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2 novembre 2011 / miglieruolo

ALBERTO HENRIET INTERVISTA MAURO ANTONIO MIGLIERUOLO – 3

Parte conclusiva dell’intervista postata il 20 e il 27 ottobre.

Ancora due parole a proposito dell’Utopia-Antiutopia Fantascientifica.

Per la maggioranza di coloro che scrivono “Fantascienza sociale”

la trattazione di determinati (pessimi) futuri è fatta per combattere le tendenze (negative) dell’oggi (la minoranza per magnificarle). Portando alle estreme conseguenze tali tendenze si può riuscire a mostrarne facilmente gli esiti disastrosi a cui ci condurranno.

Questo fin’ora è stata un punto di forza della Fantascienza (il suo miglior punto di forza). Ma è anche un limite. C’è infatti da chiedersi se possa andare oltre e arrivare a concepire futuri che siano qualcosa in più che mere proiezioni del presente. Detto meglio: è possibile arrivare a descrivere futuri in cui non vi sia più il Capitalismo? in cui il conflitto tra gli individui assuma forma differenti da quelle storicamente determinate?

Ch’io sappia solo nella Russia Sovietica tali tentativi letterari sono stati effettuati. Con risultati per lo più penosi (e questo parrebbe porre un’ipoteca negativa alla mia domanda). Penosi quanto le orrende Utopie di sempre, che in genere delineano paesaggi implausibili e scarsamente edificanti, paesaggi da Antiutopie. Sembra quasi che ogni tentativo di Utopia debba fatalmente dissolversi negli orrori dell’Antiutopia.

Qualcuno si è interrogato in merito a questo straordinario paradosso, su questa singolare convergenza tra proposte letterarie che, partendo apparentemente da intenzioni opposte, finivano (e finiscono) con l’ottenere risultati identici. Le risposte date e ricevute a tali interrogativi sono state del tutto insoddisfacenti. Si è sostenuto infatti che l’orrore nell’Utopia dipenderebbe dalla ricerca (tendente alla perfezione) dell’armonia nei meccanismi di regolazione sociali, armonia irrealizzabile e quindi fatalmente destinata a sfociare in disastrose forzature. Tale spiegazione appare ancora meno plausibile dell’Utopia medesima, intesa come progetto. Non è forse la ricerca della perfezione il motore della motivazione artistica? Non sono forse gli eroi la figurazione tendenzialmente perfetta di ideali umani? Perché la perfezione sarebbe mirabile, ad esempio, in una statua e non nei monumenti sociali? Perché, insomma, risulterebbe efficace in tutto fuorché in letteratura e più specificamente nella letteratura sociale? E da qui nella realtà? L’ideale di Michelangelo si è tradotto nella sua, a esempio, Pietà, insigne monumento al dolore umano. Perché la pietà di un Marx dovrebbe fallire nel momento in cui prende corpo nel progetto di edificazione di una società dalla quale sia non bandito ma contenuto il dolore? Mi aspetto risposte non solo confutazioni.

La spiegazione, per quanto attiene al tema Utopia, motore della Fantascienza, è molto semplice (semplice per me, che vi credo). In parte l’ho fornita poco prima, parlando dell’impegno in letteratura. La completo avanzando la seguente doppia ipotesi, la prima delle quale è solo una ulteriore specificazione di quella già fornita. Eccole:

Perché le Utopie sono costruite con materiale troppo grezzo, non ben elaborato artisticamente e neppure facilmente elaborabile da uno solo (o pochi) individui. Perché, cosa più importante, non adoperano materiale ideologico masticato e digerito a livello di massa (teniamo presente che anche l’artista più ispirato e audace non è che la manifestazione soggettiva dell’oggettività generale), ma idee, aspirazioni ancora confuse, baluginanti intuizioni di futuro…

Ma anche per una seconda buona ragione: a causa della inadeguatezza delle concezioni del mondo che sovrintendono all’ideazione di tali imperfettissimi futuri perfetti. Perché il nocciolo dell’ideologia dominante, che prefigura l’antagonismo come l’assoluto delle caratteristiche umane, ha oggi una presa così radicale sugli uomini, anche su quelli che vorrebbero discostarsene, che l’effettivo prendere le distanze comporta la rielaborazione di tali e tanti concetti, tante categorie e nozioni da non lasciare spazio a altro che all’enunciazione dell’alternativa, non certo alla sua ricomposizione in forma ludica.

