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27 ottobre 2011 / miglieruolo

ALBERTO HENRIET INTERVISTA MAURO ANTONIO MIGLIERUOLO – 2

Segue la seconda parte dell’intervista postata il 20 ottobre. Come nella prima parte le domande sono in corsivo e in grassetto le risposte.

6) Qual è il suo rapporto col cinema? Esistono film e registi da lei preferiti? Se sì, li riusa nei suoi racconti? Per cinema, non intendo, naturalmente, solo quello fanta­scientifico.

Frequento poco il cinema. Da quel poco ho tratto un certo apprezzamento per Fellini, Kubrik e pochi altri. Ritengo non abbia avuto influenza su di me, ma non glielo saprei dire con certezza.

7) Come nasce un racconto di Miglieruolo?

Non nasce. Si autodetermina. D’improvviso si vuole scrivere e trova la strada per realizzarsi. A volte neppure lo chiede. Approfitta che ho in mano una penna. Quando invece nasce, come nascono i bambini, con una gestazione, il travaglio del parto, il primo vagito, nasce facilmente povero, legnoso, forse anche lagnoso…

8) Lei spesso è considerato un autore impegnato a livello politico e sociale. Quale ruolo devono avere, per lei, la politica e l’impegno civile in una creazione letteraria?

Nessuno. L’autore deve essere impegnato, il racconto disimpegnato. Non esiste impegno civile nel racconto. O meglio, non esiste racconto senza impegno civile…

Non sembra, ma le due affermazioni si equivalgono. Nel senso che l’impegno civile onnipresente per ciò stesso è come se fosse assente; e nel senso che il disimpegno nel racconto non è altro che leggerezza, la capacità dell’autore di presentare il proprio presente ideologico in una forma tale da parere spontanea e da risultare inavvertita. Cioè, il racconto disimpegnato è il racconto dove il materiale ideologico e la rappresentazione della condizione umana sono così tanto elaborate artisticamente che quel che appare a una prima lettura è la storia (il plot) e alla seconda o terza lettura la forma (linguaggio, stile, struttura) che la storia racchiude; mai, se non sotto il microscopio del ricercatore, dopo uno sforzo specifico di riflessione, la concezione del mondo e l’obiettivo peculiare che la muovono.

Questo nel caso ottimale. L’efficacia relativa, inclusa l’apparente neutralità, del risultato dipende dalla profondità a cui l’autore attinge e addiviene e dal tipo di ideologia a cui fa riferimento. Se la profondità è sufficiente il messaggio risulta implicito, non detto, c’è senza risultare. Altrimenti risulta senza esserci (senza, cioè, l’efficacia necessaria al suo “esserci”). Se l’ideologia è quella dominante, questa, forte della sua propria evidenza, sospinta dal suo essere “spontanea”, non appare. Il racconto non è dunque altro che il risultato di un gioco di prestigio in cui l’autore mente anzitutto a se stesso (anche se non sempre) e poi al lettore ideale a cui fa riferimento. Mente non per mentire, ma per meglio far passare la verità o le verità in cui crede.

In quest’ottica esiste notevole differenza tra l’autore “impegnato”, cioè quello che fa riferimento a valori e concezioni dominate; e l’autore conservatore (a volte detto disimpegnato: è il più sfacciatamente e programmaticamente impegnato) che basa la sua attività sulle concezioni dominanti. Quest’ultimo usufruisce di una rendita di posizione che gli permette di ottenere migliori risultati con minore sforzo e di presentarsi un “non impegnato”, l’artista puro, colui che lavora in favore dell’arte, senza altro obiettivo che quello artistico. Egli sta nella posizione ideale di colui che è sommamente “impegnato” senza dover mai dare conto di questo invisibile e sostanzioso impegno.

Personalmente non ho la fortuna di godere di questo vantaggio. Per cui mi devo contentare della definizione, per alcuni riduttiva, di autore”impegnato”. Mi va bene ugualmente. Ci sono cose molto peggiori che essere definiti “impegnati”. Quale, ad esempio, esserlo (impegnato) e definirsi e essere definiti “disimpegnati”.

9) Io sono un appassionato di Futurismo e Surrealismo. Amo le Avanguardie storiche, ma anche quel cinema visionario neo-surrealista anni Settanta-Ottanta-Novanta di registi come Fellini, Ken Russell, Alexandro Jodorowsky e Peter Greenaway. A lei interessano queste esperienze artistiche?

Sì, certo, si tratta di grandi momenti della pratica artistica.

