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10 luglio 2012 / miglieruolo

Intervista a Zoneziwoh Mbondgulo

Intervista a Zoneziwoh Mbondgulo
da: lunanuvola, blog di Maria G. Di Rienzo
(http://lunanuvola.wordpress.com/2012/06/19/intervista-a-zoneziwoh-mbondgulo/)

“Cosa puoi fare, tu? Sei solo una donna.” Ed anche: “Le discipline scientifiche non sono per le donne.” Zoneziwoh Mbondgulo si è sentita ripetere queste due frasi praticamente da tutti gli uomini che conosce. “Non presto loro attenzione.”, dice.

E i fatti lo dimostrano. Zoneziwoh, nata a Douala in Camerun, è diplomata in Scienze Ambientali all’Università di Buea, nonché scrittrice, documentarista e produttrice di programmi televisivi, istruttrice sulle istanze di genere ed attivista per i diritti umani delle donne, fondatrice di “Donne per un cambiamento – Buea”, un’ong femminista. “Il gruppo è nato nell’ottobre 2009 per rispondere al bisogno di promuovere e proteggere i diritti delle giovani donne del Camerun”, spiga la sua fondatrice, “e per incoraggiare tutte le donne a lavorare insieme attraversando le differenze e le difficoltà.”

Shannon Miller l’ha intervistata per il network “Safeworld for Women”. (Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Quali sono le sfide che le donne del Camerun stanno affrontando nelle loro comunità?

Le donne in Camerun continuano a dover fronteggiare discriminazione e violenza, che sono molto intense. Ogni giorno sento di una donna che è morta partorendo. Le donne non sono istruite e non hanno lavori decenti. Non hanno abbastanza accesso ai servizi per la salute riproduttiva. Non hanno risorse finanziarie.

Che mi dici della pratica del “livellamento dei seni con i ferri da stiro”?

E’ presente per lo più nelle zone rurali del Camerun, particolarmente diffusa in alcuni clan etnici della regione del nordovest. Anche dove sono nata io, nel sudovest, è presente. Durante una visita al mio villaggio ho sentito per caso due mie prozie che parlavano di una mia cuginetta. Dicevano che stava crescendo in fretta e che il suo seno stava spuntando “troppo velocemente”. E sai chi consigliava loro di bruciarle i seni con il ferro da stiro? Un uomo.

Sono intervenuta immediatamente. “Sentite,” ho detto, “lo spuntare dei seni è qualcosa su cui mia cugina ha controllo, lo sta facendo di proposito, o è qualcosa di naturale?” E la questione si è chiusa. A volte le persone che incoraggiano l’idea di “appiattire” le ragazzine con i ferri da stiro sono le madri: pensano, in questo modo, di proteggerle dalle aggressioni sessuali degli uomini. Fanno lo stesso ragionamento quando le costringono a sposarsi. Sarai d’accordo con me, credo, che è il concetto egemonico di mascolinità a continuare ad opprimere il femminile.

I matrimoni precoci e forzati sono molto diffusi?

So che parecchi di essi avvengono nella regione nord del Camerun, che è in maggioranza musulmana. Ma so molto di più del traffico di bambine. E’ qualcosa di cui ho conoscenza diretta, soprattutto del modo in cui le persone le impiegano come serve e le sfruttano in ogni modo possibile.

Cosa speri di ottenere con la tua organizzazione?

Dopo aver lavorato anni con gruppi di donne a livello locale, e globalmente online, ho notato l’assenza delle giovani, specialmente delle donne sotto i trent’anni, nel discorso sul genere. Nel mio paese sono spesso brutalmente oppresse e private dei loro diritti. Il gruppo è nato come sforzo per riempire il vuoto ed incoraggiare le giovani donne a credere in se stesse e diventare agenti del cambiamento. Oltre a lavorare sui diritti umani cerchiamo di fornire accesso all’informazione libera e seminari che istruiscono le giovani sulla capacità di essere leader, di intraprendere un’attività economica, di usare la tecnologia informatica. Potremmo anche fare di più, se avessimo più sostegno finanziario.

Nel 2010 abbiamo dato inizio ad una campagna per combattere la violenza di genere e l’Hiv/Aids che, tra l’altro, incoraggia l’uso di preservativi femminili. La nostra società è strutturata in modo da relegare qualsiasi discussione sulla sessualità alla sfera privata. Le preoccupazioni delle donne relative alla sessualità non devono essere rese pubbliche. Per cui moltissime donne hanno difficoltà persino a nominare i propri problemi quando si arriva a questo argomento. Noi abbiamo visto che l’educazione sessuale, la chiave per alzare lo standard della salute riproduttiva delle donne, funziona meglio se trasmessa fra gruppi di pari, e dall’inizio della campagna abbiamo strutturato il programma in questo modo. Da due anni donne di età diverse scambiano esperienze e informazioni su contraccezione, negoziazione con i partner sulla sicurezza nei rapporti sessuali, diritti sessuali e riproduttivi.

