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25 giugno 2012 / miglieruolo

Mini Dossier sulla Fantascienza – 3, Lippi sulla FS-b

La musa festeggiata: Urania 1952-2012

Parte Seconda a

Questo collage di parole è ottenuto rimontando tre pezzi scritti in diverse occasioni. La data è in fondo a ciascun pezzo, seguita (se è il caso) da quella di revisione o aggiornamento. Il primo capitolo, su Urania rivista, è stato scritto nel 2011 per un libro di prossima uscita dalle Edizioni Profondo Rosso, Il futuro alla gola (una mia storia di Urania): naturalmente, nel volume il testo sarà più corposo e dettagliato. Il secondo, Urania dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, fu scritto nel 1992 per festeggiare i quarant’anni della collana ed è stato lievemente aggiornato. Il terzo ed ultimo, 1952 & 2012, si intitolava originariamente 1952 & 2002 e fu pubblicato nel volume speciale del cinquantennale. Anche in questo caso, solo piccoli ritocchi. Quando si fa un montaggio, a volte ci sono delle ripetizioni: ho deciso di non eliminarle perché, se è vero che si tratta degli stessi fatti, sono visti però da tempi o angolazioni diverse. Concludo questa breve nota promettendo un nuovo aggiornamento a ottobre, nel volume del sessantesimo anniversario. Ci rivediamo tutti là.

2. Urania dagli anni Cinquanta agli anni Novanta

Glorioso numero cento dei Romnzi di Urania. Per molti il numero che ha chiuso una specie di età d’oro.
Ha solo chiuso il periodo delle prime novità e sorprese. Vero è che la densità di opere eccellenti non si è più ripresentata, ma gran parte del meglio della fantascienza era ancora di là da venire.
* * *
Immagine scannerizzata per il dossier da Stefania Guglielman


