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30 settembre 2012 / miglieruolo

Caso Sallusti

Il caso Sallusti
Leggendo e ascoltando quel che dai media proviene sul caso Sallusti (condannato per calunnia, con sentenza passata in giudicato), al solito sgomento che mi prende ogni volta che sono costretto a prendere atto dello stato dell’informazione, la quale va sempre oltre la cattiva opinione che se ne ha, si è aggiunto la sensazione agra che non ci sia ormai nulla da fare, siamo oltre il punto di non ritorno, all’inevitabile sempre peggio,.
Non è però per limitarmi alla solita lamentela


sulla scarsa stima in cui tengo l’informazione in generale, scarsa stima sufficiente a non a indurmi a nutrire illusioni sul caso in particolare, che stilo queste note. Ma a causa della delusione che ispira l’ostinato idealismo, che io chiamo etica, al quale non riesco del tutto a sottrarmi. Un idealismo che mi aveva suggerito, dato anche certi precedenti (vedi , ad esempio, il caso Boffo) sarebbe stata usata maggiore prudenza e maggiore sobrietà nel commentare e nel propagare. Che una tantum l’informazione, in quanto appunto informazione, sarebbe stata un poco più aderente alla vocazione che le si attribuisce; cioè l’adesione ai fatti (non alla verità, la verità è una opinione). Non mi aspettavo perciò questo sfacciato spacciare lucciole per lanterne che si è verificato. Non mi aspettavo soprattutto la noncuranza per la gravità della violazione commessa, aggravata dal pervicace rifiuto, nonostante le sollecitazioni ricevute, a rettificare le panzane pubblicate. Panzane a cui fanno eco le odierne panzane.
A partire dalla prima, la falsificazione-rovesciamento dell’accaduto che consiste nel presentare Sallusti quale vittima, mentre la vittima è il giudice destinatario delle intemperanze giornalistiche che ha ospitato il quotidiano da lui diretto. A a seguire, dall’iniquità di spacciare per persecuzione di un reato di opinione quel che invece e sanzione di un comportamento scorretto e gravemente lesivo dell’immagine e della dignità altrui: un vero e proprio linciaggio morale.
Per convincersene basta prendere in esame alcuni degli stralci dell’articolo che il Fatto Quotidiano del 28 settembre 2012 porta in terza pagina:
“Lei (la tredicenne autorizzata a abortire: NdR) proprio non voleva. Si divincolava…”
“Un magistrato allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto! – decretando: aborto coattivo…”
“Ora la piccola madre è ricoverata pazza in un ospedale (…) Si sentiva mamma. Era una mamma. Niente, kaput.”
“Se ci fosse la pena di morte, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice.”
Frasi sconvolgenti che non solo denunciano una violenza sulla volontà di una minore che non c’è stata (la minorenne aveva chiesto di abortire: niente aborto coattivo), ma che, doppia bugia, non è diventata pazza; che se pure si sentiva mamma non aveva scelto di esserlo in quelle condizioni e a quell’età.
Che ha a che fare la libertà di opinione con tutto questo? Si può ammettere, anche se a fatica, che qualcuno che si ponga di fronte al reale svolgimento delle cose, possa ugualmente auspicare la pena di morte per il magistrato (e sodali); che l’obbligo di ottemperare alla legge non costituisca franchigia sufficiente per esimerlo dalla più grave sanzione (ognuno ha il diritto di screditarsi come vuole e nessuno, al contrario, ha il diritto di impedirglielo); non certo il diritto di stravolgere la dinamica effettiva degli avvenimenti.
Ora fraintendere su un tale esempio di arbitrio giornalistico, equivale a chiedere impunità totale per chi opera nel campo della comunicazione. Impunità più grave e nefasta di quella della quale già abusano i ladroni (alias politici) che ci rappresentano (che pretendono di rappresentarci). Chi si salverebbe, a quel punto, se simili tesi diventassero legge, diventassero diritto, dalle intemperanze dei discutibili personaggi che imperversano sui media? Quale reputazione, per quanto adamantina, resterebbe al riparo dalle ire funeste e dalla voglia di nuocere di questa o quella testata giornalistica?
Una cosa è chiara. È stato commesso un reato, un grave reato: il furto della reputazione di un cittadino. Un furto commesso abusando del proprio ruolo sociale, della possibilità che si possiede (appunto) di abusarne. Chiaro allora che dovrebbe essere questa la principale preoccupazione di chi si occupa del caso.
Sallusti non vada in galera, come è già certo non ci andrà. Non è questo il punto (la galera non si augura a nessuno). Non si tratterà d’altro che dell’ampliamento della pessima compagnia dei tanti, tra i potenti che, pur meritandolo, già non ci vanno. Non si ponga però in ombra, come si sta facendo, la sua piena responsabilità nell’accaduto. Non si apra una ulteriore falla nelle norme che se servono a qualcosa, servono a fornire un fragile riparo ai deboli e agli onesti. Alle persone qualsiasi.
Un magistrato può bene trovare il modo di tutelarsi. Comprando, ad esempio, mezza pagina su un qualche giornale per dare la smentita. Non servirebbe a molto per ripristinare l’integrità della persona offesa, ma sarebbe pur qualcosa.
Ma un operaio, un pensionato, un insegnante, un artigiano qualsiasi, quando, come, cosa?

