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6 aprile 2012 / miglieruolo

Prigionieri dell’inverno

Eravamo prigionieri dell’inverno, prigionieri della passione. Non la neve ci aveva rinchiusi, non il freddo, ma l’attrazione reciproca che escludeva, per un tempo predeterminato almeno, la possibilità di ogni altro presenza.
Ma dove isolarci dal mondo dei diritti e dei doveri?
– La mia casetta sul fiume, – proposi. Poco più che una baracca, ma poteva servire.


Consentì.
Rompemmo allora con il mondo. Attraversammo un agglomerato di piccole case, l’auto che procedeva lenta tra alberi innevati e tetti che lasciavano cadere, sull’incauto passante, piccoli blocchi di ghiaccio e neve: attraversammo la campagna sterminata. Si udiva solo il fruscio delle ruote lente sul soffice bianco che pareva eterno, almeno io solo quello udivo; non la cascata di parole con cui lei cercava coprire la propria tensione. Lei invece, probabilmente, solo i battiti accelerati del mio cuore, al cui ritmo armonizzava il fluire del discorso. Con quel cuore, fra poco, avrebbe dovuto fare i conti. Poteva rifiutarsi a quel rendiconto, dirmi no, dopo aver detto sì, ma avrebbe spezzato per sempre la trama di una tela che era vitale per ambedue tessere.
Non andai a aprirle la portiera quando arrivammo. Mi precipitai in casa per accendere il riscaldamento. Me ne fu grata. Anche perché ebbe modo di indugiare, alla balaustra che separava lo spiazzo dell’ingresso dal fiume, la bella vista che si godeva, quattro-cinque metri più in basso, dell’acqua che scorreva lenta..
Ah, mia regina! Io intanto esclamavo, della sua bellezza crogiolandomi. Felice che lei fosse lì con me. Quasi quasi non avrei preteso altro, se lei l’avesse preteso. Mi sarei contentato d’essere intrattenuto con la confessione dei suoi segreti, che disvelava a me, privilegiato rispetto ai mille altri a cui li avrebbe potuti rendere noti. Che a me avesse scelto di affidarli, alla cassaforte protettiva del mio amore.
O forse in quel modo pensavo e valutavo, essendo certo che avrei avuto di più, il tutto che un uomo potrebbe desiderare, in più e oltre le concessioni del cuore. Lo confesso: ero felice, ma anche impaurito, terrorizzato dalla grave responsabilità. Che lei mettesse il suo destino nelle mie mani era onere molto più pesante di quella che ricadeva sulla spalle di ognuno a cui sia fatto dono della vita. Ed ecco il dono nuovo, la nuova occasione di rinascita.
– Quanto tempo mi concedi? – chiesi non appena fummo dentro. Una domanda che avrebbe dovuto essere formulata molto prima di quell’istante e che solo a quel punto mi concessi. Io ero libero, per me un mese o un anno o dieci non costituivano un problema. Lei no, lei doveva rendere conto.
– Tre giorni, – rispose.
– E se dopo tre giorni fosse impossibile il ritorno?
– Allora mi dovrai tenere per sempre.
Era la verità o solo una battuta? Non ebbi coraggio di chiederglielo. Non indagai, non volli sapere. Tre giorni, in quel momento, mi apparvero l’eternità. Non ambivo tanto. Mi basta averla tutta per me un minuto e sarei stato esaudito per sempre. Così mi sembrava allora.
Ma tre giorni sono anche un battito di ciglia. Arrivano, imperversano e passano. Anche se sei stato soddisfatto, ti lasciano insoddisfatto. Hai voglia di non abbandonare il letto se non per aprire il frigorifero alle ricerca di qualcosa da sgranocchiare; hai voglia di indugiare solo nelle abluzioni, o nella smemorata voglia di sonno. Sia pure ingozzato all’inverosimile, la fame di lei (o di lui) non passa. La passione, quando è sincera con se stessa, brucia senza passare. Brucia le energia, ma non passa. Deprime le possibilità di esaudirla, non la si può esaurire. Eternamente rinnova se stessa, risorgendo dalle proprie ceneri. Così almeno era per noi due. Paolo! Invocava lei. Francesca! Rispondevo io.
– L’auto è guasta, – aggiungevo di tanto in tanto io, per metterla alla prova, per gusto di provocazione.
– Allora dovrai tenermi per sempre!
– La strada è interrotta… – insistevo cercando di strapparle una diversa risposta.
– Dunque, questo incontro è destinato a durare.
Velleità di amanti senza vera consapevolezza del loro essere tali: amanti. Condizione fatale.
Scesi una mattina armato di un cacciavite per fare i conti con questa benedetta auto. Le strade non potevo interromperle, la minaccia dell’auto non era insormontabile. Non certo superiore alle mie possibilità.
Quando fui davanti al mite, silenzioso complice mio, esitai. Non per compassione della macchine, che pure provai; per pietà nei miei stessi confronti. Da allora mi chiedo sempre e spesso: uno nasce o diventa inadeguato?
– Prenderà un carretto, – mi dissi. – O rincaserà a dorso di mulo.
Tornai su senza aver fatto nulla. Lei sorridendo mi aspettava in posa volutamente volgare, le gambe del tutto aperte. Non per provocazione, perché non occorreva. Per significare che la disponibilità sua era arrivata al capolinea, quella non più altra nuova occasione. Per dirmi che il libero accesso alla sua anima era terminato. Più ormai solo il corpo. La materia che si apriva per esibire la solida concretezza dello spirito al quale non avrei più avuto accesso.
Quando salimmo sull’auto per tornare in città sapevo che non l’avrei più rivista. Lo stesso salii e guidai fino al punto di rottura. Al punto di non ritorno. Per il rimpianto che leggete e queste poche chiare lettere.
Mauro Antonio Miglieruolo

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One Comment

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  1. cristina bove / Apr 6 2012 17:45

    l’inutilità di un cacciavite… 🙂

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