare tra coloro che, con riflesso pavloviano, accostano ogni discorso di speranza con l’apocalisse. Ma forse è troppo tempo che non ci vediamo e troppa acqua è passata sotto i ponti.
    mam

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