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15 aprile 2012 / miglieruolo

Dieci, cento, mille Fernando Pessoa – 5

La conversazione prosegue a casa di Luis con altri amici. Si sfoglia una raccolta di manifesti del futurismo italiano. Nelle locomotive, nelle culatte, negli obici Pessoa trova inaccettabili pulsazioni di violenza. Ophélia gli fa rilevare che è in contraddizione, quindi ridendo: “Già, non sei stato tu a confessarmi che non hai mai prestato fede alle tue convinzioni?”
Luis rivela poi agli amici di avere ricevuto da Parigi

una lettera di Sà Carneiro. Ogni riga gronda angoscia metafisica.

Sà Carneiro a Parigi. Percorre un Lungo Senna guardando intorno, come per fissare nella mente tutto quanto lo circonda. Indossa un abito sportivo. La lunga passeggiata lo porta alla Gare de Lyon, gremita di soldati in partenza per il fronte. Sà Carneiro osserva in silenzio, poi riprende a camminare e raggiunge il suo albergo. Si stende sul letto e sta per ingoiare una pillola. Ma ci ripensa. Si toglie l’abito sportivo, indossa il frac, stappa una bottiglia di champagne bevendone una coppa. Quindi si sdraia di nuovo sul letto e ingoia la pasticca. Pochi istanti dopo è morto.

Pessoa è profondamente abbattuto per la morte di Sà Carneiro. Ne parla col signor Grosse. L’enigmista, in vestaglia, sta sprofondato in una poltrona davanti a lui che lo ringrazia per essergli stato vicino. A Grosse piace il modo crittografico di parlare di Pessoa. “Non ho mai considerato il suicidio – dice riferendosi a Sà Carneiro – come una soluzione, perché io odio la vita per l’amore che sento per essa. Ma chissà che questo sentimento non possa essere ‘letto’ all’inverso, nel caso di Sà Carneiro. Forse può essere stato sconvolto dalle notizie della guerra, dalle devastazioni e dalle morti. Giovani vite stroncate, quando non c’è ideale o impero che meriti solo la rottura di un giocattolo”.
Grosse osserva che nonostante tutto bisogna proseguire nel cammino della vita e ricorda a Pessoa che deve essergli ancora assegnato il compito da svolgere. Pessoa annuisce: Grosse deve partecipare a un concorso internazionale di enigmistica, indetto dal londinese “Times” perché c’è in palio un premio eccezionalmente vistoso.

Ophélia trascina il riluttante Pessoa in visita ad appartamenti e case in costruzione. Compreranno casa e si sposeranno se Grosse vincerà il premio di enigmistica. Ha promesso che devolverà buona parte dell1’importo appunto a loro, per l’acquisto di casa. Pessoa cerca di frenare gli entusiasmi di Ophélia. Grosse è un uomo di parola. Ma vincerà il premio?
La ragazza è curiosa di conoscere Grosse, un uomo così generoso. E anche de Campos, del quale tutta Lisbona parla. Pessoa sta sul vago. Grosse e de Campos – dice – sono molto schivi, non amano la compagnia e i salotti. Ma farà del suo meglio.

Pessoa ed Ophélia in una strada della Baxia. Da come il poeta guarda la sua ragazza si intuisce che è particolarmente eccitato. E lo si noterà meglio in un angolo buio, lei addosso al muro, lui che si stringe a lei, baciandola affannosamente. Da lontano giungono gli echi di un fado. Poi i due si muovono velocemente verso la casa di Pessoa.

Si comprende subito dai loro discorsi, dall’arredamento in ordine, dall’abbigliamento che tra i due non v’è stato alcun rapporto sessuale. La giovane che ha assunto atteggiamenti se non erotici quando meno stimolanti non vuole però darlo a vedere.
– Hai scritto nulla in questi giorni?
– No. Ho passato il tempo a leggere un manoscritto di Bernardo Soares.
– Soares? E chi è?
-Fa il contabile in una ditta di tessuti. L’ho conosciuto in trattoria. Ci vedevamo da mesi, ma solo qualche sera fa siamo diventati amici. Ora ti racconto.

