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30 settembre 2012 / miglieruolo

Segretarie e Dirigenti

Mi si dice che un certo Zingales (appartenente a una categoria che detesto, più di quanto un anarchico di fine ottocento potesse detestare i preti) abbia di recente affermato che in Italia ci sono le migliori segretarie e i peggiori funzionari del mondo. Chiunque l’abbia detto, non mi tiro indietro, d’accordo al 100%.

Esultando.
Ne ho avuto la prova subito, dopo i primi giorni di lavoro, spedito al confino in quel di Belluno (INPS) nell’ormai lontanissimo agosto del 1963. A parte la curiosa impressione che suscitò in me l’ambiente claustofobico degli impiegati parastatali dell’epoca, ciò che mi colpì spiacevolmente fu la magistrale, vertiginosa, folle mediocrità dei funzionari preposti a dirigere il mio lavoro. Si trattava di persone non assolutamente all’altezza dei compiti loro assegnati, di mentalità (e spesso sentimento) chiuso, spesso apertamente fascista, tutti quanti sostanzialmente disinteressati al buon andamento delle cose. Non si trattava di un limite locale. Lo capii due anni più tardi, quando ottenni il trasferimento a Roma, città nella quale la situazione si dimostrò essere peggiore. Alla limitatezza provinciale (qui la provincia era il mondo chiuso del parastatale che vigeva nell’ufficio dalle 7,30 alle 8 di sera) si aggiungeva il peso della vicinanza al potere, i gravami di una più accentuata possibilità di nepotismo, la fame sterminata di possibili carriere.
Da allora, ovunque mi rigirassi, constatai sempre la solita amara situazione: coloro che erano preposti al buon funzionamento della cosa pubblica non solo erano interessati a tutt’altro, ma erano anche impreparati psicologicamente e culturalmente a assolvere ai propri doveri. Non avevano i sapere, non le motivazioni.
La mediocrità non riguardava i soli dipendenti pubblici, ma coinvolgeva anche il mondo del “privato” (tra virgolette perché, almeno in Italia, il pubblico è sempre stato in funzione del privato: non riesco bene a determinare se sia più privato il pubblico o più pubblico il privato); nel quale però era concesso spazio e possibilità di emergere a qualche buon imprenditore, e facoltà e atteggiamenti che nel “pubblico” portavano irrimidiabilmente all’emarginazione erano tollerate e, in situazioni limite, persino favorite.
Non contavano (ancora oggi, in misura accentuata, non contano) le competenze: contava la capacità di ossequio, l’adattabilità ai dettami delle “superiori direzioni provinciali, regionali o nazionali”. Contava sapersi destreggiare e saper procedere in punta di piedi, senza farsi sentire, senza disturbare. Gli equilibrismi avevano agio su qualsiasi capacità di risultato.
Era quello il risultato di secoli di oppressione, di dominazione straniera, di controriforma, di dominio dei preti. O di amici dei preti.
Il peso ineludibile della tradizione (si viveva all’ombra del vaticano e suoi insegnamenti, ancora sotto il gioco di “Franza o Spagna, purché se magna”, educati al “sì” che suonava dolce, ma anche strideva obbligato) che si univa alla tradizione di un capitalismo straccione che vedeva (e vede) la possibilità del risultato esclusivamente nella compressione del costo della forza lavoro, di moda in Italia prima che diventasse luogo comune del mercatismo mondiale.
Poteva scaturire da un simile ceto sociale un diverso ceto politico? mediamente capace di risolvere i problemi e interessato a risolverli?
Per un breve momento è parso fosse possibile. I lavoratori organizzati e acculturati per mezzo del PCI erano riusciti a portare nella politica una ventata di rinnovamento, l’aspirazione alla buona amministrazione, abilità e competenze quasi inedite. Un momento troppo breve, durato (parlo di speranze) appena un decennio, forse meno. Già a metà degli anni settanta chi voleva avrebbe potuto scorgere i prodromi della progressiva omologazione del gruppo dirigente del PCI (quindi anche della sua base, che quel processo in parte subì, in parte accettò) allo stile di lavoro democristiano, che poi era lo stile di lavoro curiale, nepotistico che nei secoli si era affermato e ora persino trionfava. La base subì, accettò e disgustata da quel che succedeva (lei complice) preferì guardare da un altra parte. Negli anni novanta addirittura arrivò a fingere di non vedere quel che era apertamente visibile: il rovesciamento totale degli ideali, un pugno di arrivisti e trasformisti che, cresciuti sotto l’egida del PCI, lavorò alacremente per l’affossamento di tutte le conquiste realizzate dal PCI. Nel breve di pochi anni, mentre incredibilmente “la base” gli andava dietro, tutto