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24 marzo 2012 / miglieruolo

Da un racconto di Edwin Charles Tubb

Ho scelto “Combination calamituous” di Tubb per stendere queste breve considerazioni sull’arte della scrittura (considerazioni che ritengo possano interessare anche i semplici lettori) per nessun altro motivo che quello inevitabile e inaggirabile costituito dalla necessità: perché “Combinazione funesta” ha scelto me per permettergli di svelarsi.

Non per svelarsi tutto: per svelare parte dei suoi meccanismi costitutivi interni, la macchina che è stata necessaria approntare affinché la corsa della narrazione potesse avere luogo.
Il racconto è incluso nella buona antologia (uso volutamente questa non roboante terminologia: sono stufo di sentir decantare capolavori) a cura di Antonio Bellomi e Luigi Petruzzelli e pubblicata dalle Edizioni della Vigna (collana La Botte Piccola, ISBN 978-886276-032-4, Euro 16,18).
Tratta con un certo garbo e ottima leggerezza, la solita invenzione del solito sfigatissimo scienziato naif che, utilizzando materiali di risulta, costruisce un veicolo per viaggi interdimensionali. I pezzi di questa macchina sono forniti per la più da un generoso rottamatore, il quale però si avvale dell’ausilio del solito, mi ripeto, ma solo perché gli autori si ripetono (la formula piace), goffo assistente che, in ottemperanza alla sua propria natura di eterno Pinotto, nel finale lo priverà della possibilità di adoperare questa meravigliosa invenzione.
Procuratevi l’antologia. Ha un filo conduttore strano: la matematica, ma tratta di avventure umane, non lasciatevi confondere. Neppure dal titolo, impegnativo, lasciatevi confondere (L’orizzonte di Riemann). L’orizzonte è quello sopportabile delle consuete, ma a volta inconsuete e straordinarie, disavventure quotidiane.
Eccovi il link:
http://www.edizionidellavigna.it/collane/LBP/008/LBP008.htm
E adesso la riflessione che il racconto mi ha ispirato.
* * *
Quel che appare alla prima lettura è la buona TROVATA, il cui valore è sottolineato tramite il contrasto tra le possibilità che si offrono ai protagonisti e la miseranda fine che i loro sforzi fanno.
A una seconda lettura appare invece ben altro. Appare la subordinazione della TROVATA, agli espedienti narrativi adottati. Sono questi ultimi a condurre il gioco non, come ordinariamente si ritiene, l’eccellenza dell’idea o il grado di anticipazione dell’idea.
Attraverso questi espedienti, l’autore ci guida passo passo alla sequenza finale. E’ per mezzo di essi che non appare l’eventuale arbitrio della soluzione e ogni forzatura resta sfumata. Si tratta qui non solo di mestiere, ma di rispetto per il mestiere di scrivere. Ogni ripetizione del modulo, appare fresco e nuovo, gradevole come la prima volta in cui è stato visto emergere dalla pagina se la pagina è stata costruita rispettando le esigenze (regole) che fra poco esamineremo.
Gli espedienti narrativi, infatti, se utilizzati con oculatezza e misura, se sono appropriati al racconto, sono costitutivi del racconto stesso. Gli sono necessari e congeniali. Molto più che le questioni di stile, nelle quali molti oggi mostrano apprezzabile abilità. Conta più di tutto la capacita di destreggiarsi in mezzo alle molte necessità che la narrazione presenta: più ancora della forma, dello stole e dei contenuti ideologici (pur fondamentali nella fantascienza). Ci sono OBBLIGHI nel mestiere del narrare CHE NON LASCIANO SPAZIO E NON DANNO TREGUA: o li si sa adoperare, oppure prendono la mano ed è il fallimento. Noia aperta e insofferenza da parte del lettore.
Vediamo dunque quali sono gli espedienti che caratterizzano in “Combinazione funesta”, ma la cui enunciazione è valida oltre i confini del racconto e dell’antologia che lo contiene:
1) la descrizione di una personalità un po’ fuori dal comune e un po’ dentro il comune (cioè, comunque riconoscibile), atta a produrre simpatia; e che goda del vantaggio di possedere una mentalità sufficientemente aperta da non opporre un eccesso di resistenza a prendere atto dello straordinario al quale viene messo di fronte;
2) l’inserimento di problematiche (nel caso le tasse) che gli siano da ostacolo e rendano credibile il contrattempo che condurrà al disastro
3) l’esotica figura dell’inventore che può pure risultare secondaria nella dinamica del racconto, ma che comunque ha bisogno di essere fortemente caratterizzata; come fortemente caratterizzata è il suo personale problema, la irascibile affittuaria, che contribuisce anche lei alla combinazione di elementi che porteranno al disastro finale
4) le linee essenziali e riconoscibili del tipico favoloso inventore della fantascienza, una via di mezzo tra l’artista estemporaneo, assemblatore di ferraglie e il visionario empatico per le macchine, delle quali intuisce i problemi senza bisogno di esaminarne l’interno, per intuizione o per divinazione (non so). Ho conosciuto un tipo simile. Non ha inventato nulla di speciale, lo stesso però è stato destinatario di un soprannome speciale: Archimede. Non Archimede Pitagorico, sarebbe stato troppo. Archimede e basta.
5) Il mistero intorno a ciò che l’inventore sta preparando, ma lasciando capire che lo sta preparando
6) a un passo dalla fine il disvelamento della natura di ciò che il superinventore ha preparato a beneficio dell’umanità
7) Un espediente valido, frutto diretto delle circostanze così come assemblate fin dall’inizio, che faccia accettare, causa inevitabilità, la frustrante disdetta finale.
Utilizzando l’insieme di questi elementi, combinandoli con la medesima abile misura di un Mago dei Cocktail, la tenuta del racconto è assicurata; e il divertimento del lettore garantito.
Mauro Antonio Miglieruolo

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