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14 aprile 2012 / miglieruolo

Dieci, cento, mille Fernando Pessoa – 4

(flash back )

Al porto di Lisbona, fervono le operazioni di carico di merci su una nave mercantile. Accanto alla passerella d’imbarco un agente delle polizia marittima controlla i documenti dei passeggeri. Sono pochi, perché non avendo cospicue disponibilità economiche sono stati costretti a rinunciare alle comodità di una nave da crociera e trovare una modesta sistemazione su un cargo.

Tra questi un signore bruno, non ancora trentenne, alto 1,75, elegante. L’agente portuale osserva il suo passaporto quindi legge: “Alvaro De Campos, nato a Tavira il 15 ottobre 1890” …
Si interrompe. Scruta di nuovo il passeggero chiedendogli con tanta deferenza: “La sua professione è quella di ingegnere navale?”
– No, quella non è la mia professione, ma la mia laurea. Io sono poeta…
Ancor più ammirato l’agente si inchina e gli fa cenno di passare. Un marinaio lo conduce nella sua cabina, spartana ma non scomoda, “la migliore che abbiamo” e nel ringraziare per la mancia che gli viene offerta dice al “signor ingegnere” che è a sua disposizione per ogni esigenza.
– Come sa, signor ingegnere, arriveremo a destinazione tra un mese e mezzo. Un viaggio lungo e noioso, anche se avremo delle soste interessanti. Se ha bisogno di me non mi risparmi.
Le scene successive ci mostrano alcuni momenti della navigazione, brevi soste in qualche porto africano per rifornimenti, il doppiamento del Capo di Buona Speranza, Singapore, Hong Kong, Macao. Si vede de Campos che nella sua cabina o sul ponte di coperta seduto su un rotolo di gomene scrive su un grosso quaderno dalla copertina nera, o che passeggia sulla tolda a scrutare il mare o godersi il tramonto. Talora interrompe la scrittura per osservare estasiato la prestanza due marinai dal petto nudo al lavoro sul ponte. L’insistenza del suo sguardo non sfugge ai destinatari, che gli fanno un cenno di saluto. Poi uno dei due dice sottovoce, portando l’indice della mano destra verso l’oecchio: “Mi sa che l’ingegnere…”
De Campos intanto ha smesso di scrivere ed è rientrato nella sua cabina. Pone il quaderno sul tavolino osservando l’ultima pagina. Si riesce a leggere: Le braccia di tutti gli atleti/ mi hanno stretto subitamente al femminile…

In una strada di campagna Caeiro e Reis, il cui volto rimane indistinto, parlano del più e del meno. La conversazione non è agevole perché Caeiro è in preda a una tosse stizzosa. Da lontano si sente chiamare: “Alberto, tornate, c’è qualcuno che sta arrivando”.
Quando raggiungono l’abitazione è appena sceso da una carrozza Alvaro De Campos. S’inchina con deferenza verso Caeiro, chiamandolo “Maestro”, stringe la mano a Reis, bacia la ruvida destra della padrona di casa, la vecchia zia di Caeiro, poi dice che è tornato da alcuni giorni dall’Estremo Oriente ed anzi ha portato un souvenir. Ciò detto scarta un pacchetto, nel quale una piccola scultura in avorio rappresenta una giovane ballerina, nelle movenze tipiche delle danze rituali.
Mentre la zia spinge i tre uomini a prendere posto attorno a un tavolo e si avvia a preparare il tè, De Campos, deve soddisfare le curiosità di Caerio e Reis sul suo viaggio
– Lei, Maestro, ne sa più di me…
De Campos viene bruscamente interrotto.
– No, ne so ben poco. La mia istruzione è sommaria, ho fatto sino alla quarta elementare poi i miei genitori – ed indica una foto incorniciata i nella quale vi sono un uomo e una donna – sono morti e sono stato cresciuta da questa zia, qui in campagna. La mia è una formazione da autodidatta.
– Non fare il modesto – dice la zia che sta versando il tè nelle tazze. – E poi sai bene perché sono qui il signor dottore e il signor ingegnere – aggiunge voltando la testa rispettivamente verso Reis e Caeiro. – Sanno che sei un grande poeta, ed infatti ti chiamano Maestro.
– Per favore zia, lascia stare…
Non riesce a proseguire, assalito di nuovo dalla tosse. Con l’aiuto di Campos, Reis porta il maestro in camera da letto, lo ausculta alle spalle e chiede alla vecchia zia di dargli lo sciroppo che gli aveva prescritto.
– Meno male che c’è lei, dottore – dice la donna. Alberto sa di potere contare su di lei…
– Non per molto purtroppo. Sto progettando di andare via dal Portogallo. Un monarchico convinto, come sono io, si trova a disagio da quando il nostro paese è diventato una repubblica, violenta e corrotta per giunta. Sì, ho pensato che la mia nuova patria potrebbe essere il Brasile.
Ancora una volta un colpo di tosse del Maestro. Reis gli nuovo gli si accosta, gli tocca il polso, gli dà un colpetto sulla spalle, e con lo sguardo desolato si rivolge a De Campos scuotendo la testa. É una gestualità che non sfugge a Caeiro, il quale da alcuni giorni avverte che non gli resta molto da vivere. E allora esterna ai discepoli le sue ultime volontà:
“Se quando sarò morto vorrete scrivere la mia biografia, non c’è niente di più semplice. Ci sono solo due date: quella della mia nascita e quella della mia morte. Fra 1’una e l’altra tutti i giorni sono miei”.
Poi consegna le sue liriche a De Campos perché si occupi della pubblicazione.
Pessoa, visibilmente turbato, parla con Ophélia della morte di Caeiro. Le sue poesie sono state pubblicate appena in tempo e il Maestro deve avere sofferto molto dell’ambigua recensione – una chiara stroncatura, comunque – di uno dei suoi discepoli, Reis, che pure lo ha devotamente curato e seguito nella sua malattia. É incredibile, dal momento che anche Reis seguiva il filone classico. Com’è diverso e generoso l’ingegnere de Campos! Futurista, ma devoto al Maestro. Pessoa prende un giornale, scorre un articolo e gli spuntano le lacrime: “Leggi cosa ha scritto de Campos per la morte di Caeiro”.
Ophélia cerca di consolarlo: “Non te la prendere così. Non sei tu a sostenere che ogni vera emozione è una menzogna nell’intelligenza? D’altra parte mi hai sempre parlato della tua ripugnanza per le liriche di Caeiro. Eppure, non so perché, ho il sospetto, se non la certezza, che ti sei adoperato per farle pubblicare. Se così è, tu, blasfemo e antispiritualista, perché l’hai fatto?”.
Pessoa non risponde.