10) A volte, immagino che lei, nei suoi racconti, vada oltre il realismo, e usi un immaginario lisergico-surreali­sta per le ambientazioni dei suoi racconti. Sarebbe interes­sante se lei provasse ad andare oltre il crudo realismo neo-sociologico. Che cosa pensa di queste potenzialità non del tutto utilizzate, ma che rientrano nelle possibilità del suo stile?

Nulla di particolare. Lascio che l’onda mi porti. Che arrivi e mi conduca dove devo andare. Bado solo a che non mi butti contro gli scogli. Qualche volta è successo e mi son fatto male.

11) Tra i personaggi da lei ideati, mi ha colpito quello di Archimede, protagonista di Robotina (Futuro Europa 14) e Coccodè (Futuro Europa 16). Com’è nato? Ha in mente altri racconti con Archi?

Temo che la vena si sia esaurita. Ne ho comunque un terzo, quasi completato. Manca il finale. Voglio dire, un finale come piacce a me.

12) Uno dei suoi racconti migliori e più duri è, a mio parere, La pazza (Futuro Europa 21). Vuole raccontarci la genesi di quest’opera?

Si è autoscritto, nella versione pubblicata, in 20 minuti. Un racconto nato adulto. È sorto il bisogno di scrivere, mi sono messo a tavolino e il racconto si è trasferito sulla carta.

13) Il suo racconto più celebre è forse Circe (apparso in Robot prima serie e nuova serie). Sono quasi obbligato a chiederle se ha qualcosa da dire intorno a quest’opera.

Altro racconto autoscrittosi, che ha usato me e la penna per prendere forma. È nato in un periodo in cui stavo riflettendo sulle caratteristiche che accomunavano e le differenze esistenti tra due generi di lettura popolare (Fantascienza e Pornografia). Devo aver scritto anche un paio di cose in merito. Se un giorno ne troverò traccia, offrirò questi saggi volentieri in pasto ai miei denigratori.

14) I nostri ideali (Futuro Europa 26) è un racconto Mainstream. Lei crede davvero che un personaggio come Bogo (l’uomo medio contemporaneo ondivagante a livello ideologico-culturale) abbia una personalità così forte da riscattarsi nel finale con il suicidio per le sue azioni odiose?

Non del tutto “Mainstream”. C’è l’aspetto fantasociologico a permettermi di affermarlo, anche se si tratta più che altro (e lei lo ha intuito) del velo pietoso con cui ho avvolto l’idea portante. Bogo non si riscatta. Egli ritorna a se stesso, al suo essere pregresso. Esce dalla propria degradazione, dentro al quale viveva un disagio diventato insopportabile, nell’unico modo che gli è consentito: l’autodistruzione.

Naturalmente si tratta della mia lettura. Altri può concludere diversamente.

15) Quali progetti ha nel cassetto? Per caso, c’è un progetto letterario così originale e personale che lei da anni vorrebbe realizzare ma che non osa perché sa che nessuno sarebbe disposto a pubblicarlo?

Un romanzo il cui protagonista è Lancillotto-Angelo, tornato al mondo per ripercorrere e possibilmente correggere i propri errori. Ci riesce.

16) Che cosa consiglia ai giovani scrittori che abbiano ancora ambizioni artistiche, e siano disposti a non cedere, neanche di fronte ad Aldani e Malaguti, per portare avanti le proprie idee più originali?

A vedere gli altri, per quanto lontani dai propri punti di vista, sempre come un’opportunità e mai come ostacoli. Questo è possibile se si entra nell’ottica del confronto e se il confronto viene esercitato a mente aperta. È sempre nel confronto che gli individui trovano, quando la trovano, la reciproca comprensione. Di più: che si attua la possibilità di crescita. All’opposto l’isolamento impoverisce, ostacola l’evoluzione ideale e professionale degli individui.

A meno che non si tratti di quel proficuo isolamento che consiste nel salire su una montagna e profittando dello sconfinato silenzio che vige a certe altezze, nella tranquillità dell’eremo improvvisato, rendere più agevole all’idea che preme di venire alla luce.

Quanto all’originalità, non posso, ahimé! che osservare che tutti quanti aspiriamo all’originalità, ma ben poche volte riusciamo anche solo a avvicinarla. Per lo più ci scivoliamo sopra, come su una buccia di banana, cadendo fragorosamente e movendo al riso coloro che ci guardano. Perché l’originalità è preziosa quanto insidiosa. Non si è mai abbastanza esperti per governarne le potenzialità. Spesso, volendo raggiungerla, ci si perde nell’arido di uno sconfinato deserto capace di inghiottire anche la più valida ispirazione. Ma se proprio il bisogno dell’originalità preme, appare irresistibile, la si pratichi pure. Essendo però consapevoli dei pericoli che comporta e dei fallimenti a cui può condurre. Ma anche delle soddisfazioni che può fornire.

