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25 marzo 2012 / miglieruolo

Il garage perduto fra le stelle

Da domani e fino a dopo la metà aprile non potrò curare, come vorrei il blog. Non mancheranno lo stesso articoli, recensioni e racconti, ma non ci sarà chi potra rispondere a eventuali commenti, richieste e obiezioni. Me ne scuso preventivamente con i lettori.
Se vorrete dal 20 aprile in poi, o forse qualche giorno prima, potremo reagolare tutti i sospesi.
Invito tutti ugualmente a venire a visitarmi. Troverete comunque del buon materiale da esaminare. Una nuova rubrica dedicata al cinema (a Cura Claudia Marinelli), della quale presento con ritardo 5 recensioni; uno splendido soggetto cinematografico scritto da Orazio Barrese per la TV che però non è mai stato prodotto (sei puntate); le “solite” poesie di Cristina Bove, nonché qualche mio racconto.
Intanto, Buona Pasqua a tutti.
Mauro Antonio Miglieruolo

* * *

Il garage perduto fra le stelle
da: http://danielebarbieri.wordpress.com/2012/03/20/il-garage-perduto-fra-le-stelle/

Vita, morte ma soprattutto miracoli di Jean Giraud, in arte Moebius
di Fabrizio (Astrofilosofo) Melodia

Ci ha lasciato il 10 marzo 2012. Un linfoma lo ha consumato con lenta dovizia di dettagli.

La fine del suo cammino era stata annunciata da tempo, passava sotto silenzio stretto, perché era un uomo molto riservato, il fumettista francese Jean Giraud, meglio conosciuto come Moebius.

Volato verso altri lidi, verso quelle terre lontane e aliene dove egli aveva voluto a tutti i costi recarsi, per respirare l’aria di libertà che nessuno poteva dargli.

Aveva cominciato respirando da sempre l’aria della frontiera, assaporando la grande libertà del viaggio, vero e unico leitmotiv filosofico di tutta la sua opera, o per meglio dire, della sua instancabile ricerca.

Con lo sceneggiatore Jean Michel Charlier esplorò le immense e sterminate praterie del West insieme al tenente Blueberry (1962), apparso sulla rivista «Fort Navajo», serie estremamente curata dal punto di vista grafico, dell’ambientazione e della caratterizzazione dei personaggi, tradotta recentemente per il grande schermo con la ieratica interpretazione di Vincent Cassel.

Amava esplorare Jean Giraud, sempre in perenne evoluzione, sperimentando tutto, lasciando libera non solo la mente ma soprattutto la mano.

Stanco della costrizione seriale e dei ritmi serrati della produzione fumettistica, si dedicò principalmente alle sue graphic novel, come vengono definite negli Stati Uniti, “romanzi grafici” come dicono i ben informati, “letteratura disegnata” come soleva definirla il suo amico Hugo Pratt.

Come ogni svolta artistica che si rispetti, il nostro Jean Giraud cambiò nuovamente nome, dal Gir con cui si firmava sulle tavole di Blueberry, al più personale “nom de guerre” Moebius, con chiaro riferimento al matematico tedesco, noto per il suo particolare nastro, assurto a vero simbolo dell’infinito concreto.

Come infinita è la sua ricerca, caratterizzata da un accentuato stile onirico e visionario, dove fantascienza e fantastico trovano un perfetto equilibrio compositivo.

Fingitore di sogni, formatore di un nuovo modo di fare fumetto, aveva bisogno di creare una cornice solida che gli permettesse di sognare ciò che non era mai stato immaginato prima.

Insieme ai colleghi Philippe Druillet, Jean Pierre Dionnet e Bernard Farkas, fondò il gruppo “Les Humanoides Associés”, da cui vide la luce la rivista «Mètal Hurlant», trimestrale che raccoglierà il meglio della produzione fantastica disegnata (1974).

Vide la luce la serie «Il garage ermetico di Jerry Cornelius», dove Moebius abolisce il concetto stesso di sceneggiatura organizzata e procede a braccio, giorno dopo giorno, esplorando vari stili di disegno e ardite soluzioni narrative. La storia prende le mosse dal riassunto delle inesistenti puntate precedenti fino al finale che non risolve nulla, dove Jerry Cornelius, personaggio “open source” (libero da diritti d’autore), creato in precedenza dallo scrittore inglese Michael Moorcock, s’immolerà inutilmente salvando qualcosa che nessuno conosce.

Poi tocca ad «Arzach», serie di quattro storie, con protagonista un guerriero in esplorazione in groppa al suo pterodattilo gigante. Caratterizzata dall’estrema accuratezza del tratto, dalla totale assenza di dialoghi e dalla visionarietà delle ambientazioni, la serie procede seguendo il suo protagonista passo a passo, mentre il suo nome cambia ad ogni nuova storia.