Qual è l’impatto dell’Hiv/Aids in Camerun?

E’ disperante. La malattia ha mutilato moltissime famiglie economicamente, psicologicamente ed emotivamente. Ha reso orfani numerosi neonati, e toglie da scuola un numero ancor maggiore di bambini. Di recente, due vedove sieropositive, una con cinque figli e l’altra con tre, hanno contattato la nostra organizzazione per avere assistenza. Abbiamo sotto gli occhi, giorno dopo giorno, il modo in cui la malattia delle madri si riflette sui bambini. I bambini non vanno a scuola se chi deve provvedere per loro è fisicamente debole e finanziariamente instabile. Le conseguenze che questo disastro infligge alle donne e ai loro figli sono devastanti.

Come mai hai deciso di produrre filmati? E in particolar modo quello sulle donne di Bafanjii e la guerra?

Ho capito che la gente recepisce più facilmente le immagini in movimento. Il messaggio contenuto in un saggio di cinque pagine può arrivare attraverso un filmato in un paio di minuti, e a un pubblico più vasto. Per cui uso i documentari e i filmati per raccontare le storie delle donne e suscitare consapevolezza su diverse istanze.

Il corto si chiama “Le donne di Bafanjii condividono le loro esperienze di guerra”. Narra di un gruppo di donne e dei ruoli da loro assunti nel periodo post-conflitto, del modo in cui hanno ricostruito la zona e le loro vite. Hanno perso figli e mariti o li hanno visti tornare disabili dalla guerra, ma sono incredibilmente forti e tenaci. La loro urgenza è muoversi in avanti, riottenere la “normalità” precedente il conflitto, ma mancano loro risorse finanziarie. Se fossero sostenute a questo livello avrebbero già cancellato povertà, fame e condizioni di vita disagiate dalle loro comunità.

Di recente hai visitato delle prigioni. Come mai hai fatto quest’esperienza?

Posso oggi dire a ragion veduta che una discarica è più confortevole delle nostre prigioni. Le condizioni in cui i prigionieri vivono sono traumatizzanti. Ogni persona ha addosso un odore terribile, come si può ridurre un essere umano in tali condizioni? Ero molto depressa quando ho terminato il giro. La ragione per cui ho compiuto queste visite era in primo luogo proprio il verificare come stavano le persone, una cosa di cui si discute raramente, e in secondo luogo volevo capire se riuscivo a far udire le voci dei prigionieri all’esterno.

In prigione ho incontrato una vedova di 67 anni, Namondo Alice. E’ in galera perché si è battuta per i propri diritti, perché ha sfidato un capo locale, un latifondista, quando costui ha reclamato per sé la terra che apparteneva a Namondo. Ma la sua voce è una voce di donna, e una voce di donna non conta niente nella società del Camerun. Persino in galera noti la discriminazione. Le donne sono tenute in celle così piccole che non riescono nemmeno a stendere un braccio.

A cosa stai lavorando attualmente?

Sto tenendo dei corsi in cui insegno alle ragazze modi semplici per usare internet, produrre filmati, eccetera, per creare i cambiamenti che desiderano. Questo le aiuta a far sentire la loro presenza e le loro voci. Sto anche contribuendo ad un progetto che si chiama “Fa’ vedere la mamma”. Questo concerne donne più anziane, ed è concentrato sul mostrare le loro qualità che esulano dall’essere madri: le mostriamo come atlete, intrattenitrici, artiste. Sto anche pensando a come organizzare qualcosa per le donne e le ragazze sordomute, con cui lavoro spesso. Amerei molto riuscire ad inserirle meglio nella comunità femminista.
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Quella di appiattire i seni con il ferro da stiro non la sapevo. In quanto a orrore fa il paio con le pratiche di mutilazione genitale. Questa e altre pratiche consimili (burka, clausura, aborti selettivi ecc.) mi verrebbe da riassumerli come guerra permanente dell’umanità contro se stessa. Una cosa molto stupida, oltre che crudele.
Per fortuna molti suoi componenti, le donne in prima fila, si vergognano di questa stupidità e questa immane crudeltà e si adoperano per contenerla. Cosicché, grazie anche alle innumerevoli Signora Mbondgulo, il filo della speranza continua a mantenersi intatto. E qualche vittima riesce a salvarsi dai suoi carnefici.
Mauro Antonio Miglieruolo

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