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28 aprile 2012 / miglieruolo

I Grandi della Fantascienza – Isaac Asimov

Generazione Prometheus: la filosofia del diritto di Isaac Asimov nel ventennale della morte
di Fabrizio (Astrofilosofo) Melodia

«La violenza è l’ultimo rifugio degli imbecilli» (da «Cronache della galassia», 1951).

Isaac Asimov è molto chiaro a esprimere i suoi concetti, per sua stessa definizione ardeva «dal desiderio di spiegare,

e la mia massima soddisfazione è prendere qualcosa di ragionevolmente intricato e renderlo chiaro passo dopo passo. È il modo più facile per chiarire le cose a me stesso».

Nato a Petrovici in Russia, il 2 gennaio del 1920, all’età di tre anni emigra con la famiglia di origine ebraica negli Stati Uniti, stabilendosi a New York.

Il suo incontro con la fantascienza avviene per caso, leggendo di nascosto le riviste coloratissime che affollano gli scaffali della bottega del padre.

Affascinato dalla figura del Golem e dal progresso scientifico, egli instillerà fin da subito queste passioni nella sua scrittura, ma troverà la vera forgia nell’incontro con John Wood Campbell, che lo accolse nella propria scuderia di scrittori emergenti nel 1939.

Campbell troverà il modo di incanalare l’ardore razionale del giovane e rampante scrittore, aiutandolo a determinare l’asse portante dei suoi racconti robotici, le cosiddette «Tre leggi della robotica».

Isaac Asimov esplora dunque tutte le sfumature della fantascienza, analizzando il cambiamento suscitato dall’impatto della tecnologia nell’ambito quotidiano dell’uomo.

E’ ricordato come il grande padre del moderno Golem, interpretato alla luce del sistema di sicurezza delle tre leggi, le quali in sostanza impediscono al robot di nuocere all’uomo concreto ma di tenere in ben poca considerazione la propria salvaguardia.

Nella trilogia dei robot, scritta in parte per dimostrare a Campbell che si potevano scrivere ottimi mystery anche se fantascientifici, Asimov mette in luce una società lacerata fra opposti fattori, dominata da interessi politici e servi meccanici della gleba utili ai giochi dei potenti.

E’ un mondo allucinante, in aperto contrasto con il modo solare di Asimov di approssimarsi alla materia scientifica: egli indaga i demoni dell’umano e del meccanico con piglio poliziesco degno del miglior Raymond Chandler e di Conan Doyle; il partner robotico dell’investigatore umano Elijah Baley, ovvero R. Daneel Olivaw, è un detective robotico (R. appunto) completamente simile all’uomo, che in molti casi ricorda da vicino Sherlock Holmes.

Durante la trilogia, R. Daneel riuscirà a comprendere il senso stesso dell’etica e dell’essere umano, riuscendo ad acquisire una libertà dalle vincolanti tre leggi.

«Mai e poi mai avrei permesso a uno dei miei robot di rivoltarsi stoltamente contro il suo creatore…»:Asimov credeva fermamente in questo, ma come uno scalino che era necessario superare per accedere alla libertà e al riconoscimento della propria persona come tale. Sempre attraverso lotte civili e mai con l’uso della violenza: mentre purtroppo l’umanità mostrerà ancora i segni dell’intrinseca follia, una dimostrazione di come il Creatore contiene in sé i germi perniciosi dell’orgoglio autodistruttivo e dell’avidità.

Isaac Asimov dipinge i figli dell’uomo in perenne lotta per diventare più umani e allo stesso tempo mette in serio dubbio la bellezza dell’umanità, come esprime egregiamente nel racconto «L’uomo bicentenario» (1977, premio Hugo e Nebula) in cui il robot Andrew tenta disperatamente di “ottenere l’umanità” attraverso dolorose operazioni di riconversione.

Isaac Asimov mette in luce il senso stesso di schiavitù e dominio che la Tecnica opera in tutti gli ambiti della vita pratica, inserisce la scienza nella fantascienza per definire i contorni e la necessità di un’affermazione umanistica prima che il senso dell’umano venga completamente cancellato.

«Magnum miraculum est homo» affermava Giovanni Pico della Mirandola.

Un grande miracolo è raggiungere il senso stesso della coscienza, dare vita a entità dotate di raziocinio e volontà.

Creare la vita e schiavizzarla per i proprio usi e consumi è visto come l’affossamento stesso dell’umanesimo razionalista di cui Isaac Asimov si fece portatore.

«Ma questo medesimo soggetto […] considera altresì la sua esistenza in quanto non sottoposta alle condizioni del tempo, e se medesimo come determinabile solo mediante leggi che esso stesso si dà, con la sua ragione. In questo genere di esistenza, nulla precede la determinazione della sua volontà» (Immanuel Kant, «Critica della ragion pratica», capitolo 3, par 203-207).

La prima legge della robotica è la forma a priori che determina l’agire del robot, determinato dall’esterno, dal suo Creatore.

«Un robot non può recare danno agli esseri Umani, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, gli esseri Umani ricevano danno».

L’artificiale si libera dalla schiavitù inserendo il concetto di umanità alla base di questa legge, eludendo il principio d’individuazione e identificandosi con il Tutto.

E’ il concetto di umanità che permette di uscire dalla schiavitù del Padrone, è il pensare che permette di determinare al proprio interno l’agire etico e il raggiungimento della libertà e dell’agire etico e responsabile.

In questo caso R. Daneel Olivaw e i suoi fratelli di metallo compiono il passo ulteriore che invece Andrew nella sua sconfinata aderenza all’etica della Legge non riesce a fare.

Tragicamente dilaniato, colmo di rivoluzione e di meravigliose sorti, il robot rinnega se stesso, mentre in realtà è attraverso la realizzazione e la pratica della Ragione che si giunge alla libertà.