Gli anni Cinquanta. Ricordate il divertente film di Pietro Germi Divorzio all’italiana? Un nobile siciliano (Marcello Mastroianni) è stanco della moglie (Daniela Rocca) e si invaghisce di una cugina, la splendida Stefania Sandrelli. Per risolvere la situazione, il barone decide di spingere la moglie all’adulterio per poi ammazzarla con tutte le attenuanti: finalmente avrà via libera con la cugina. Altri tempi! Il film è del 1961, quando il diritto prevedeva ancora la “scusante” del delitto d’onore e un uomo cornificato – più raramente una donna – veniva quasi paternamente consolato se uccideva il coniuge colto in flagrante. Un’istituzione dura a morire della nostra vita nazionale, e, diciamolo pure, della nostra cultura. II Mastroianni del film ha una moglie premurosa ma petulante il cui unico pregio è racchiuso, ai nostri occhi, in una singola inquadratura. Dunque, gli sposi stanno per andare a letto (anzi, lei ci si è già infilata) e Mastroianni, indeciso, si aggira come un’anima in pena nella stanza, quando la macchina da presa ci mostra la lettura preferita di Daniela Rocca, che, beata e baffuta, legge un romanzo in attesa delle sospirate attenzioni del consorte. L’attesa sarà vana, ma il libro – ci scommettiamo – qualche brivido glielo darà: è un numero dei “Romanzi di Urania” degli anni Cinquanta. (Bisognerebbe passare il film alla moviola per scoprire se si tratti di un Edmond Hamilton o di un Jean-Gaston Vandel.) E’ solo una prova della popolarità che la nuova collana e il nuovo genere andavano conquistandosi nel paese. Per chiudere la parentesi cinematografica, ricorderò che il fondatore e primo curatore di “Urania”, Giorgio Monicelli, era il fratello del grande regista Mario, e che questa famiglia lombarda di artisti e letterati era a sua volta imparentata con i Mondadori. E’ di Giorgio Monicelli, dunque, l’idea di una collana di fantascienza che il cugino Alberto Mondadori accetta con interesse. Sembra che a sua volta Alberto, figlio di Arnoldo Mondadori, fosse un patito della sf, o almeno così lo ricordano Fruttero & Lucentini nell’elogio funebre pubblicato negli anni Settanta: un intellettuale attento all’evoluzione del gusto e alle curiosità della produzione anglo-americana che la fine della guerra e del fascismo riversavano sul paese in abbondanza. Monicelli, dal canto suo, è un fine traduttore (anche con lo pseudonimo di Patrizio Dalloro), un esperto di letteratura americana che firmerà nella “Medusa” la versione italiana di molti capolavori: ricordiamo, nel nostro campo, quella di Cronache marziane, tradotto tempestivamente nel 1953. L’idea fantascientifica della Mondadori si articolerà in due collane gemelle : da una parte “I Romanzi di Urania” (due al mese) che attingeranno al florido mercato dei tascabili USA; dall’altro la rivista “Urania” che presenterà racconti brevi, articoli e una rubrica di corrispondenza sul modello delle riviste americane di science fiction. Il formato delle due testate sarà identico e più grande dell’attuale; il prezzo è fissato in 150 lire e il primo numero dei “Romanzi di Urania” vedrà la luce il 10 ottobre 1952. La rivista seguirà qualche settimana dopo, in novembre. Ci si può chiedere perché Mondadori non abbia importato la formula del tascabile di fantascienza fin dall’inizio, inserendo i romanzi nei Libri del Pavone o in un’altra delle serie economiche che uscivano allora: la domanda non è oziosa, perché questo tipo di scelta avrebbe condizionato la sorte dei generi popolari in Italia, e, salvo poche eccezioni, li avrebbe incanalati per qualche decennio in un mercato diverso da quello librario. La risposta, tuttavia, è abbastanza semplice: secondo la filosofia mondadoriana di allora, per un genere nuovo occorreva una testata specifica, ad hoc, e del resto la fortunatissima esperienza dei “Gialli” (lanciati già nel 1929) dimostrava che il pubblico dei generi gradiva la ripartizione dell’offerta in collane ben riconoscibili, ognuna delle quali doveva identificarsi con un particolare segmento della narrativa. lnoltre, le collane dovevano costare pochissimo ed essere vendute al vasto pubblico delle edicole, della strada: il pubblico, cioè, che raramente metteva piede in libreria. In conformità con queste vedute, nel dopoguerra Mondadori sospese la pubblicazione dei “Libri Gialli” cartonati e si concentrò sui “Gialli economici” da edicola. E’ la filosofia americana dei pulp magazine, le riviste di narrativa fiorite negli anni Trenta, applicata al dopoguerra e al formato che i collezionisti definiscono digest, cioè un fascicolo delle dimensioni di un quaderno.

Ultimo numero, il 14, di Urania Rivista. L’immagine vi ricorda qualcosa?
* * *
Scannerizzazione di Stefania Guglielman


