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15 gennaio 2012 / miglieruolo

Coleman Finlay e molto altro

Coleman Finlay e molto altro
di Daniele Barbieri

Estraggo dal Blog di daniele barbieri (e altri) il post del 22 febbraio 2011, che ho trovato interessante. Spero sia lo stesso per tutti quelli che verro a visitarmi oggi, 15 gennaio 2012.
Mauro Antonio Miglieruolo

«Per comodità generale, a Jerusalem il patibolo si trovava accanto al cimitero». Quando si dice una frase efficace per aprire una narrazione. Inizia così «Prigioniero politico» (120 pagine per 10 euri) del giornalista, scrittore e docente Charles Coleman Finlay. E’ uscito da Delos-book in giugno ma tranquille/i lo recuperate in ogni buona librería. E vale la pena di leggerlo perchè, come spiega nella bella prefazione Salvatore Proietti, oltre che ben scritto è «coraggioso e umile»: trama e stile da thriller ma grande capacità di affrontare i nodi storici più difficili da sciogliere, in questo caso l’universo concentrazionario.

Fantascienza certo e infatti sappiamo subito che siamo su un pianeta «terraformato», ovvero modificato (solo in parte) per adattarlo agli esseri umani. Ma i campi di lavoro e rieducazione del romanzo rimandano ai gulag e al nazismo. E i «semplici cristiani» sono solamente l’ennesimo nome nella lista dei fanatismi religiosi. Così gli adariani sono l’alieno, gli «uomini-maiale», il nemico assoluto, il rom nell’Italia di oggi oggi e l’ebreo o la strega ieri. Chi legge forse riconoscerà, in forma di barzelletta “dissenziente”, anche i versi di Martin Niemoeller – che Proietti cita per intero nella sua prefazione – e che molte persone conoscono, anche se spesso li attribuiscono (fu un errore dell’Arci anni fa) a Brecht.

Quando Coleman Finlay accenna alla Terra del XX secolo rimanda sì alle grandi rivoluzioni: «la doppia elica, i primi progetti del genoma» ovviamente ma anche «il cambiamento politico di persone come Mahatma Gandhi e Martin Luther King».

Una delle battute migliori del libro è l’ennesima variazione su una nota frase di Marx. L’umano chiede all’adariano (cioè l’«uomo-maiale») se abbia sentito il detto: « quelli che non studiano la storia sono destinati a ripeterla». E quando l’adariano dice sì aggiunge: «quelli che studiano la storia sono destinati a vedere l’arrivo della ripetizione».

Un buon libro, un autore da tenere d’occhio in una collana che raramente tradisce e merita qualche spiegazione (soprattutto per chi di solito non frequenta la buona fantascienza).

Delos è il celebre automa di Creta ma, con un piccolo salto nel tempo, anche l’alternativa a Urania (non la musa di astronomia e geometria ma la collana di fantascienza), l’unica rimasta in Italia oltre alle incursioni di Fanucci e pochi altri.

Il problema è che Urania va nelle edicole – anche se di recente in modo più caotico – e Delos no. L’altra questione è che gli italiani (si dice così, trascurando le italiane che pure leggono di più) non amano i racconti, meno ancora quelli lunghi: o almeno ciò sostengono gli editori… Una possibile traduzione dall’editorese in buon sincerese è codesta: siccome a noi in passato faceva comodo avere sempre le stesse pagine potevamo tagliare i romanzi troppo lunghi (alla insaputa spesso di autori-autrici) piuttosto che allungare i romanzi brevi. Dunque noi editori abbiamo abituato chi legge a credere che bla-bla.

Delosbook sceglie di pubblicare nella collana Odissea proprio i romanzi brevi (o racconti lunghi se preferite dir così). E per nostra fortuna recupera opere premiatissime altrove ma che da noi faticano a uscire perchè non si trova “il barattolo” giusto. E superata quota 40 si può dire all’editore un bel grazie.

Altro ringraziamento – oggi esagero – a Delos che distribuisce e sostiene la “resuscitata” rivista «Robot», ora a cadenza trimestrale. Su codesto blog ne abbiamo già parlato e presto ne riparleremo.

E sentite cosa dice, a proposito dei cicli stra-lunghi, Michael Moorcock proprio su «Robot» numero 59 (anche questa l’ho letta in ritardo, mannaggia a Kronos) nella lunga intervista di Emanuele Manco e Salvatore Proietti. «Trovo la cosa molto noiosa. Sembra che gli scrittori non riescano a fermarsi, a tagliare, a selezionare […] E’ un serpente che si morde la coda. Gli editori inseguono i lettori che a loro volta sono costretti a scegliere tra quello che è disponibile. Però è anche vero che certi scrittori, penso a Stephen King, per quanto bravi sono capaci di usare 7 pagine solo per descrivere un uomo che apre una porta».

Controprova? Proprio questo numero di «Robot» (ma anche i due successivi o la maggior parte dei 58 precedenti). I due racconti lunghi di questo numero a firma Kim Stanley Robinson e Lucius Shepard sono memorabili per semplicità e bellezza. Di buon livello i tre, più brevi, racconti italiani (di Vittorio Catani, Paolo Aresi, Sandro Sandrelli). Poi ci sono le rubriche e le interviste…

Per finire con Moorcock – non sapete chi è? Sciagura su di voi, ne riparlerò, intanto leggete qualche sua opera – sentite con quale saggezza spiega le differenze fra fantasy e fantascienza. «La magia è un modo per fornire una logica interna alle storie, mentre la scienza va molto oltre ed è un modo per ampliare gli orizzonti narrativi, per raccontare del futuro legandolo al presente e molto altro».

E «molto altro». Al prossimo martedì.

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