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18 aprile 2012 / miglieruolo

Sull’autobus

Il vero maschio rispetta. Quelli che non rispettano somigliano molto, invece che a uomini “normali”, alle scimmie urlatrici (Alouatta) che delimitano il loro territorio gettando grida appropriate. Le scimmie però lo fanno preferibilmente al mattino, non durante tutto il giorno come i “veri maschi”, tali solo nella loro propria convinzione. Sono maschio! Sono maschio! Sono maschio! Gridando in continuazione, sottintendendo diritti inesistenti e minacce senza costrutto.

Le scimmie poi gridano contro chiunque ritenga di potersi avvicinare, costoro invece contro i più deboli o coloro che ritengono più deboli, gli unici con i quali sanno di potersi misurare. Ergo, i “veri maschi” sono deboli che si spacciano per forti.

Non voglio essere così!


Deboli, ma anche poco furbi. Alzano la voce e spesso anche le mani in quanto possono abusare, esseno le donne fisicamente meno forti. Su un piano diverso da quello della forza bruta le più forti sono loro, le donne. Non a caso resistono da diecimila anni a condizioni di vita impossibili e l’umanità è ancora qui a continuare a agire male e a lamentarsi di agire male. In questa nostra capacità di sbagliare quanto conta il pessimo rapporto che instauriamo con l’altra metà del cielo? Ognuno se lo chieda, si dia la giusta risposta.
Non credo in ogni caso convenga incattivirle. Non conviene anzitutto a noi, anche se sono loro a cercare un riequilibrio nei rapporti. Una donna amata e rispettata restituisce cento volte la posta, ti offre quel tanto di sostegno che a ognuno occorre per vincere le inesauribili battaglie della vita.
Ridurre questa aurea opportunità, che includono le possibilità seducenti della passione oltre che dell’amore, a una palpatina sull’autobus (ma non è meglio nell’intimità di casa propria, con la propria donna, dopo aver concordato con lei, basta uno sguardo, quel che si vuole e si può fare?) o a un po’ di sesso commercializzato, non mi sembra segno di grande intelligenza. Capisco, siamo molto diversi: ognuno è uno, sia donna che uomo; anche tra uomo e uomo non vigono le stesse regole. Per tutti gli uomini la pressione sessuale è però tale da diventare centro e fulcro dell’esistenza. Ma noi siamo Uomini, anche se ex animali, non è ammissibile un ritorno all’ancestrale, comportarsi come se dalla giungla non fossimo mai usciti. Su nessun piano è consiserato legittimo praticare la più rozza indifferenza (e a volte violenza), salvo che su questo (inaudita stranezza, volentieri praticata), noi in rapporto con le donne. Noi in rapporto con la nostra animalità. A nessuno verrebbe in mente infatti di grufolare in uno scifo, come maiali; invece di servirsi civilmente da un piatto. Teniamo tutti quanti, chi più chi meno, a utilizzare buone maniere a tavola e anche quando queste buone maniere sono accantonate non accettiamo il cibo come viene viene, in buona o cattiva condizione, magari mezzo marcio, gettato per terra o mescolato ai rifiuti degli altri. Perché a livello sessuale invece non manteniamo le medesime pretese? E, ogni volta che lo riteniamo possibile, scendiamo sotto il livello degli stessi animali?
I quali, almeno, le loro stesse regole almeno le rispettano.
Mauro Antonio Miglieruolo

* * *

Sull’autobus
di Maria G. Di Rienzo
http://danielebarbieri.wordpress.com/2012/03/05/sullautobus/

Ho cercato di legarmi le mani ma… scusatemi, è più forte di me. Chiamatelo un “raptus”, se vi sembra meglio. Non volevo scrivere dell’argomento di cui sto per scrivere. Dopotutto – pensavo – l’ho già fatto l’anno scorso (vedasi il post “Diecimila”). E in dodici mesi da allora, ho letto nella lista dei termini usati nei motori di ricerca per arrivare al mio sito cose da far tremare i polsi e indurre al rigetto dei pasti, tutte collegate a un odio feroce verso le donne.
La frase che ho visto ieri, rivelatrice di un intelletto sublime, non appare nemmeno clamorosa, al confronto: «Le donne giapponesi ci stanno ai toccamenti sul bus?».
Ecco qua. Detesto ripetermi, però lo dico anche a lei, gentile cybernavigante che si pone la suddetta questione: un motore di ricerca non risponde alla domande, evidenza nei testi le parole che lei ha digitato. Quindi, google o virgilio non possono replicare: «Sì, certo, è la loro cultura. Anzi, una che ho palpeggiato ieri mi ha anche ringraziato sottovoce» oppure «Dipende. Se è di Okinawa potrebbe starci gratis, ma se è di Tokyo poi chiederà soldi».
Il motore di ricerca troverà le parole “donne”, “giapponesi”, “toccamenti” e “bus” e la farà finire, come di fatto è accaduto, sul sito di una femminista che vorrebbe tanto essere l’autista di quell’autobus dove lei molesta le donne per cacciarla giù, alla prima fermata, in modo pacifico e nonviolento. E offrire la propria testimonianza alle donne molestate se desiderano denunciarla.
Visto che ciò è improbabile – ma nessuno mi impedisce di sognare – spero che la prossima giapponese su cui lei allungherà le mani sia una cintura nera di karate o una maestra di aikido e la scaraventi fuori dal mezzo senza la mia assistenza. Potrebbe bastarmi anche che sull’autobus sia presente il fratello della suddetta, lottatore di sumo, e che costui si limiti a sedersi sul suo petto per impedirle altri gesti inconsulti.
Fra parentesi: non ci piace. Che noi si sia italiane, giapponesi, islandesi o marocchine o qualsiasi altra nazionalità le venga in mente. Lo tenga presente. Non ci piace. Spesso non reagiamo subito, o non reagiamo affatto, grazie alla valanga di spazzatura “culturale” che obnubila la sua mente, signor palpeggiatore, quanto terrorizza le nostre. Non vogliamo essere ridicolizzate dal suo «E’ pazza? Sono i movimenti dell’autobus, io mica l’ho toccata di proposito! Ma vada a farsi curare»; non vogliamo che l’aggressione abbia un’escalation, e cioè temiamo che alle nostre rimostranze lei userà le sue mani in modo diversamente brutale per picchiarci o ferirci; siamo paralizzate dal senso di colpa per il fatto che siamo donne e ci chiediamo cosa abbiamo fatto per indurla a molestarci, se la gonna è troppo corta o se il taglio di capelli è troppo appariscente. Allora ci spostiamo, disgustate, umiliate, in silenzio, sperando ancora di aver inteso male, sperando che lei non ci seguirà, sperando che sia l’ultima volta.
Questo è ciò che le sue mani inducono nelle sconosciute che lei tocca sugli autobus. Non si illuda di accendere desideri o di scatenare fantasie. “Schifo” è quel proviamo: una sintesi un po’ triviale, ma spero di averle reso l’idea.

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