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19 dicembre 2011 / miglieruolo

Canto dell’Argonauta – 7

Deve esserci necessariamente una ragione in ciò che si legge, per poterlo apprezzare?
Nel fascino d’una donna, a esempio, io non ne ho mai avuto curiosità di trovare spiegazione razionale alcuna. Il bello è bello nella sua propria pervasività, non ammette ragioni, né valutazione.

Salvo l’intensità che produce. Le emozioni, sì certo, non certo le sua proprie ragioni. Se, spingendomni a cercare ragione trovo, la bellezza ne è come impoverita, il trasporto si irrigidisce, non è verità di bellezza, ma trasporto intellettuale, costruzione fredda.
Tuttavia se il turbamento perdura, è perché anche l’intelletto è costretto a arrendersi. Sembra persino riuscire a sciogliere misteri che è bene rimangano tali; in realtà non fa altro che lasciare spazio allìessere, concedergli che ne goda. Rispetta il necessario approdo all’ancestrale che muove ognuno verso l’amore profano. E in quel movimento lo realizza. (Il movimento realizza l’amore di questo mondo, fisico e sensuale; quello sacro è tutt’altra cosa; il sacro è immanente, è prima di manifestarsi, sempre).
Meno ancora è possibile trovare motivazioni nel vate, nella sua disperata a volte inane esplorazione dell’infimo e del supremo, al quale aspira. Certo, in quanto umano, può sbagliare cammino, credere di andare in una direzione e si ritrova in tutt’altra. Ma il loro errore è uno, quello di noialtri cento. Perché loro sanno senza coscienza di sapere, posseggono una conoscenza forestiera, espressione diretta dell’anima, fusione di visibile e invisibile; e non sappiamo che quel poco a cui approdiamo per essere riousciti a correggerci attraverso l’esperienza e la sistematizzazione dell’esperienza.
Vorrei averla questa coscienza speciale del vate; ma dubito di essere in possesso della speciale memoria originaria, eco lontana di fanciullezza e adolescenza malvolentieri assoggettata all’età adulta che occorre al poeta. Al loro capriccio dunque volentieri mi assoggetto, come a ogni inevitabile. D’altronde come sarebbe possibile sottrarsi, noi e loro, all’aleatorio che sempre li accompagna? Alle domande che poniamo non rispondono (o rispondono parlando d’altro: dei cosmici misteri che ci accerchiano). Non hanno risposte alle domande di chi, come me, pur negandolo, ammette solo la sapienza dell’intelletto.
Lasciamoci cullare dal loro canto, allora. Dormiremo nel sonno di una ragione serena, incapace di generare mostri.
Mauro Antonio Miglieruolo

VIII

O Adonai dalla pelle grinzosa,
vecchio dei nostri peccati,
fa’ germogliare dalla terra madre
il generoso sangue dei puri.
La morte ha issato il suo stendardo
sulle colline sfiorite
e si fa beffe della tua legge
la sorda tracotanza di Marduk.
Sui tuoi campi luminosi
spezzata è la verga dei pastori;
fra il gregge disperso caracolla
Ares, il feroce Acheo.
Nella sua scia oscenamente
si contorcono ebbre baccanti
agitando tirsi e falli di bronzo.
O Adonai, vecchio abbandonato
fra i roveti del Sinai solitario,
dio disprezzato dal popolo demente
e corrotto dall’amore soverchiante,
lascia la tua rocca silenziosa
ed agita le tue braccia di nembi
per liberare l’aria appestata.
Il tuo grido d’aquila risuoni
sulle regioni sconfinate del vizio,
dove ride sconciamente e riluce
il sinistro vitello d’oro.
O Adonai, vecchio testardo,
vieni a morire con la tua stirpe
e rinasci giovane con essa,
rinnovato dio della tua discendenza.
Ricorda la tua promessa:
sulla tua collina consacrata
sboccerà il fiore cruciforme
con le radici abbracciate dalla terra
e il calice nascosto nelle nubi.
O Adonai, Cristo senza morte,
vieni e sciogli i nodi del tempo.

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