Questa affermazione non può essere compresa nelle sue conseguenze se non si tiene conto delle caratteristiche vere di ogni ideologia; e che anche l’ideologia dominante di una formazione economico-sociale nella sua fase ascendente, la più vicina a un barlume di autocoscienza, è multiforme, fluida e soprattutto occulta a se stessa.

Mi limito a avanzare in merito solo alcune mere affermazioni (le dimostrazioni verranno). È falso che il liberismo, considerato in tutte le sue sfaccettature, sia l’ideologia della libertà; e che funzioni attraverso l’applicazione coerente dei metodi democratici. Al contrario. La coppia liberismo-democrazia presuppone un grado accentuato di passività da parte delle masse (gestite e concepite come massa, che è tutt’altro), e ne esigono comunque l’irregimentazione (Tenn: Il problema della Servitù). Irregimentazione che può essere realizzata con i metodi soft della pubblicità, della minaccia della disoccupazione o direttamente con i bastoni; oppure con i metodi hard propri al Capitalismo di Stato (autodenominatosi “comunismo” ); oppure con quelli ancora più barbarici ed estremi del Nazismo (sintesi significativa di Capitalismo di Stato e liberismo, con il liberismo a svolgere il ruolo dominante). Il risultato finale deve essere comunque l’ossequio alle esigenze “superiori” della produzione e del profitto, ossequio richiesto, a seconda dei casi, con le buone o le cattive maniere.

Ma è proprio qui il punto. La militarizzazione della vita sociale (e di quella quotidiana, utopica o meno) è l’unica prospettiva del genere umano? L’unico approdo concepibile? O invece ve ne sono altri che pur prevedendo l’inevitabilità del conflitto (a cui l’essere umano si sospinge incessantemente), non includono l’incubo, l’orrore e la sopraffazione quale espressione collettiva e non mero frutto delle “deviazioni” dei singoli soggetti? E lo escludono non per partito preso, ma in quanto effettivamente vi credono, all’unisono di una aspirazione che non è solo astratto ideale, ma tendenza attiva (sia pure minoritaria) della società, presente nel dibattito (come è presente) e di fatto praticata da settori, piccoli ma significativi, della popolazione (dissenso cattolico, verdi, neo-comunisti ecc.)?

E ancora (e soprattutto): è possibile concepire una Fantascienza che – in alcuni suoi momenti – sappia andare oltre il presente in tutti i suoi aspetti, anche nei più delicati, di quegli aspetti che molti fingevano di voler superare e invece, con mezzi nuovi, non facevano altro che confermare?

La mia risposta, la risposta di uno che sprezza la finzione dei moltissimi, troppi “superparte” e si dichiara apertamente per quello che è, uno che faticosamente tenta di diventare marxista (senza per altro riuscirci) e che con quel poco di marxismo masticato e rimasticato durante gli iperbolici primi anni ’70 tenta di analizzare la realtà, questa risposta è che non solo è possibile, ma anche necessario e urgente introdurre l’Utopia, il progetto, il sogno nella dimensione quotidiana. Necessario e urgente non solo per dare nuova vita alla Fantascienza, ma anche per introdurre elementi di rivitalizzazione del dibattito, rivatilizzazione che è essenziale per ampliare e moltiplicare l’eco che le nuove tematiche Fantascientifiche potrebbero produrre nel costume.

Pongo una sola condizione alla realizzazione di tale possibilità: che la Fantascienza superi sia il perdurante idealismo (Dick), della cui pratica io stesso mi ritengo responsabile; sia una delle sue perniciose manifestazioni, lo scientismo. Se infatti l’assenza del processo di produzione materiale può esserle ascritta quale colpa veniale (ne ho esposte sommariamente le ragioni), peccato capitale è invece lo scientismo, l’assolutizzazione dei paradigmi scientifici (sempre provvisori, sempre in evoluzione) quale verità assoluta, metro per misurare tutte le cose (che nel linguaggio dei tecnocrati si traduce in: solo io sono in grado di giudicare se è opportuno si costruiscano o meno le centrali nucleari). Senza far piazza pulita dello scientismo gli ostacoli alla concezione di nuovi modi di organizzazione della società (possibilità negata enfaticamente dagli economisti che in quanto tecnocrati affermano: solo io sono in grado di giudicare intorno ai cambiamenti (comunque minuscoli) che è opportuno o non opportuno introdurre nelle relazioni tra gli uomini e tra questi e la natura) saranno tali che neppure si riuscirà a iniziare a incamminarsi sulle nuove strade. Se insomma, invece di volgersi all’ormai lontano ottocento, secolo dei trionfi dello scientismo, si desidera rivolgere uno sguardo più ampio che nel passato al futuro, si dovrà necessariamente entrare dentro nuove logiche, dentro nuove concezioni del mondo (che è poi quanto dovrebbe fare e si sostiene faccia, la Fantascienza).