Mauro Antonio Miglieruolo

3 commenti

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  1. guido mura / Set 30 2012 10:25

    D’accordo che si debba riformare la legge, in quanto il carcere non serve a niente, anche perché di fatto non applicato, per questo tipo di reati. Però non è ammissibile che il giornalista che distorce gli avvenimenti, danneggiando la reputazione di qualcuno, non venga punito in maniera esemplare, con sanzioni pecuniarie sostanziose, che poi è l’unico deterrente che le nostre caste comprendono. E’ giusto che chi si arricchisce a danno degli altri venga condannato alla povertà. La miseria è l’unico spauracchio che potrà costringere il giornalismo incivile dei nostri giorni a rispettare la deontologia professionale. Il carcere serve solo a trasformare il colpevole di un reato odioso in pretesa vittima del sistema. Se i giornalisti vogliono inventare fatti, riscrivere la storia a loro uso e consumo, possono sempre ricorrere alla letteratura, ovviamente senza fare nomi e cognomi di persone reali.

  2. grandeclaudios / Ott 1 2012 09:15

    purtroppo l’articolo di miglieruolo contiene due grosse inesattezze/OMISSIONI:
    1) gli stralci di articolo che diffamano il giudice NON SONO DEL FATTO QUOTIDIANO, che semmai riporta il testo di Sallusti, quello che si riporta sotto “fatto quotidiano” (e oggetto della pena carceraria). è l’articolo di sallusti
    2) l’articolo, PARE, è stato scritto da RENATO FARINA, losco personaggio radiato dall’albo dei giornalisti e che ha scritto sotto pseudonimo, allo scopo di non correre rischi. e che è venuto fuori SOLO DOPO che Feltri ha dichiarato che non era stato sallusti a scriverlo. il vigliacco (FARINA) è il famoso agente BETULLA che anziché fare il giornalista, informava i servizi segreti, fornendo (COME SEMPRE; è sua abitudine) notizie fasulle. vi ricordate del caso telecom serbia e delle false notizie su prodi (mortadella), dini (ranocchio) ecc? era lui. CHE NON A CASO è STATO RECUPERATO E PREMIATO CON L?ELEZIONE NELLE LISTE DEL (indovinate un po’?):.PDL!

    • miglieruoloMiglieruolo / Ott 2 2012 18:26

      Grazie delle precisazioni, grandeclaudios. Aggiungono al pezzo il molto che manca. Per quanto attiene al primo punto però non credo di aver detto niente di diverso da quello che tu sostieni con maggior copia di particolari.
      Forse mi sono espresso male, chissà….

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