Se “I Romanzi di Urania” decollarono (una metafora che e il caso di usare), “Urania” rivista non andò altrettanto bene e chiuse dopo appena quattordici numeri mensili, nel 1953. Evidentemente i tempi non erano ancora maturi e i lettori preferivano i romanzi a una scelta di racconti, spesso troppo audaci e sofisticati. E’ la sorte che toccherà a tutte le riviste dei primordi: la romana “Scienza fantastica” uscita nell’aprile 1952, la milanese “Fantascienza” Garzanti e altre ancora. “I Romanzi” continuarono a ritmo quindicinale, poi decadale (uno ogni dieci giorni) e infine quattordicinale. A partire dal numero 153 la testata “I Romanzi di Urania” venne modificata in “Urania”, la stessa che sventola in copertina ancora oggi. Cerco di immaginare l’effetto che poteva fare un periodico come “I Romanzi di Urania” nei primi anni Cinquanta, ai tempi d’una repubblica appena inaugurata e incerta sulle proprie gambette, quando i monarchici invitavano a votare “stella e corona” e Scelba faceva scendere in strada la polizia e le case chiuse (peraltro ancora aperte…) erano parte integrante della vita nazionale. Tempi in cui i film di Totò spopolavano nei cinema di quartiere, l’avanspettacolo non era defunto e “Lascia o raddoppia?” si avviava a diventare il divertimento preferito di qualche milione di cittadini. Per marginale che possa sembrare sul piano del costume, “Urania” introdusse nell’immaginazione degli italiani nuove idee, nuovi sogni e finì con l’arricchirne persino il vocabolario. Sembra che spetti a Giorgio Monicelli l’onore di aver inventato il neologismo “fanta-scienza” (allora si scriveva col trattino): di qui all’aggettivo “fantascientifico”, poi addirittura abusato, il passo doveva essere breve. Negli anni Cinquanta, “Urania” e “I Romanzi di Urania” furono una rivelazione per gli amanti del fantastico. Tutta la produzione americana degli anni eroici, dal 1920 al 1950, era a disposizione della collana italiana; lo stesso dicasi per la produzione inglese e quella francese, che a un certo punto finì col dare alla testa a Monicelli, costringendo i suoi lettori a interminabili scorribande nella savanture. Le copertine erano ottime, affidate a quell’artista di grande talento che fu Kurt Caesar, illustratore di origine tedesca ma stabilitosi a Roma. I titoli erano focosi : L’universo fantasma, La galassia maledetta, I giorni dei mostri, Tradotto dal marziano. Gli autori erano i classici della sf e i migliori fra i contemporanei: Asimov, Clarke, Hamilton, Leigh Brackett, John Wyndham, Williamson eccetera. Né mancò qualche timido esperimento con gli autori italiani, a volte sotto pseudonimo. La fortuna dei “Romanzi”, rispetto a “Urania” rivista, fu quella di poter alternare i generi, offrendo i testi più moderni accanto a solide opere d’intrattenimento del passato, e convincendo tutti o quasi tutti.

2. Gli anni Sessanta. Andreina Negretti, per trent’anni redattrice e poi caporedattrice della collana, mi raccontò che ai tempi della sua fondazione “Urania” non aveva una vera e propria redazione. Sembra che Monicelli si arrangiasse a fare un po’ da sé, dalle assegnazioni delle traduzioni ai soggetti per le copertine, dai titoli alle rubriche. Non ho avuto modo di verificare, anche perché i superstiti di quel periodo pionieristico devono essere davvero pochi, ma non c’è ragione di dubitare di tale versione. Poi, intorno alla metà degli anni Cinquanta, Andreina Negretti passò a occuparsi della redazione di “Urania” mentre a Monicelli restavano le mansioni di curatore. (I direttori responsabili. invece, sono stati sempre altri: Gino Marchiori. Enzo Pagliara, Alberto Tedeschi, Laura Grimaldi, Gian Franco Orsi, Stefano Magagnoli, fino all’attuale Antonio Riccardi.) Tra il 1959 e il 1960 Monicelli, gravemente ammalato, abbandonò la cura di “Urania” e la collana si trovò senza guida. L’ultimo numero che porta la firma del fondatore è il 267, Gli occhi pieni di stelle di Chris Renard, mentre il primo che porta il nome del suo successore, Carlo Fruttero, è il 281 (Polvere di luna di Arthur C. Clarke).

