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8 giugno 2012 / miglieruolo

Insurrezione e narrazione… 1

Quanto segue è già stato pubblicato nel blog di Daniele Barbieri, vedi:
http://danielebarbieri.wordpress.com/2012/05/06/insurrezione-e-narrazione/;
il quale Daniele Barbieri, data la lunghezza, consigliava di stamparlo per poterselo leggere con comodo. Il contenuto per altro è tale che risultava impossibile rinunciarvi. Anche per me, impossibile rinunciarvi, impossibile non condividerlo. Avrei peccato nei confronti del pugno di lettori che si ostina a seguirmi.


Al fine di agevolare il lettore però, forse meno saggiamente, ho deciso di suddividere il testo in cinque parti, da pubblicare in cinque giorni consecutivi, dall’otto al dodici giugno. Attendo i vostri commenti.
Mauro Antonio Miglieruolo

Insurrezione e narrazione…

… A cent’anni da «I vecchi e i giovani» di Pirandello
di Lanfranco Caminiti

Ho ricevuto questo saggio con l’avvertenza «è molto lungo». Dopo averlo letto, con crescente entusiasmo, ho deciso di condividerlo in blog. Fate come me: scaricatelo e leggetelo in un giorno di calma. Indispensabile per fans di Pirandello e amanti di storia ma utile a tutte/i.

Il prossimo anno cade il centenario della pubblicazione de I vecchi e i giovani per l’editore Treves di Milano. In realtà, il romanzo – «amarissimo», lo definì lo stesso Pirandello in una lettera a un amico – era in buona parte già uscito a puntate, come spesso accadeva, per il giornale «Rassegna contemporanea» tra il gennaio e il novembre 1909. L’edizione del 1913 risistema l’articolazione dei capitoli, rivede quanto era già stato pubblicato e lo completa. Ancora nel 1931, Pirandello deciderà di intervenire sul testo per una definitiva edizione per Mondadori, che poi è quella che leggiamo oggi. In nessuna delle rivisitazioni Pirandello modifica l’impianto dei personaggi e l’intreccio tra i loro comportamenti e gli eventi e il suo sguardo.

Pirandello inizia a scrivere I vecchi e i giovani nel 1906, e sono passati poco più di dieci anni dalla “materia” del romanzo, che è l’esplosione del movimento dei Fasci siciliani tra il 1892 e il 1894, cioè tra l’inizio degli scioperi nelle campagne e nelle zolfare – una cosa nuova che mai si è veduta prima – e le stragi di contadini e popolani fino all’instaurazione dello stato d’assedio e la repressione di massa, con l’arresto di tutti i dirigenti dei Fasci e centinaia e centinaia di militanti; lo stesso lasso di tempo che intercorre tra lo scandalo della Banca romana e la crisi del giolittismo, con l’avvento al governo di Francesco Crispi. Dieci anni soltanto. Sembrerebbe perciò un po’ azzardato definire “romanzo storico” I vecchi e i giovani. Qui non si tratta della rivolta degli schiavi di Euno o dei Vespri. Eppure. Non è solo una questione di distanza temporale dai fatti narrati. Per dire d’un altro romanzo, I Viceré, De Roberto – le vicende della famiglia Uzeda dal 1860 arrivano sino alla prima elezione a suffragio “universale” [maschio, alfabeta, che paga tasse per una cifra annua di 19,8 lire] del 1882 – comincia a scrivere nel 1892, dieci anni dopo perciò il previsto punto di arrivo della saga, e il romanzo viene pubblicato nel 1894; tra l’altro, mentre attende alla scrittura, proprio l’arco delle lotte dei Fasci e della materia del romanzo di Pirandello. Ma mentre per De Roberto lo sbarco dei Mille del 1860 è il cuore e il filo di una vicenda che si è storicamente conclusa, per Pirandello è proprio nel ruolo “a parti rovesciate” del Risorgimento, e dei suoi uomini, che sta la materia narrativa. Non è solo emblematico il personaggio di Francesco D’Atri, che ricalca proprio Francesco Crispi, e decide da primo ministro di porre lo stato d’assedio e il tribunale militare, lui che gli stati d’assedio li aveva vissuti da patriota perseguitato, lui che aveva tuonato contro la legge Pica e i tribunali speciali; ma c’è Mauro Mortara, il personaggio del vecchio garibaldino tutto d’un pezzo, che fu costretto a rifugiarsi da esule a Malta e ormai vive una sorta di esilio in campagna, dove custodisce i ricordi del periodo eroico di speranze, a rappresentare il nodo delle contraddizioni di quel momento: ostile ai movimenti sociali, che considera un pericolo per l’unità della nazione – «Sbirro, vi giuro, andrei a farmi, vecchio come sono» –, fino a decidere di scendere in piazza con le sue pistolone per affrontarli, «armato come un brigante», finirà fucilato dall’esercito che lo scambiano per un rivoltoso: ormai i soldati sparano a tutto ciò che è rosso, come il gonfalone dei Fasci e come la camicia indossata da Mortara. In questo stare dalla parte sbagliata, in questo morire dalla parte sbagliata, è tutta la problematicità del romanzo nei confronti del Risorgimento. Passando tra i cadaveri lasciati sulla strada, e rivoltando il corpo del vecchio sul cui petto scoprono le medaglie del suo valore, i soldati si chiedono: «Chi avevano ucciso?». Così si chiude il romanzo. Che forse è anche: «Cosa avevano ucciso?»: l’epopea garibaldina è ormai solo un lontano ricordo, un vecchio patetico e fuor di cotenna, disconosciuto, almeno per quei soldati. E possiamo credere che uguale disconoscimento fosse anche per buona parte dei lettori di quel primo Novecento: la modernizzazione dell’Italia s’era compiuta altrimenti. Per buona parte dei lettori, i «fatti di Sicilia» – l’insurrezione dei Fasci, la violenta repressione – sono ormai lontani; sono, per chi ne avesse voglia, solo “cronaca”. Una consapevolezza di unicità e irripetibilità degli eventi, doveva invece avere Pirandello. Il suo sguardo però è spostato verso una nuova «storia», quella di un movimento sociale della terra e del lavoro che si affaccia e costringe tutto e tutti a ripensarsi. I due titoli, di De Roberto e Pirandello, vengono invece accostati con Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa in una sorta di trilogia della disillusione post-risorgimentale. Con superficialità, qualcuno direbbe oggi “antirisorgimentale”. Questa presenza del “poi” riguardo al “prima” [il 1860, la spedizione dei Mille, la cacciata dei Borboni, l’Unità d’Italia], dell’allora e dell’adesso, la frattura violenta benché racchiusa in un pugno d’anni di un’epoca, li comprenderebbe tutti e tre sotto la stessa categoria di «romanzo storico». Ma se a una «storia» appartiene – e non «a un’ipotesi di contro-storia, riscrivere la storia nazionale a partire dell’estremo sud della penisola» [Onofri] –, la narrazione de I vecchi e i giovani, è a quella dei movimenti sociali, delle insurrezioni del lavoro.