( fine flash back )

La stessa domanda di Ophelia viene posta a Monteiro dai suoi ospiti.
– Perchè l’ha fatto, se l’ha fatto ?….
– Non so se sono nel giusto. Ma probabilmente perché a farlo non era Pessoa, ma Pessoa-Caeiro. E ciò può spiegare la riconoscenza per de Campos.

( flash back )

Al caffè Leo, ritrovo degli intellettuali di Lisbona, c’è particolare eccitazione per la pubblicazione dell’Ode Triunfal di de Campos ( giugno 1914) Il dibattito sul poeta ha la meglio sulle considerazioni e sulle preoccupazioni per la guerra che si annuncia imminente e nella quale è generale convinzione che sarà coinvolto anche il Portogallo. Mario de Sà Carneiro, Almada Negreiros, Monteiro, altri ancora, sostengono che de Campos ha assunto a pieno titolo il primo posto nell’avanguardia portoghese. Eppure nessuno lo conosce fisicamente, non frequenta né caffè, né salotti letterari.
Ophélia dice che Pessoa, che lei sta aspettando, può fornire molti ragguagli, perché lo conosce personalmente, anzi è suo ottimo amico.

Pessoa e de Campos sulle rive del Tago. Pessoa legge la prefazione che de Campos gli ha scritto per Chuva obliqua: “Sono troppo amico di Pessoa per dire bene di lui senza sentirmi male. La verità è una delle peggiori ipocrisie a cui costringe l’amicizia. Se il lettore troverà ingiuste le parole che ho detto, supponga che io abbia detto quello che lui ritiene giuste…”.
Pessoa annuisce. C’è gioia nei suoi occhi. Ringrazia l’ingegnere, il quale gli chiede perché mai si sia rivolto a lui.
“Perché – risponde Pessoa – lei è una celebrità. Tutto il mondo delle lettere parla di lei e della mia… scusi il lapsus, della sua Ode Triunfal. Ho avuto ragione a darle la vita e ad avere fede in lei”.

Pessoa, Ophelia, Sà Carneiro, Negreiros vanno in una tipografia, dove si stampa la rivista Orpheu per consegnare la prefazione di de Campos a Chuva Obliqua. Sà Carneiro, rispondendo a una domanda, dice che la rivista, per difficoltà economiche, cesserà le pubblicazioni col numero in corso di stampa. E lui partirà per Parigi. E’ un saluto affettuoso ma amaro per gli amici.

Pessoa, Ophélia e il poeta Luis de Montelvor (uno dei fondatoeri della rivista Orpheu) a teatro. Per arrotondare le sue entrate Pessoa ha accolto di buon grado l’offerta di collaborazione di un giornale per la critica teatrale. Durante l’intervallo Pessoa dice a Luis che finalmente ha scritto a Marinetti. Gli ha spiegato il ritardo col fatto che la politica, che ora ha messo completamente da parte, e anche la lussuria, non gli hanno praticamente lasciato tempo.
Luis guarda con un sorriso allusivo Ophélia. Anche lei sorride, per nulla imbarazzata. Pessoa continua a raccontare il contenuto della sua lettera. Ha scritto a Marinetti che Dio gli ha ordinato di annunciare l’avvento della Chiesa paracletiana, una chiesa essenzialmente futurista, che “bisogna innalzare la bandiera sanguinolenta della rivolta”, che non è d’accordo con lui su tante cose.
Luis chiede chiarimenti. Pessoa risponde che ritiene troppo regolare l’evoluzione storica del futurismo di Marinetti e Boccioni. Ed invece “l’evoluzione si verifica in modo violento e cataclismico, nel quale ciò che si acquista è ottenuto soltanto a costo di perdite fondamentali”. Ne è d’accordo con l’opinione di Marinetti che condanna in assoluto il pensiero. ”Gli ho espresso forse un po’ troppo brutalmente la mia opinione. Per me il pensiero deve raggiungere lo stato supremo della vertigine, diventare pensiero puro per scoprire la ragione metafisica delle cose”.

—–

Orazio Barrese

(segue)

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