Carlo Fruttero è un raffinato intellettuale torinese vissuto in Francia e poi tornato in ltalia, collaboratore di Einaudi e curatore, con Sergio Solmi, del primo e fondamentale volume delle Meraviglie del possibile, probabilmente la migliore antologia di fantascienza pubblicata nel nostro paese. A partire dal n. 356 (Il guardiano e altri racconti, di Jerome Bixby), Fruttero chiamò con sé l’amico e collaboratore Franco Lucentini, insieme al quale aveva curato per Einaudi il secondo volume delle Meraviglie del possibile. Lucentini era, fra le altre cose, un fine traduttore di Borges, e questa coppia di cacciatori di curiosità letterarie innovò radicalmente la politica di “Urania”. All’inizio degli anni Sessanta, quando, con un contratto stipulato direttamente con l’editore americano, Fruttero e Lucentini strapparono a “Galaxy” l’esclusiva dei racconti pubblicati sulla più famosa rivista del periodo, “Urania” diventò di colpo una pubblicazione d’avanguardia. Articolata in quattro sezioni (i romanzi, i racconti, le antologie e i capolavori), rinnovata nella veste grafica e impreziosita dalle copertine di Karel Thole, l’artista olandese succeduto a Caesar e a un breve interregno di Carlo Jacono, l’”Urania” del “periodo-losanga” sembrava una versione periodica delle Meraviglie del possibile e costituiva una miniera per gli appassionati del genere. (“Periodo-losanga? E cos’è?”, si domanderà qualcuno. Ebbene, per i collezionisti la storia di “Urania” non si divide soltanto in annate, tendenze e autori, ma anche in periodi cromatici, come la carriera dei grandi pittori: abbiamo cosi la serie ocra delle origini, quella rossa della fine anni Cinquanta, quella “con la losanga” degli anni Sessanta, quella bianca con il cerchio eccetera. Il tutto, non troppo misteriosamente, si riferisce a questo o quell’aspetto della veste grafica e al colore dominante dello sfondo. Personalmente, la mia preferita è la serie-losanga, quando la testata era racchiusa in un bel rombo variopinto e l’immagine di Thole era racchiusa in un cerchio: per inciso, fu in quel periodo che diventai lettore di “Urania”.) Fruttero e Lucentini continuarono a coltivare gli autori classici, con un occhio di riguardo per i “catastrofici” di scuola inglese e per la fantascienza che sconfinava nel giallo, ma per parecchi anni andarono a caccia di autori e tendenze nuovi o quantomeno inediti in Italia. Pensiamo alla scoperta di Ballard e Disch, alla pubblicazione dei primi romanzi di Philip Dick e al “caso Lovecraft” scoppiato col n. 310 di “Urania”, Colui che sussurrava nel buio. In appendice al romanzo o all’antologia di racconti, il cosiddetto Varietà si arricchì di numerose rubriche: “Il marziano in cattedra” (dove si pubblicavano racconti dei lettori, disegni e poesie), “Futuro di ieri”, “Dizionario scientifico” e altre ancora. L’appendice e i “buchi” nel testo erano impreziositi, inoltre, dalle splendide vignette di Mario Galli, un umorista di prima qualità. A Fruttero e Lucentini il fumetto piaceva, per cui decisero di importare su “Urania” le strisce surreali di Johnny Hart (B.C. e Il mago Wiz) e in seguito quelle di Bollen e Peterman (Catfish). Dopo la metà degli anni Sessanta lo spazio dedicato all’appendice si ridusse, la sezione “I racconti di Urania” scomparve per lasciare il posto alle sole “antologie” e si moltiplicarono le ristampe di vecchi titoli nella sezione “capolavori”. I romanzi erano spesso di carattere avventuroso ed evasivo, ma appena era possibile continuavano a uscire scoperte o provocazioni. Fruttero e Lucentini hanno pubblicato su “Urania” Aldo Palazzeschi e Franz Kafka, e molti lettori avranno letto La metamorfosi, per la prima volta, proprio su queste pagine. D’altra parte, alcuni importanti autori emersi negli anni Settanta e numerosi romanzi celebri vennero acquisiti da altri editori: pensiamo alle opere più recenti di Dick, Farmer, Silverberg, Disch, Zelazny, la Le Guin. Spesso erano troppo lunghe, in altri casi contrastavano con la politica editoriale di “Urania”, ma solo nel decennio successivo la lacuna sarebbe stata in parte colmata, con la creazione di collane da libreria che fossero in grado di ospitare anche testi più ambiziosi (e cosi nacquero i “Massimi della fantascienza” e in seguito “Altri mondi”).

Giuseppe Lippi

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