La sceneggiatura pressoché inesistente e l’esperienza visionaria assimilano l’opera al capolavoro cinematografico «2001 – Odissea nello spazio», in cui la distruzione della ragione occidentale trova piena espressione in una esperienza visiva d’esplosione di forme e colori, un viaggio con lo sguardo e dentro il guardare che molti punti in comune trova in Moebius.

Altri lavori troveranno spazio nel tratto e nelle chine del cartoonist francese, dalla collaborazione con Alejandro Jodorovskij, che porterà alla nascita della saga «John Difool» e dell’«Incal», alle illustrazioni fantascientifiche della «Venise celeste», in cui la Venezia dell’amico Hugo Pratt subisce una colossale trasformazione, le isole diventano gigantesche zolle rocciose galleggianti nello spazio, le gondole volano e i personaggi passeggiano come se nulla fosse, presi in questo mondo tecnologicamente pluriavanzato, in cui la laguna è ormai un luogo mitico e il turismo spaziale è la sola realtà tangibile, un mondo dove le maschere nascondono altre alienità.

Moebius si cimenterà inoltre con il fumetto supereroistico americano, disegnando la magnifica graphic novel «Parabola», su testi di Stan Lee, dando nuovo corpo all’eroe Silver Surfer, trasferendosi poi in Estremo Oriente, dove passa momentaneamente dall’altra parte della barricata, scrivendo i testi del manga «Ikaru», per i sapienti ed essenziali disegni di Jiro Taniguchi.

Tutto ha provato, senza mai perdersi in preamboli, assaporando egli stesso e in modo totalmente esistenzialista, il senso stesso e auto consapevole della libertà da un sistema che pare uccidere questo germe potente e essenziale.

E’ questo forse il vero senso della sua ricerca, in realtà non tesa verso un fine, in quanto la libertà è il vero punto di partenza di tutta la sua opera, che si slega appunto dalle briglie della sceneggiatura e delle scadenze, dei target di marketing e delle leggi di mercato, per andare a formare l’essenza che non precede in alcun modo l’esistenza dell’artista/uomo in quanto tale.

«La libertà è scelta del suo essere, ma non un fondamento del suo essere. […] La realtà umana può scegliersi come vuole, ma non può non scegliersi, non può appunto rifiutare di essere. Il suicidio infatti è scelta e affermazione: di essere» (Jean Paul Sartre, «L’essere e il nulla», traduzione di G. Dal Bo, A. Mondadori, 1965, IV, “Avere, fare e essere”, cap. 1, “Essere e fare: la libertà”, I, “La condizione prima dell’azione è la libertà”, pag. 579).

E’ questo scelta che conferisce a Moebius quell’impossibile sostenibilità di imbrigliarlo in qualche catena tecnica o concettuale.

Egli ha scelto, non potendo farne a meno, la sua vita fino in fondo, nel senso negativo, di scontro con l’altro, con l’ambiente, con la società, con l’altro da sè.

Uno scontro duro, contro le briglie della sceneggiatura, nel libero e pieno esercizio dell’interiorità che rende l’uomo davvero libero, non solo sul piano interiore ma nella vita concreta, non indirizzata da una essenza definita, come quella di un tavolo, di una sedia, di un coltello.

I suoi personaggi affermano pienamente la loro esistenza a prescindere da tutto questo, da una essenza predefinita, che da Aristotele fino alla scienza moderna pretende di determinare la natura delle cose, misurabile, sistematizzabile, prevedibile nel sistema scientifico.

E’ attraverso l’uso della libertà consapevolmente scelta, che l’essere nostro si dipana, sono le scelte che portano ad essere ciò che si è, non qualcosa che viene prima, non una fantomatica quanto inesistente natura umana con tutta una serie di funzioni connesse e inscritte.

Tale libertà forgia se stessa nel rapporto negativo con il nulla, con una differenza, con una mancanza di qualcosa di stabilito prima, con una realtà esterna non più tanto consistente, ma altrettanto libera quanto noi stessi, una realtà che oscilla fra l’essere e il nulla, nullificante e terribile nell’essere altro dal prossimo.

Essa si esplica in Arzach con la perdita del linguaggio, a favore dell’esperienza di essere per sè all’interno delle vignette da parte del lettore-viaggiatore.

