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31 marzo 2012 / miglieruolo

PALLOTTOLE SU BROADWAY

PALLOTTOLE SU BROADWAY
di Claudia Marinelli

Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Douglas McGrath
Scenografia: Santo Loquasto
Montaggio: Susan E. Morse
Costumi: Jeffrey Kurland
Fotografia: Carlo di Palma
Cast: John Cusack, Jack Warden, Chazz Palminteri, Jennifer Tilly, Rob Reiner, Marie Luoise Parker, Diane Wiest, Harvey Fierstein, Tracey Ullman
Produzione: U.S.A. 1994
Oscar: Diane Wiest come migliore attrice non protagonista
Nomination: Chazz Palminteri e Jennifer Tilly come migliori attori non protagonisti
Woody Allen e Douglas McGrath per la sceneggiatura.

Il mondo dei gangster, dei mafiosi senza scrupoli, delle ballerine di locali notturni e del teatro serio di Broadway si amalgamano brillantemente in questa commedia gustosa e avvincente ambientata a New York durante i ruggenti anni ’20.


David Shayne (John Cusack), un giovane idealista laureato in drammaturgia presso una prestigiosa Università degli Stati Uniti, ha scritto un dramma che non riesce a far rappresentare fino a quando, il produttore Julian Marx (Jack Warden), trova i fondi per la messa in scena: il gangster Nick Valenti finanzierà il tutto a condizione che Olive Neal (la bravissima Jennifer Tilly), la sua ragazza, reciti nel ruolo chiave della psichiatra. Ma Olive, ballerina di cabaret con velleità di attrice, è un’ochetta mantenuta con un cervello di gallina che non potrebbe mai neanche far finta di fare l’attrice o la psichiatra!
Dopo aver accettato questo primo compromesso, David non riesce più a respingere le numerose seduzioni del mondo del teatro di Broadway. Trascura la sua ragazza Elaine, si adatta ai capricci degli attori e adatta il suo manoscritto, prima alle esigenze di Helen Sinclair (Diane Wiest) attrice di fama internazionale che vuol far diventare il suo personaggio più vivo e appariscente, poi a quelle di Warner Purcel, attore protagonista con gravi problemi nutrizionali e, infine, a quelle della guardia del corpo di Olive, il gangster Cheech (Chazz Palminteri).
Cheech, con un incredibile intuito, riesce più volte a sbloccare il testo di David che risulta ostico e poco rappresentabile sulla scena. Egli suggerisce dei ritocchi alla storia e al linguaggio, in un primo momento, poi delle vere e proprie trasformazioni della trama del dramma per finire col riscrivere, quasi completamente, il testo originale del giovane scrittore di nascosto dagli attori. Cheech non sembra interessato a rivendicare il merito del suo lavoro, lascia che David ne riceva tutte le lodi.
La commedia viene rappresentata e, malgrado l’interpretazione più che mediocre di Olive, è un successone. Tutto il mondo della letteratura e del teatro acclama David come un nuovo e interessantissimo drammaturgo! David non smentisce, ma Cheech, che ora sa di aver prodotto un’opera d’arte, non tollera più che una mediocre attricetta come Olive rovini il suo lavoro e… non trova di meglio che ucciderla per liberarsene! Scoperto da Nick Valenti, anche Cheech verrà inseguito e ammazzato con due colpi di pistola, nelle quinte del teatro dove si sta rappresentando il suo dramma, e spirerà nelle braccia di David regalandogli un’ultima geniale battuta da aggiungere al testo. David si rende conto, allora, di non essere un artista; va a ricercare la sua amata ragazza, le chiede di sposarlo e decide di tornare nella sua città natale per diventare un professore.
Il film è una commedia vivace la cui storia procede senza momenti morti, grazie ai brillanti dialoghi, avvalorati dalla deliziosa fotografia di Carlo Di Palma, dalle simpatiche musiche anni ’20, e dai divertenti colpi di scena.
Ma i film di Woody Allen non sono mai solo e soltanto puro divertimento; che egli ci faccia ridere ridicolizzando le dittature, il sesso, lo sport, l’amore o le nevrosi di una parte degli americani, insinua sempre nello spettatore delle domande. Questo film non è diverso dagli altri.
David è colto, ha studiato drammaturgia, si è laureato a pieni voti, parla e scrive in modo erudito e poetico, ha dunque tutti i requisiti per essere un bravo drammaturgo, ma il suo dramma in scena “non regge”, è noioso, i dialoghi sono troppo ricercati, le situazioni contraddittorie e inverosimili, un brutto lavoro insomma.
Cheech è un gangster, ha forse fatto la quinta elementare, si esprime male, non ha probabilmente mai letto un libro di letteratura, non conosce le “buone maniere”, ma i dialoghi che riscrive al posto di David in scena “reggono”, le situazioni da lui proposte sono interessanti, accendono la curiosità dello spettatore, il dramma sul palcoscenico vive di vita propria, è bello.
Chi è l’artista allora?
E’ sufficiente aver condotto degli studi brillanti, essere colto, provare un profondo amore per una determinata arte, per poter diventare un fautore di questa stessa arte? Un’artista?
O l’artista è colui che ha “un qualcosa” dentro ed è capace di esprimerlo a dispetto del mondo che lo circonda e delle personali limitazioni culturali? Colui che è capace di difendere la propria opera a qualsiasi costo, e… (siamo in un film e le situazioni sono volutamente portate all’estremo) anche di morire per essa? Colui al quale fama e soldi sono indifferenti, visto che egli vivrà comunque attraverso la sua creazione?
Woody Allen sembra proprio pendere per questa seconda definizione dell’artista.
E’ giusto che un’artista “si crei il proprio universo morale” come dice ad un certo punto uno dei personaggi, a discapito della “morale comune” e dei sentimenti delle persone? Cheech per salvare la sua opera dalla mediocrità di un’interpretazione sbagliata, uccide, ma David è oppresso dai sensi di colpa quando tradisce la sua ragazza con Helen Sinclair. Cheech si è creato il suo “universo morale” per difendere la sua opera d’arte, naturalmente viene punito, ma ha avuto il coraggio di seguire una logica, una “morale” solo sua, opposta alla “morale comune”.
L’opinione è quella di Woody Allen, naturalmente, e può essere contestata, (quanti libri sono stati scritti da illustri letterati e filosofi sul problema dell’arte e della morale?). Ma lo scopo di un film, che non vuole essere soltanto divertimento fine a se stesso, non è forse quello di porre delle domande e degli spunti di riflessione? Per cui, se dopo aver visto “Pallottole su Broadway”, contestiamo, parliamo o semplicemente riflettiamo sulla natura dell’arte, significa che il film, facendoci ridere, ci ha dato molto di più di due semplici ore di divertimento.

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