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1 maggio 2012 / miglieruolo

Guido Picelli, eroe anti-franchista

Guido Picelli
di Daniele Barbieri
vedi: http://danielebarbieri.wordpress.com/2011/09/26/guido-picelli/

del 26 settembre 2011

Sarebbe stato logico fare la “prima” a Parma visto che si parla di un mito nei quartieri che una volta lì si indicavano solo come Oltretorrente. Ma il regista ha pronunciato un netto no: «Per protesta contro i malversatori della mia città, il sindaco e la giunta di destra».



Così parlò Giancarlo Bocchi, regista de «Il ribelle», lungo documentario dedicato a Guido Picelli. Parole nette che sarebbero piaciute a uomini che rigettavano viltà e compromessi come furono Picelli e i suoi Arditi del popolo.

La “prima” a Reggio Emilia il 26 settembre dopo una sorta di anteprima (nel giugno scorso) a Madrid. Un’anteprima spagnola perché lì molti considerano Picelli un eroe della resistenza anti-franchista. E infatti lì, il 5 gennaio 1937, si spezzò la sua vita combattendo da volontario e convinto – come allora si disse – che «oggi in Spagna, domani in Italia» solo con le armi in pugno si poteva cacciare la melma fascista.

«Guido Picelli è caduto sul fronte di Madrid, alla testa del battaglione che porta degnamente il nome di Garibaldi». Così “Milicia Popular” (il quotidiano del Quinto reggimento) lo ricordava: «Nell’agosto 22, quasi tutte le bande fasciste del Nord, sotto il comando del generale Balbo, si concentrano su Parma per far cadere questa città che Picelli con i suoi Arditi del popolo ha reso invincibile. Dopo un duro combattimento, le orde fasciste vengono respinte e messe in fuga».

Madre portinaia, padre cocchiere: Picelli nasce a Parma il 9 ottobre 1889, cresce nei borghi dell’Oltretorrente, covo di un popolo ribelle. Fa le medie e poi va a lavorare come orologiaio. La sua passione è il teatro. Ha 17 anni quando dice in casa: «Metti giù il riso che torno». Lo rivedono 6 anni dopo; con la battuta pronta chiede se il riso è cotto, poi racconta le sue avventure di attore girovago. Si trova un lavoro da orologiaio. Tranquillo per un po’ … finché all’orizzonte si affaccia la guerra. Sin da giovanissimo iscritto al Partito socialista, Picelli è nettamente contro e quando inizia la guerra, coerente antimilitarista, si arruola volontario nella Croce Rossa. Viene richiamato in fanteria, allora fa domanda da ufficiale. Finisce la guerra da tenente, medaglia di bronzo al valore e zoppicante per una ferita.

Più socialista che mai, capisce il grave problema dell’aiuto a chi è stato colpito dalla guerra e diventa dirigente della «Lega proletaria mutilati, invalidi e vedove dei caduti». Intanto sulla scena è apparso il fascismo e Picelli intuisce subito il pericolo.

Casa Picelli


Quando nasce il Partito comunista, Picelli è in carcere. Ne esce pochi mesi dopo perché eletto deputato (con il Psi). Nel ’21 in varie città si formano, in modo spontaneo, gli Arditi del popolo: Picelli è in prima fila. Si lagnano le camice nere che fra l’ottobre 1920 e la marcia su Roma (due anni dopo) cadono 300 fascisti ma le vittime dello squadrismo sono 10 volte tanto, 3mila. Mentre Turati e altri dirigenti riformisti invitano alla calma, Picelli scrive: «Occorrono metodi nuovi. Di fronte alla forza armata occorre la forza armata (…) La borghesia per attaccarci non ha creato un partito ma un organismo armato, il fascismo. Noi dobbiamo fare altrettanto».

Nel ’22 il terrore fascista dilaga. La risposta è debole, le sinistre divise quasi ovunque ma Parma non cede. «E’ l’ultima roccaforte in mano delle forze anti-nazionali» scrive Italo Balbo, uno dei capi fascisti. In agosto parte un attacco in grande stile, guidato da lui. Ma l’Oltretorrente di Parma è pronto a resistere: l’organizzazione difensiva è stata avviata 14 mesi prima. «Per la prima volta» è di nuovo Balbo «il fascismo si trovava di fronte a un nemico agguerrito, organizzato e deciso a resistere». E alla fine le camice nere si ritirano, lasciando 30 morti sul terreno. Non sono riusciti a passare in quasi 20 mila (venuti da mezz’Italia) ben addestrati, armati e protetti dall’alto contro poche centinaia di combattenti mal equipaggiati ma sostenuti da quasi tutta la città. I fascisti vorrebbero ritentare quasi subito ma Mussolini blocca Balbo: la “marcia su Roma” è prossima, la vendetta su Parma può aspettare.