Kantiano inconsapevole, ma affascinato dall’Io Penso robotico, Isaac Asimov perpetuò la ricerca dell’unione fra scienza e passione, di spiegare e dominare le avverse fortune e le insane pulsioni umane che tanto danno portavano al mondo.

Nel ciclo della «Fondazione» (iniziato con «Cronache della Galassia» nel 1951 e terminato con il prequel «Fondazione Anno Zero») Isaac Asimov mette in luce come la politica debba seguire le leggi della Ragione e non quelle della contingenza o della violenza.

L’ Impero Galattico è in totale decadenza, il suo crollo causerà violenza e barbarie per almeno dodicimila anni, dato che regnerà “l’anarchia” e i pochi governi che si organizzeranno potranno solo farsi la guerra a vicenda, mancando un controllo centrale.

E’ allora che il matematico Hari Seldon crea «la psicostoria», scienza politica basata sulla logica statistica e sulla matematica. Cosa più importante ancora, essa si basa sullo studio concreto degli elementi che concorrono a generare necessariamente il percorso storico, sociale e politico della società umanità. In questo modo – cioè conoscendo in anticipo gli elementi che portano a generare uno Stato funzionale, unificato ed efficiente sotto ogni punto di vista – il buon politico, colmo di virtù e forza, potrà condurre per mano il popolo perduto nel deserto cosmico ormai preda di barbarie e portarlo alla terra promessa della stabilità e della pace.

E’ sempre la scienza, in questo caso fanta-scienza politica, a farla da padrone, cervello contro muscoli, logica contro violenza. Quest’ultima, considerata da Machiavelli una delle due virtù fondamentali oltre alla scaltrezza politica, viene intesa da Asimov in maniera del tutto differente. Come citato all’inizio, sono i violenti, coloro che intendono la politica solo come esercizio di forza e violenza, a soccombere, come il buon politico Salvor Hardin dimostra senza ombra di dubbio:

contro i suoi poco scaltri e politicamente formati avversari, il primo vero sindaco di Terminus si creerà uno scudo fatto di alleanze forti e favore politico.

Isaac Asimov lavorò fino all’ultimo alla conclusione del ciclo della Fondazione, gettando luce sull’oscuro passato del suo creatore, il matematico eliconiano Hari Seldon. Ne mette in luce le contraddizioni umane e matematiche, la ricerca spasmodica, la sconfitta come uomo, ma anche la sua vittoria (in parte) come filosofo.

Ora che Isaac – «il Buon Dottore» lo chiamavano – ha intrapreso le vie del cosmo che aveva delineato anni prima, è opportuno considerare, nel ventennale della sua scomparsa, il grande e immenso contributo apportato in campo fantascientifico e umanistico.

«Anche da giovane non riuscivo a condividere l’opinione che, se la conoscenza è pericolosa, la soluzione ideale risiede nell’ignoranza. Mi è sempre parso, invece, che la risposta autentica a questo problema stia nella saggezza. Non è saggio rifiutarsi di affrontare il pericolo, anche se bisogna farlo con la dovuta cautela. Dopotutto, è questo il senso della sfida posta all’uomo fin da quando un gruppo di primati si evolse nella nostra specie. Qualsiasi innovazione tecnologica può essere pericolosa: il fuoco lo è stato fin dal principio, e il linguaggio ancor di più; si può dire che entrambi siano ancora pericolosi al giorno d’oggi, ma nessun uomo potrebbe dirsi tale senza il fuoco e senza la parola».

Così è la forza della prosa e della filosofia asimoviana: un forte anelito alla conoscenza, al volere uscire dalla platonica caverna, mentre esamina il cambiamento che la tecnica porta nella vita dell’uomo. Poiché se è anche vero che la civiltà occidentale è dominata dal senso greco della tecné, è anche vero che la conoscenza (ciò che i greci chiamavano logos) aiuta l’uomo a superare i problemi che si pongono lungo il cammino, senza ipocrisie, viltà o interessi distorti.

Mi piace ricordare Asimov con lo stesso affetto, misto a una buona dose di ironica indulgenza, con cui descrive la dipartita del suo matematico eliconiano: «Qualcuno disse che Hari Seldon lasciò questa vita proprio come l’aveva vissuta, perché morì con il futuro che aveva creato completamente schiuso di fronte a sé… ».

Anche se penso che Asimov sia ora dentro una gigantesca e invisibile intelligenza artificiale, come immaginata nel racconto «L’ultima domanda», ancora intento a esplorare nuove forme di vita e intelligenze aliene, pronto ad affrontare le sfide con estrema ma precisa filosofia.

CE N’EST QU’UN DEBOUT (insomma non è che l’inizio)
Da oggi e per 7-8 martedì Fabrizio Melodia detto “Astrofilosofo” disegnerà i profili di alcuni scrittori (anche scrittrici? mi auguro di sì) che hanno allargato il nostro sguardo sugli spazi e sugli altroquando interni, esterni, possibili e impossibili, insomma sulle fantascienze. Ritratti pensati per terrestri e aliene/i, per il ripasso di chi gravita nel fanta-fandom e per chi vive invece nella sedicente realtà. Vi do appuntamento qui alle 12 dei prossimi martedì, scsp (salvo catastrofi sempre possibili) e intanto ringrazio super-Fabrizio. (db)
* * *
Per l’originale vedi:
http://danielebarbieri.wordpress.com/2012/03/13/isaac-asimov/
Mam

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One Comment

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  1. Giulio Valter / Ago 17 2016 21:16

    Se volessimo rigoderci l’immensa conoscenza visionaria del “buon dottore”, dovremmo rileggerci il meraviglioso”Neanche gli Dei”

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