17) Qual è il racconto o il romanzo al quale lei è più legato, e che più le ha dato soddisfazioni?

Quello non ancora scritto, ma che sono in procinto di scrivere.

18) Come vede il futuro della Fantascienza?

Il futuro della Fantascienza è affidato alla evoluzione involuzione delle idee attive, specialmente di quelle dominate. Se torna a rafforzarsi la spinta utopica, l’adesione più o meno esplicita al cambiamento (attualmente appiattita sul presente); se si farà strada un ritrovato fascino per le possibilità di futuro, è quasi sicuro che riprenderà slancio (in una Fantascienza comunque nuova, più consapevole, capace di maggiore profondità). Altrimenti continuerà il suo crepuscolo, vivendo esclusivamente delle buona volontà di alcuni suoi addetti.

19) Vuole aggiungere qualcos’altro?

Sì, che il tempo a mia disposizione è troppo breve per gli approfondimenti che ritengo necessari e dare corpo alle idee che credo utili (nonché per completare le opere che so di poter scrivere). Spero che da subito qualcuno prenda dalle mie mani il testimone e lo porti impetuosamente al traguardo. Al suo proprio traguardo, si capisce.

Appendice inesorabile

Ritengo necessario a proposito della carente autoriflessione nella Fantascienza sulla Fantascienza, sottolineare i rapporti di inevitabile sfruttamento che la letteratura speculativa ha fin’ora intrattenuto con le scienze; e cioè lo sfruttamento di suggestioni scientifiche per approdare alla specifica narrativa di cui stiamo parlando e alle sua particolari (straordinarie?) suggestioni. Sfruttamento non solo a fini narrativi. Anche a fini direttamente ideologici, di affermazione di determinati modelli di vita (la Fantascienza quale strumento di affermazione, insieme al romanzo poliziesco, al cinema e al dollaro, dell’egemonia culturale Nord Americana e di determinate concezioni del mondo a essa funzionali). Uno sfruttamento, ci tengo a precisarlo, che non è stato parassitario, avendo spesso, dopo un lodevole lavoro di rielaborazione del materiale ricevuto, restituito con buoni interessi il prestito ricevuto. Non a caso più di un ricercatore ha ammesso di leggere Fantascienza, oltre che per intenti ludici, anche per trovare stimoli e favorire aperture mentali on grado di aiutarlo nell’arttività professionale.

Mi scuso con i lettori se mi attardo sulla apparente contraddizione che mi accingo a enunciare, ma è (anche) nella riflessione su di essa che possono essere individuate le nuove opportunità di un rilancio del genere: nella sottolineatura del carattere speculativo-eversivo della Fantascianza e la sua contemporanea funzione di recupero dei valori fondamentali del capitalismo; prefigurando un doppio ruolo che è nello stesso tempo innovatore e conservatore. Nonché dei corollari che da questa funzione derivano.

Considerando i limiti spaziali che mi sono imposto mi vedo costretto a enunciare il tema, senza svolgerlo. Basterà questa mera enunciazione comunque a prolungare di alcune pagine una intervista che potrebbe finire qui. Inizio avanzando un ipotesi. Che la Fantascienza abbia potuto assolvere al ruolo di sostegno del sistema attuale proprio perché in parte se ne discostava e nella misura in cui se ne discostava. Ogni violazione della norma non essendo altro che un richiamo alla norma, richiamo dato dal lieto fine (quando c’era) e dal pessimismo assoluto dei catastrofisti i quali, in quel loro negativo e proprio per quello, inducevano un riflesso conservatore, un bisogno di salvazione che finiva con l’aggrapparsi all’esistente, alla stessa norma poco prima criticata-rifiutata; la quale norma per le modalità di esposizione finiva col rappresentare un’ancora di salvezza. Meglio tenersi quello che abbiamo.

Ipotesi, lo ammetto, detta con troppa larga approssimazione. Contentiamoci che sia stata formulata, dando a chi lo voglia modo di criticarla o di confermarla mediante le opportune pezza d’appoggio. Se la tesi è giusta, altre tesi accorreranno a completarla. Se sbagliata le confutazione ci aiuteranno a intraprendere una interpretazione più corretta.