accettando e tutto ingoiando, questo pungo di antieroi in nulla più si distinse dalle pratiche deteriori dei loro ex avversari democristiani. Salvo che nel referente sociale. Ma con intento ormai rovesciato. Non ci si rivolgeva più alla parte meno chiusa del popolo italiano per organizzarne l’opposizione e sulla base di questa fondare la propria forza; ma per poter trattare con la borghesia in quanto attori in quel ruolo con la borghesia, in quanto erano l’unico referente in grado di tenere a freno quella sezione di popolo. Baluardo atto a impedire che si organizzasse secondo propri criteri e sulla base dei propri interessi. Senza la presenza dei DS prima e del PD poi una spazio enorme si sarebbe aperto a forze in disaccordo con il processo di disgregazione di quanto conquistato nel novecento e tutto, per la borghesia, sarebbe diventato più difficile.
Così ora siamo rimasti con ottime segretarie e con strani economisti che mai parlano di economia ma solo di ideologia mercatista: rappresentanti di un fondamentalismo tecnico che non ha nulla da invidiare in quanto a fanatismo (fanatismo antioperaio) ai telebani di ogni religione.
Per grazia loro e dei loro mantra, i gruppi dirigenti sono in seconda fila, la loro inaffidabilità non più un problema. La mediocrità è coperta dalla sfacciataggine degli economisti che di decennio in decennio, mentre ovunque le loro ricette falliscono, e anzi si dimostrano foriere di sofferenza e povertà, ovunque non fanno altro che moltiplicare i loro “sì” di ossequio agli interessi, anche i più biechi della borghesia. A sentirli sembrerebbe che la soluzione di tutti i problemi stia nell’introduzione di forme accentuate di schiavismo. Più l’ottusità e l’avidità dei capitaslisti cresce, e crescendo si svela, più costoro si affannano a dimostrare che non esiste altra possibilità che lascirsi saccheggiare da dementi della finanza. Nessuno slancio di intelligenza, nessun tentativo di andare oltre l’ordinario orizzonte del guadagno di domani (al massimo dopodomani). Mai come in questi ultimi anni gli interessi immediati della classe dominante sono stati in contrasto con quelli storici, senza che nessuno stigmatizzasse. Nessun grido di allarme, nessuna esortazione a regolare le contraddizioni interne al sistema per impedire che possano portare al suo dissolvimento.
Eppure si sa che fondamento del capitalismo è la valorizzazione del capitale. La classe operaia non serve solo a produrre plusvalore, deve anche spendere per permettere la trasformazione del plusvalore in profitto. Occorrono pertanto salari, stipendi, pensioni… Il capitalismo finanziario però da questo orecchio non ci sente; occorrebbe allora una autorità più alta e forte, una autorità lungimirante in grado di imporgli quel che da solo banche e capitani d’industria mai si rassegneranno a imporsi.
E qui torniamo alla mediocrità della classe dirigente, grande in Italia, in espansione nel mondo.
Produrrà uomini in grado di temperare le pretese del capitale?
Ne dubito.
Quello che so è che continueranno a esserci sempre più segretarie abili e capaci. E’ su di loro che conto. E sulla loro infinita pazienza e adattabilità. Che però non è illimitata. Prima o poi si stuferanno di ritoccare e aggiustare, salvando il salvabile, i mediocri che le comandano. Prima o poi chi stringe la cinghia si stancherà di farlo. Si stancherà di se stessi e delle proprie futili illusioni. Qualcun o darà il là al “basta” gigantesco che ingigantisce nelle gole di tutti, in attesa di esplodere. Quando questo succederà non ho dubbi che le segretaria avranno un ruolo.
Spero solo che sia “prima”, perché se sarà “poi” (non dubito che sarà) non lo potrò vedere.
Non mi aspetto più molto dal mondo, ma l’inizio del processo di trasformazione questo sì, a questo vorrei assistere.
Forza segretarie: forza (allora!), datemi una mano. Aiutatemi maestre, operaie, mamme (amministratrici dai perpetui miracoli), rappresentanti universali della civiltà del fare, quella vera, non del vantarsi di fare, scrigno di saperi autentici, sale della terra: chi è più importante il burocrate onesto (quello non onesto non lo prendo neanche in considerazione), il tecnico disonesto (non ne conoso di onesti, magari ci sono, ma l’esempio che danno non è dei migliori) o chi forma le nuove generazioni?
Forza, conto su di voi. Non ho molto da darvi, ma un bel grazie rotondo e sentito questo sì. E se non volete farlo per me, fatelo almeno per voi: perché continuare a lavorare per un mucchio di mediocri che si ostina a tentare di rendere anche voi mediocri?
Il mondo è nelle vostre mani, non avete nulla da perdere e tutto da guadagnare.