Arzach viaggia per un nessun dove, vive avventure lasciate alla percezione di chi le guarda, determinato da uno spazio geometrico che s’infrange nell’infinita non prospettiva del disegno, le sue espressioni sono molteplici, non chiare e non facilmente interpretabili. Il suo nome cambia in continuo, a sottolineare non solo l’assoluta mancanza di essenza ma anche la totale e non immutabile stabilità delle cose/entità, le quali sempre sfuggono alle etichette convenzionali dei nomi, privi ormai di qualsiasi aggancio con l’oggettività in questione.

Lo stesso Jerry Cornelius è un personaggio “open source”, libero dalla definizione primigenia della sua essenza dettata dal suo Creatore. Vive una vignetta dopo l’altra nel suo rapporto con l’alterità del Maggiore Grubert, in situazioni assolutamente inessenziali. Sono minacciati dal cattivo di turno Bakalite, un “minerale” che tenta di reificarli in qualcosa di definito, nell’economia del Garage Ermetico, gigantesco asteroide vagante nel cosmo, chiaro simbolo della non essenza in sè del mondo in cui si agitano, gettati su quel sasso senza un effettivo passato e con un futuro costruito giorno per giorno.

Lo stesso Jerry Cornelius forma se stesso giorno dopo giorno, nella costante ricerca di un senso che nemmeno lui ormai pensa di trovare, chiamato a scelte terribili nella totale inconsistenza dell’altro.

«Il valore del riconoscimento di me da parte dell’altro dipende da quello del riconoscimento dell’altro da parte mia. In questo senso, quanto più l’altro mi coglie come legato a un corpo e immerso nella vita, tanto meno io sono me stesso e sono invece un altro. Per farmi riconoscere dall’altro, devo rischiare la mia vita. Rischiare la propria vita, infatti, è rivelarsi come non-legato alla forma oggettiva o a qualche esistenza determinata; come non legato alla vita» (Jean Paul Sartre, «L’essere e il nulla»: parte III, “Husserl, Hegel, Heidegger”, pagg. 302-303).

Perseguire dunque l’altro è quasi condannarlo a morte, condannarlo alla libertà.

L’unico modo per non subire questa condanna è la strada dell’auto consapevolezza, dell’armarsi dell’intelligenza, affrontando ogni giorno la difficile strada della leggerezza, combattendo l’insostenibile con l’affermazione dell’essere.

Arzach in ogni storia agisce in questo modo, condannando il lettore al riconoscimento del nulla, del non essere legato a una forma predefinita di alcun genere, in questo modo persegue alla perfezione la morte del lettore.

Open source, sorgente libera, liberamente fruibile, gratuita, modificabile e programmabile.

Perché devo relegare a qualcun altro o a qualcosa di falsamente predefinito la mia programmazione, perché agire come se già fosse tutto deciso, prestabilito, ordinato e misurato?

E’ necessario rischiare la propria vita: il sacrificio di Cornelius e la solitudine quasi nauseata di Arzach ne sono i simboli chiari e non definiti.

Jean Giraud, cambiando continuamente nome, ha scelto la sua vita, ha rischiato la vita fino al massimo della conseguenza.

Non è l’essere libero di deambulare, non è il trovarsi in una gabbia che determinano le condizioni prestabilite della libertà. E’ l’essere liberi per l’altro, nel riconoscere l’altro come non legato, in qualsiasi condizione.

Ora la vita di Moebius continua, infusa nella differenza nullificante delle sue vignette, ancora una volta perduti nei riassunti di puntate precedenti mai scritte e di un finale che non definisce nulla, fluttuanti in questo garage dal linguaggio rarefatto o inesistente, illuminato da stelle altere e indefinite nella fioca luce baluginante.

BREVE NOTA PER LE MELODIE DI MELODIA E PS SULL’OMONIMIA

La settimana scorsa Asimov, oggi Moebius e fra 7 giorni arriva (salvo catastrofi) Ursula Le Guin. Per qualche martedì Fabrizio Melodia detto “Astrofilosofo” disegnerà i profili di autori e autrici che hanno allargato il nostro sguardo sugli spazi e sugli altroquando interni, esterni, possibili e impossibili, insomma sulle fantascienze. Ritratti pensati per terrestri e aliene/i, per il ripasso di chi gravita nel fanta-fandom e per chi vive invece nella sedicente realtà. Lo ringrazio per questi testi molto belli, oserei dire melodie filosofiche. (db)

PS – Ogni volta (o quasi) che scrivo di fumetti o che qualcuna/o ne ragiona su codesto blog è d’uopo (se vogliamo dirla alla Toquato Tasso e se no sostiuite “d’uopo” con “necessario”) chiarire che il Daniele Barbieri, semiologo e “fumettaro” bolognese, non sono io ma un mio omonimo, simpatico e saggio. Sulle disavventure dell’omonimia ho scritto e scriverò paraponziponzipò. (uno dei db)

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