Nel dicembre ’22 gli Arditi del popolo si sciolgono, in realtà molti tentano di iniziare, con scarso successo, un’attività clandestina. Intanto Picelli si è avvicinato ai comunisti e alla fine del ’23 si iscrive al partito ma è escluso da incarichi direttivi per il suo “libertarismo”. Nel ’24 sarà rieletto nelle liste di «Unità proletaria» (comunisti e terzinternazionalisti). Il primo maggio 1924 è autore di una beffa clamorosa: issa una bandiera rossa con falce e martello sul palazzo del Parlamento. Dal ’26 il regime lo confina a Lipari. Nel novembre ’31 è rimesso in libertà, il partito gli ordina di espatriare. Scappa in Francia, poi arriva a Mosca e qui riprende anche l’antico amore per il teatro – come il documentario di Bocchi racconta sulla base di documenti rarissimi o inediti – ma si scontra con lo stalinismo imperante.

Nel luglio ’36, con l’aiuto di Hitler e Mussolini, il generale Franco attacca la Repubblica spagnola. Accorrono volontari da tutto il mondo e dall’esilio molti italiani.

In modo fortunoso, senza neanche una valigia, Picelli arriva da solo a Barcellona. Addestra i suoi uomini con passione: «dovete essere disciplinati e coraggiosi». Un volontario (il tipografo Canonica) lo ricorda così: «Picelli è come il correttore di bozze in tipografia: corregge gli sbagli». Finito l’addestramento si va a combattere: il 5 gennaio 1937 Picelli, al comando di due compagnie garibaldine, cade sull’altura di El Matoral.

Diverse le versioni sulla sua morte. C’è chi dice che, spinto dalla sua generosità, disobbedisce alle regole secondo cui chi comanda una compagnia non deve esporsi in azioni d’avanguardia. C’è chi parla di un proiettile alle spalle come accade per altri militanti “non ortodossi” che vengono considerati dagli stalinisti più pericolosi dei fascisti. Di un mistero non risolto parla Gustav Regler, uno dei comandanti delle Brigate internazionali in «La grande crociata», scritto nel 1940 (con prefazione di Ernest Hemingway) ma ancora inedito in Italia.

Chi si recasse in libreria oggi faticherebbe a trovare testi sugli Arditi del Popolo. Le fonti di questo articolo sono soprattutto in «Barricate a Parma» (Libreria Feltrinelli di Parma, 1972) di Mario De Micheli e in «Gli Arditi del popolo» (Galzerano, 2002) di Luigi Balsamini. Ma è interessante anche «Arditi non gendarmi» (Bfs edizioni cioè Biblioteca Franco Serantini, 1997) che indaga sulla complessa storia che si dipana «dall’arditismo di guerra agli arditi del popolo». Istruttivo confrontare la vittoriosa resistenza di Parma con la sconfitta di Novara del mese precedente, come l’ha raccontata Cesare Bermani in «Novara 1922, battaglia al fascismo» (Sapere, 1972). E sulla resistenza a Sarzana – con gli Arditi del popolo in prima fila – Luigi Faccini gira nel 1980 «Nella città perduta di Sarzana» che la Rai oscura il più possibile.

Il documentario di Bocchi (che, mi pare giusto precisarlo, non ho ancora visto) recupera foto, telegrammi, lettere, messaggi segreti su ogni fase della vita di Picelli anche quella, pochissimo nota, di organizzatore degli emigrati italiani a Marsiglia e dei minatori del Borinage.

Particolarmente significativa, considerando le sue note posizioni moderate, la presentazione di Giorgio Amendola (allora dirigente di primo piano del Pci) al libro «Barricate a Parma», uscito nel cinquantenario della battaglia dell’Oltretorrente. Infatti Amendola scrive che se gli Arditi del Popolo non si sviluppano «dipende anche dal settarismo del Pci» mentre invece la sua «base unitaria» diventa «un’anticipazione di quel movimento che dovrà costituire la base della Resistenza e della vittoria». Pochi mesi prima, esce il primo numero del quotidiano «Lotta continua» e come sfondo del titolo sceglie proprio le barricate di Parma: il riferimento non è casuale, perché dopo le stragi e le aggressioni fasciste fra il ’69 e il ’72, in Italia tira aria di golpe e parte della sinistra (extra-parlamentare e non solo) ritiene che una nuova Resistenza sia necessaria.

Prima di essere un militante coraggioso, Guido Picelli fu orologiaio. Se per magia oggi potesse essere qui, chissà cosa direbbe – il militante e l’orologiaio andarono sempre d’accordo – sul tempo che ci aspetta e sulla necessità di un nuovo antifascismo.

UNA BREVISSIMA NOTA

Questo mio ritratto di Picelli è uscito venerdì su http://www.ildirigibile.eu, aggiungo solo che se qualcuna/o mi segnala dove sarà visibile il film di Bocchi ben volentieri ne do notizia anche qui. (db)

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