Detto questo e imputato alla Fantascienza quel che la demerita, bisogna pur ricordare le enormi difficoltà che questa uscita dai vincoli filosofici comporta. E ammettere che la Fantascienza, per quel poco, ha fatto più che il resto della letteratura per porre quantomeno il problema del cambiamento dello stato di cose presenti al centro della narrazione; e che lo ha fatto in modo massiccio, sistematico. Neppure l’irruzione devastante del marxismo, nato anche (per poter nascere) quale reazione filosofica allo scientismo e all’empirismo, ha potuto contrastare la tendenza alla trasformazione della scienza in una nuova sorta di religione (anche se lo ha fatto in modo considerevolmente più efficace). L’impresa dunque era difficile: la congiuntura storica specifica l’ha resa impossibile. Una congiuntura storica condizionata del perdurare delle condizioni materiali che garantivano la riproduzione delle tendenze idealiste e materialiste volgari; e sovradeterminata dai ritardi nella rilettura del detto marxiano, ritardi che hanno finito col trasformare le difficoltà proprie all’impresa in velleità. Poteva allora la Fantascienza, da sola, ottenere i successi che l’intera umanità, presa nel suo insieme, non era riuscita a realizzare?

Una assoluzione, dunque?

Sì e no. Sì, se forti delle esperienze passate, vorremo e sapremo essere, in piena autonomia, con gelosa autonomia, parte della ricostruzione della spinta al cambiamento che da una decina di anni ha ripreso a farsi sentire. Di una spinta che è politica e ideologica, ma anche, e questo ci riguarda direttamente, anche di rinnovamento culturale. Si tratta di un’occasione da non perdere, d’esserci per averne parte. D’esserci per dire la nostra (e abbiamo molto da dire). D’esserci per non provare più le inquietanti sensazione d’emarginazione che la sola parola Fantascienza continua a evocare. Bisogna però dimostrarsi capaci di rompere con lo spirito del passato, lo spirito del ghetto, con la mentalità minoritaria, inconfessabilmente timorosi del confronto; ma nell’orgoglio del tanto realizzato, pari a pari con il resto del mondo della scienza e delle arti – sicuri che possiamo essere all’altezza dei punti più alti dell’innovazione culturale e, anzi, persino un passo più avanti. Basterà decidere di osare e andare avanti. Basterà che non ci si scoraggi dal carattere immane dell’impresa, dai suoi esiti imprevedibili, dalla spaventosa ma inevitabile necessità di azzerare molta parte di noi per rinascere a nuova vita.

Rinascere a nuova vita… La metafora è forte, ma è di forza e di coraggio che abbiamo bisogno. Non di timidezza e di sudditanza ideologica (magari inavvertita) nei confronti dell’aggressiva, instancabile, onnipresente ideologia dei nostri avversari. Cioè di coloro che credono che la Fantascienza tratti di inseguimenti nello spazio, di invasori e robot maledetti e non dell’uomo, dell’uomo che contempla affascinato l’universo di cui gli si dice che è padrone (per meglio renderlo schiavo); dell’uomo, insomma, che si interroga instancabilmente e con passione sul mondo e sui rapporti da intrattenere con il mondo, sul futuro che l’attende e sul presente inaridito dei mass-media, dalle sfilate di moda e dai concorsi di bellezza.

Chiudo su quest’ultima affermazione lo spazio rubato all’intervista. La chiudo affaticato dall’assunzione di un ruolo che, tutto sommato, non è il mio, che non mi è congeniale. Il ruolo del critico. Un ruolo che mi sono cucito addosso, come un tempo quello di scrittore, per colmare un vuoto critico che appare (almeno a me) uno dei principali ostacoli alla ri-valorizzazione della Fantascienza; che mi sono assunto per indirizzare, chi avverta il mio medesimo disagio e le mie stesse esigenze, sulle inevitabili direttrici che considero utili e giuste.

Il futuro, alias la Fantascienza, ci saprà dire se l’intervento è stato utile o meno.

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