Il «romanzo storico risorgimentale» [Romagnoli] fa la sua apparizione in Italia negli anni ’20 dell’Ottocento, sollecitato dalla circolazione delle prime traduzioni dell’Ivanohe di Walter Scott, e vive una stagione di straordinaria proliferazione che perdura fino ai primi anni ’40. Si contano oltre cento titoli, un numero davvero impressionante, e accanto a autori e opere di buon livello – citiamo qui La battaglia di Benevento (1827) e L’assedio di Firenze (1836) di Francesco Domenico Guerrazzi, Ettore Fieramosca (1833) e Niccolò de’ Lapi, ovvero i Palleschi e i Piagnoni (1841) di Massimo D’Azeglio, Marco Visconti. Storia del Trecento cavata dalle cronache (1834) di Tommaso Grossi, Il Duca d’Atene (1837) di Niccolò Tommaseo – e il cui punto più alto ovviamente è I promessi sposi (1827, poi 1840) di Alessandro Manzoni, altre opere sono meno riuscite, come I prigionieri di Pizzighettone o La calata degli Ungheri in Italia. Comunque, nel tessuto narrativo di tutti questi romanzi – oggi si sarebbe parlato di un “genere” dove il capolavoro di Manzoni contiene tutti i canoni e insieme ne fuoriesce –, il denominatore comune è la tensione politica e ideologica che sostiene la scrittura. Alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento appare perciò, con De Roberto e Pirandello, e più tardi con Tomasi, il romanzo storico «post-risorgimentale». Un rovesciamento, rispetto ai primi anni del secolo: la tensione patriottica all’unità e alla libertà della nazione ha lasciato il posto al disincanto. Ai romanzi “italiani” succedono i romanzi “siciliani” – e la disillusione sembra tutta appartenere all’isola. Sembra soltanto, però: se pure a Capuana e Verga, come a tutti gli scrittori siciliani, pare mancare il sostegno della provvidenza manzoniana e qualsiasi idea di sorte progressiva, entrambi sono comunque solidamente risorgimentali, solidamente patriottici, solidamente unitari. Tra “unità” e “libertà” della nazione sembra però essersi creata una secessione letteraria e non territoriale, che ha proprio in Verga e nella novella Libertà – in cui si narrano i fatti di Bronte e la repressione di Bixio, con cui Verga si schiera decisamente – la sua maggiore evidenza. La novella [1883, Verga aveva non solo la distanza storica dai fatti, ma all’arrivo di Garibaldi si era arruolato nella Guardia Nazionale dove restò per tre anni] termina così: «Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: Dove mi conducete? In galera? O perché? Se non ho avuto nemmeno un palmo di terra! Se avevano detto che c‘era la libertà!» In qualche modo questo finale riecheggia in Giuseppe Cesare Abba, uno scrittore “italiano e patriottico” che nella sua Vita di Bixio [1905], raccontando proprio i fatti di Bronte scrisse: «Si parlava persino di divisione dei beni…». Ecco, questa cosa, la libertà della divisione delle terre – sebbene fosse il primo punto del proclama del 2 giugno di dittatura a Palermo di Garibaldi: «Con decreto dittatoriale è disposta la quotizzazione delle terre dei demani comunali tra coloro che si sono battuti per la patria e l’ereditarietà di tale diritto per i discendenti» –, proprio no. La secessione è narrativa, perciò politica, anche tra siciliani e siciliani, e attraversa le scritture del tempo, più che territoriale, cioè storica, di una «nazione divisa». I vecchi e i giovani non era certo un romanzo “regionale”. Ma quando appare, la letteratura nazionale è di poeticità muscolare: Capuana che Pirandello detestava per quel suo «linguaggio delle parole» – ha da poco celebrato la conquista di Cirenaica e Tripolitania con Le canzoni delle gesta d’Oltremare. Verga, peraltro, si è iscritto al Partito nazionalista e si schiera decisamente con l’impresa d’Affrica: avevamo fame di terra e piuttosto che dividere quelle che c’erano qui doveva sembrargli più realistico andare a prendere quelle d’altrove. Ai vecchi e i giovani appare perciò davvero come un romanzo «spaesato» [Trombatore]; senza amor di patria, parla di cose che sembrano non interessare il paese in quel momento, in quel tempo. E non è questa, certo, una differenza regionale. Dopo i Fasci, la Sicilia – la divisione delle terre – non era più all’ordine del giorno, non era più «la» questione del paese.
(segue il 9 giugno)

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