Pessoa con un plico sotto il braccio entra in una mescita di vini e sale le scale che lo portano al mezzanino, dove c’è un modesto ristorante. Prende posto al consueto tavolo. Di fronte a lui, ad un altro tavolo, c’è un uomo, anch’egli sui trent’anni, anch’egli segaligno ma più alto di Pessoa, esageratamente curvo, l’aria sofferente. Si sta arrotolando una sigaretta, avendo già finito di mangiare.
D’un tratto dalla strada giungono delle grida. I clienti s’affacciano alle finestre e assistono così a una zuffa tra due giovani e all’intervento delle guardie che li portano via.
Pessoa e l’altro cliente si trovano alla stessa finestra, quasi sfiorandosi. Quando stanno per tornare ai loro tavoli lo sconosciuto gli chiede:
– Lei è uno scrittore?
– Sì, come lo sa?
– E’ da molto tempo che la osservo. Ho notato che prende appunti, che guarda manoscritti. Ma permetta, io mi chiamo Bernardo Soares, aiuto contabile presso la ditta Vasquez, importatrice di tessuti.
Pessoa rivela il suo nome e Soares si dice felice di conoscerlo. Ha letto molte cose di lui, lo ha seguito sulla rivista Orphéu , anche se in realtà l’arte di Pessoa e di quanti vi scrivono non gli dice nulla di nuovo.
E’ una franchezza che piace a Pessoa. Qualche giorno dopo Soares gli consegna un manoscritto, per avere un suo giudizio.

Ophélia, nel mettere a posto le tazzine del caffè, nota un manoscritto poggiato su un tavolo. Chiede: “È quello?”. Pessoa risponde di sì e lei Incomincia a sfogliarlo. “Non credo – dice – a questa storia di Soares. Il manoscritto è tuo. È tua la calligrafia delle correzioni a penna”. Legge: “Soltanto le razze che portano i vestiti capiscono la bellezza di un corpo nudo. L’artificialità è un modo di assaporare la naturalità”.
Compiaciuta, Ophélia passa la mano sul volto di Pessoa che annuisce. Poi continua a sfogliare il manoscritto e il suo volto si rabbuia.
– E questo? – chiede.
– Cosa questo?
Legge: “La fatica di essere amato, di essere amato davvero. La fatica di essere oggetto delle emozioni altrui !”.
Pessoa si giustifica: “Ma tu stessa mi hai ricordato che io non presto fede alle mie convinzioni”. Accorgendosi d’essersi tradito cerca di correre ai ripari: “E poi che c’entro io con le idee di Soares?”.
– Non c’entri, d’accordo. Ma io debbo andare via.
Indossa rapidamente il soprabito e va via irritata, senza che Pessoa faccia un gesto per fermarla: gli si sta materializzando l’immagine di Soares.

Dopo una delle tante maratone in cerca di casa, Ophélia e Pessoa vanno a un dibattito in un circolo culturale sulla produzione poetica, dalla più antica a quella recente di de Campos. L’atmosfera è rovente. Letterati tradizionalisti esprimono il loro sdegno per 1′ Ultimatum di de Campos ai mandarini letterari dell’epoca: un testo provocatorio, pubblicato anni prima su Portugal Futurista, col quale si intimava lo sgombero di Anatole France, epicuro della farmacopea omeopatica; di Maurice Barrès, femminista dell’Azione; di Shaw, vegetariano del paradosso; di Rapagnetta-D’Annunzio, banalità a caratteri greci, assolo di trombone.
L’Ultimatum viene letto, tra continue interruzioni, da un giovane. Lo scritto esprime disprezzo per le varie nazioni del mondo, proclama l’esigenza di vari interventi di chirurgia sociologica con l’abolizione totale del concetto di democrazia secondo la Rivoluzione francese e l’avvento della Dittatura del Completo, dell’uomo che sia in se stesso il maggior numero di altri. Perché l’essere perfetto non è colui che può dire “io sono io”, bensì chi possa dire “io sono tutti gli altri” e per ciò stesso costituire la maggioranza. Deve scomparire anche il concetto che a ciascun individuo sia lecito avere opinioni sulla politica o su qualsiasi altra cosa e deve essere instaurata una monarchia scientifica antitradizionalista e antiereditaria, per l’avvento dell’Umanità degli Ingegneri e del Superuomo.
Le urla di dissenso arrivano al cielo, ma intensi ed entusiastici sono anche gli applausi, sicché il programma può proseguire con la lettura di un’ode di de Campos:
Mi viene in mente che sarebbe interessante
impiccare i figli sotto gli occhi delle madri
(ma mi sento, mio malgrado, quelle madri),
sotterrare vivi nelle isole deserte i bambini di quattro anni
portando i genitori in barche sin lì a vederli
(ma rabbrividisco ricordandomi di un figlio che non ho e che sta dormendo tranquillo a casa).
Ancora applausi e proteste. Anche Pessoa, di solito così riservato, applaude entusiasta. Ma, uscendo dalla sala, è cupo e pensieroso. Ophélia intuisce che c’è una punta di gelosia per il successo di de Campos. Pessoa non può,ovviamente, ammetterlo. Poi tra sé: “E dire che, così come l’ho creato, potrei distruggerlo!”.

—-

Orazio Barrese

(segue)

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