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26 marzo 2012 / miglieruolo

Incontri

Racconto l’episodio, tale e quale me lo riporta la memoria, per un motivo soltanto: perché precede l’ondata di parenti che da ogni parte del mondo si è riversata in Italia, solleticando gli istinti più bassi dell’Italiano medio, il quale può dimostrarsi notevolmente crudele, nonostante ami definirsi brava gente.
Niente scuse, non ne accetto. Non baggianate tipo “paura del diverso” e “tolgono il lavoro a noi”. Non tolgono niente a nessuno. Offrono un’occasione di crescita, piuttosto. E un po’ di sollievo alle tasche della povera gente, tartassata non solo dal governo, ma anche da industriali, finanzieri e commercianti. L’iniquità regna dappertutto: siamo il paese democratico più ingiusto del mondo. Mentre i salari italiani sono i più bassi d’Europa, gli emolumenti degli alti funzionai sono i più alti; esagerati i prezzi esagerati di benzina, medicinali e immobili, arrivati su valori che non conoscono giustificazione. La classe dominante in Italia ha assunto un carattere di assoluta ferocia. Disonestà, insofferenza alle regole e violenza degna del fascismo bianco che avanza.
Unico calmiere proprio gli immigrati. Lo stesso oggetto in vendita, a esempio, in un negozio gestito da un cinese costa la metà che in un negozio gestito tradizionalmente. LO STESSO OGGETTO, con la medesima etichetta!
Ammettiamolo. Gli atteggiamenti di alcuni concittadini non hanno vera spiegazione. Se non quella che certa gente soffre proprio di questa inclinazione: la crudeltà nei confronti del più debole, alias il più povero. Non si tratta di mera presenza del razzismo. C’è anche questo, antica piaga dell’umano. Ma c‘è più di questo, il peggio: la voglia di avere qualcuno sotto che funga da sfogatoio: e l’inferocire contro questo qualcuno per esorcizzare un segreto inconfessabile timore. Che quella società, con quelle norme distorte alle quali si è tanto attaccati potrebbero da un momento all’altro rivolgersi contro di te e ridurti nella medesima condizione di bisogno che disprezzi (per nascondere che la paventi). Non a caso il razzismo dispiega il più dei suoi effetti nelle personalità che politicamente si collocano a destra.
Cancellare, allora. Una negazione che è anche negazione di se stessa, della propria cecità e propria dabbenaggine. Si chiama nascondere la testa sotto la sabbia. Nonché dare preventivi colpi in testa a chi potrebbe un domani tentare di sollevare la testa.

* * *

Da oggi e fino al 17 aprile incluso il blog procederà in automatico, senza cioè che io possa interloquire con chi, leggendo i post giornalieri programmati, vorrà lasciare un suo commento, protestare o chiedere spiegazioni.
Vi lascio comunque in buona compagnia. Da qui al 20 aprile tutti i giorni sono coperti. Un lavoro defatigante che ho affrontato volentieri per non deludere i pochi (purtroppo ancora pochi, una quarantina) che mi seguono. Lo faccio, in più di qualche mio racconto e intervento, per mezzo di alcuni buoni contributi di Claudia Marinelli (sul cinema soprattutto, ma non solo) e una ottima fiction di Orazio Barrese (in sei puntate) sul grande poeta portoghese Fernando Pessoa.
A dopo la metà aprile, dunque. E buona lettura.