Ci sarebbe poi da avviare una seconda linea di ricerca a partire da una seconda ipotesi, articolazione della prima; ipotesi sulla quale mi sembra di poter affermare che la riflessione è ancora più arretrata della precedente: le tematiche sul potere. La Stato visto come intrinsecamente malvagio. La lotta antiburocratica. Le libertà individuali. L’eroe che, solo, sconfigge i più dispotici apparati di repressione… si trattava (e si tratta) di posizioni espresse per aprire la strada alla concepibilità di un sistema migliore (da costruire) o invece di un invito potente a far proprie posizioni conservatrici, di quelle stranissime posizioni tipiche della destra tramite cui si polemizza (strumentalmente) con l’oggetto che si vuole rafforzare?5

Esempio: Van Vogt e i suoi Negozi d’Armi. Strumento per la limitazione dello strapotere dello Stato Imperiale. Ma i Negozi d’Armi non rappresentano una limitazione di questo strapotere, ma un secondo potere. Prefigurano un dualismo simile a quello che nel Medioevo ha contrapposto Impero e Chiesa, dualismo che è servito a raddoppiare il dispotismo esercitato sulle masse, non a stemperarlo. In VanVogt, salvo che, molto parzialmente in NON-A, i problemi poi vengono risolti sul piano dell’iniziativa individuale, armando l’individuo, nell’ambito del piccolo problema personale, rifiutando a priori di affrontarlo alla radice. Cioè ideando una soluzione valida per tutti (e una volta per tutte). In Hedrock l’Immortale non è certo il dispotismo imperiale a essere messo in discussione, ma la corruzione di coloro sui quali si appoggia l’Impero, ma dei quali l’Impero non può fare a meno senza perire. Van Vogt lo ignora e, ricorrendo a artifici tecnologici e letterari (per altro apprezzabilissimi), fa in modo che anche noi lo ignoriamo.

Accanto ai rapporti di sfruttamento, come accennato, bisogna poi porre altri tipi di rapporti, rapporti di servizio, attraverso i quali la Fantascienza ha restituito in parte il valore di ciò che dalla scienza aveva preso. Cito, uno per tutti, il prezioso lavoro speculativo, tendenzialmente antidogmatico, teso a rafforzare l’audacia immaginativa degli stessi scienziati; e a collocare la loro attività nella dimensione del gioco (e a volte della poesia), collocazione che equivaleva alla restituzione degli stessi scienziati (e scienza) alla società. Mentre le scienze si allontanavano dalla possibilità di comprensione del senso comune e gli scienziati dal vivere comune, la Fantascienza, nell’atto stesso di mitizzarli, a quel comune li restituiva.

C’è infine il ruolo di mediazione, tutto da studiare, svolto dalla Fantascienza tra varie istanze sociali (le aspettative delle persone concrete, i loro bisogni) e gli scienziati stessi, creando un tessuto di sogni che in realtà corrispondevano a indicazioni di possibili direttrici di marcia che, probabilmente, hanno in una qualche misura influenzato anche la ricerca6. La Fantascienza insomma avrebbe anche qui condotto un doppio gioco, coerente con se stesso questa volta, tendente a avvicinare i poli scienza/società, mediante un contemporaneo lavoro ideologico operato su ambedue i fronti, scienziati e masse interessate alla scienza.

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5 Non si troverà neppure un ultraliberista indisponibile a ricorre allo Stato quando il contributo dello Stato faccia comodo; o ad appellarsi al suo più brutale intervento quando, anche in seguito alla più “democratica” della votazioni, il ruolo del liberismo nella società venga anche solo fortemente ridimensionato.

6 Ha quantomeno creato l’atmosfera favorevole allo sviluppo della ricerca (purtroppo non nel personale politico) e in direzione di determinati direttrici di ricerca. Pensiamo al ruolo avuto dai temi ecologici nel rafforzamento, tutt’ora inadeguato, dell’interesse nelle energie rinnovabili.

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3 commenti

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  1. Claudia Marinelli / Ott 27 2011 15:17

    Che bella questa intervista!
    E’ proprio vero che la fantascienza si è fatta portatrice delle angosce dei tempi e anche propositrice di soluzioni. Io la vedo così: è una cornice per denunciare e riflettere sulla vita, sul mondo, sul nostro essere e sulla condizioni umana.

  2. grandeclaudios / Ott 27 2011 19:14

    mauro, l’intervista è troppo lunga. non ce la faccio, davvero!
    perdonami
    perdonami
    perdonami
    perdonami
    perdonami
    perdonami
    perdonami
    perdonami
    perdonami
    perdonami

    PS VAI AL CINEMA QUALCHE VOLTA! SEI RIMASTO A FELLINI E KUBRIK (MA COME SE FA?)

  3. miglieruolo / Ott 27 2011 19:54

    Perdonato. Ma non era poi così lunga…

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