* * *

Incontri

Non dimenticherò mai il minuto rapimento di che mi aggredì e fece suo, una volta, un tempo lontanissimo, in mezzo al traffico, un quaranta e passa anni or sono. Altri lo stesso trasalimento lo chiamerebbero amore; io, meno pretenzioso, mi limito a considerarlo un’emersione alle ordinarie dolcezza della vita. La stessa vita, donna crudele, che a volte ti si nega, e altre, donna gentile, offre generosamente tutto il buono che sa contenere.
Davanti a me macchine, tante; dietro quante poteva contenerne la strada. Con qualcuna in più, al sicuro di traverso sopra i marciapiedi. Si procedeva con lentezza, un metro o due alla volta. Era un sollievo quando potevano esserne percorsi tre tutt’insieme. L’esasperazione pervadeva l’universo, conducenti e viaggiatori, le stesse auto sembravano tremare di furore. E allora proteste di clacson, ruggiti di motori che si impallavano, stridii di freni, evoluzioni di motorette, fischi lontani di vigili sopraffatti, pedoni sogghignanti… non erano loro a rimetterci, una volta tanto.
In mezzo a tutto quel bailamme, uno spiraglio di serenità composta, alta e snella, una ragazza bruna, i capelli a mezzo collo, apparve alla mia destra, al riparo nell’interno del marciapiedi. Stava con le spalle appoggiate a un muretto, composta, tutta perfettina, in attesa sapeva solo lei cosa. Avrà avuto al massimo diciotto anni, già piena della grazia nuova, della pienezza di sé e della sicurezza che vige nella donna. Approfittando di un momento in più di sosta della colonna di auto, scese dal marciapiedi e si chinò all’altezza del finestrino della macchina che mi precedeva. La vidi muovere le labbra, parlando alle persone dentro. Me ne innamorai all’istante, per tutto quello che le era proprio: e il di più che volli aggiungere, un di più che trascolorava nel sogno. Romanticando possibilità reali. L’elasticità del corpo, la giustezza della postura, la gonna che da dietro sollevava senza scoprire niente, la speranza sua tutta, tutta speranza era, tutto avvenire, avrei voluto diventasse mia. Essere in società, compartecipare. Chiedere. Fammi bere alla fonte delle tua delicatezza, i tanti pensieri di bene. Fammi udire la risata cordiale, che già immagino. Lasciami godere i tumulti dell’intimità, le altere pretese, oppure i delicati abbandoni, languida e passiva, fervidamente amorosa… Inutile soffermarsi sulla bellezza. Ne ho già detto direttamente o indirettamente, abbastanza. Dirò invece del vestitino leggero, senza pretese, del profilo affilato, il passo svelto, agile non impacciato dai tacchi…
Non appena iniziò a parlare dentro la mercedes si scatenò l’inferno. Visi irati, gesti sopra le righe, parole al posto delle spade, alle quali fecero ricorso essendo troppo angusto l’abitacolo per poterle liberamente roteare. Arrotando le parole. Uno scatenamento di avversione che sul momento non compresi, troppo sorpreso per poterli adeguatamente metabolizzare. Sul momento ingenuamente infatti volli intendere di genitori esagerati che troppo severamente redarguivano per una qualche mancanza. Complice, li giustificai. Non dovrebbe, ma succede. C’è persino chi alza ancora le mani e volentieri il piede. Loro si limitarono a insultare.
Seguì l’inevitabile. Un cambiamento nel mite atteggiamento di rassegnata e forse anche di desolata accettazione della ragazza, amante potenziale e martire. L’espressione del viso suggerì ben altro delle aspettative che l’età della coppia dentro la macchina aveva creato. A parte l’ansia, suggerì l’insorgere di una certa delusione per la richiesta insoddisfatta, determinata da un bisogno ancora leggero ma che fra non molto sarebbe diventato impellente.
Si ricompose subito. In piedi dritta in tutta la sua naturalezza, guardando lontano. Inverosimilmente bella, come può solo chi al valore indiscutibile della bellezza spontaneamente antepone quello della dignità, e del decoro. Si può essere nel bisogno e però in modi differenti tra loro, i cui differenti esiti non tardai a valutare. Quello adottato della ragazza ad esempio, che preservava il dovuto rispetto per se stessi; oppure quello opposto dei due vecchi ispirati dalle loro ormai stantie, mille volte ripetute, false opinioni, che li rendeva tristi e falsi. E un altro ancora nel quale io ero, pigro spettatore, che non si rassegnava a esserlo.
Perciò posi attenzione. Non a ciò che la ragazza valeva e non valeva. A quel che stava vivendo. Intuii che se pur non lo dava a vedere, era stata intimidita. La forza d’animo come consumata dall’assalto pregresso dei numerosi rifiuti. E di quell’ultimo finale, il più folle ferino, ammazzasette, una vera indecenza, che aveva dovuto fronteggiare.
L’attenzione prima mi portò a una seconda. Alla donna. Segretamente sedotto dalle possibilità e dalle convenienze, considerai quanto fosse giovane, anche se non troppo più giovane di me. Aveva la grazia che a me mancava, con la quale completarmi. E la pazienza interminabile con la quale continuava a evitare le peggiori fluttuazioni della vita. Poteva insegnarmi molto. Per rendere fattuale tutte quelle possibilità e anche altre, considerai, avrei dovuto vincere la pigrizia, scendere dalla macchina, incurante della riprovazione e proteste degli altri automobilisti e dichiararmi. Non ho abbastanza parole, avrei potuto dirle, appena quella bastanti per farti sapere che questo è il nostro tempo, quello esclusivo di noi due, Reinaudo e Riobaudo incarnati per poter meglio significare a tutti che la felicità e possibile, possibile anche sussurrare per sempre. E nello stesso tempo, nel segreto dei pensieri, diventando consapevole, di me, delle necessità e meriti: Amami un po’, non protendo molto. Di quel poco mi contenterò, se sarà il massimo che tu possa dare.
Invece, obbediente alla necessità non feci nulla. Mi limitai quando me ritrovai a passare alla sua stessa altezza nella via a piegarmi di lato, schiudendo il finestrino quel tanto sufficiente per poter porre la domanda e gridare: – Hai chiesto qualcosa?
Non osai di più, non esplicitare. Non si poteva mai sapere, se davvero avesse chiesto, o invece offerto, né fosse abbastanza tollerante da accettare un eventuale equivoco. Sono mica una mendicante, io, cosa crede? Inalberandosi e chissà cos’altro ancora. La domanda la raggiunse, la indusse a annuire. Diede due passi verso il selciato e si chinò come prima, cordiale.
– Sì, qualcosa per poter fare colazione…
Quieta, naturale. Mormorando appena, senza quasi chiedere, informando. Avevo mille lire a portata di mano, arrotolate dentro il portacenere, mai adoperato. Allungai la banconota. Spinse la mani dentro, per agevolare. La prese. Le mani neppure si sfiorarono.
– Grazie…
Tornò dritta, alta e decorosa, un incanto di dirittura morale. Per ascendere al cielo della bellezza, stando con i piedi ben piantati in terra. Diedi due passi e fu di nuovo sul marciapiedi. Alcuni altri e superò l’indaffarato ingresso di un bar, il più vicino. Le mille lire in mano.
Io proseguii, disgustato di me stesso, fiaccamente innamorato, disutile
stanco.

Mauro Antonio Miglieruolo

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