Mauro Antonio Miglieruolo

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3 commenti

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  1. grandeclaudios / Ott 1 2012 08:21

    Mio dio! questo “articolo” è idealismo allo stato puro! o un bellissimo romanzo di fantascienza.
    un esercito di segretarie che “butta giù”, in una rivolta epocale (= un nuovo tipo di lotta di “classe”) i perfidi oligarchi arroccati al potere.
    Bello. bellissimo. facciamoci un bel film,(regia di Ridley Scott) con occhialetti per il 3D.
    peccato che ci sia una piccola, ma piccolissima inesattezza.
    il popolo (italiano, comprese le segretarie) è lo specchio della sua classe dirigente.
    e il sistema funziona (anzi, non funziona) grazie a questa “alleanza” tra segretarie/i e dirigenti.
    la prova è data da “er batman”, che è stato uno DEI PIù ELETTI del LAZIO: 31.000 PREFERENZEEEE!!! che vuol dire? che in questo SISTEMA c’è stata LA PIù ampia DEMOCRAZIA (la tanto richiesta preferenza che si vorrebbe ripristinare a livello nazionale sottraendola al potere assoluto dei partiti).
    Ma il più eletto è stato batman e non certo la maestrina Bonino, che comunque era sempre meglio di Batman, Battistoni e Polverini. IL POPOLO HA VOLUTO BATMAN.
    anch’io nell’ente parastatale di cui parli ci ho vissuto: ma c’è sempre stata un’alleanza tra dirigenti incapaci e la maggioranza (sì, la maggioranza) del personale, preoccupato soprattuto di conservare i miserabili privilegi (poco lavoro, pochi controlli, assenteismo diffuso…), di mantenere questo posticino senza danni collaterali, e magari ricavarne qualche “briciolina” (più o meno grande, a seconda della circostanze) genuflettendosi al dirigente di turno.
    tutto il SISTEMA è costruito sulla CORRUZIONE E sul CLIENTELISMO. corrompere per avere più voti e restare (in aeternum) al potere. essere corrotti per avere chi qualche buon bocconcino, chi qualche avanzino o bricioletta..

  2. grandeclaudios / Ott 1 2012 08:26

    a proposito. ho dimenticato una cosa importante. tutti gli eletti del consiglio regionale del lazio, coinvolti nell’ultimo scandalo, sono GIOVANI.tutti al di sotto dei 45 anni. er batman ha 41 anni. EVVIVA i GIOVANI! evviva le preferenze che permettono di “scegliere” il più corruttore!

    • miglieruoloMiglieruolo / Ott 2 2012 18:44

      Permetti alcune precisazioni.
      1) Anche io credo che il ceto politico sia riflesso dei difetti degli elettori. Riflesso dei difetti, però, non anche delle qualità. E’ sulle qualità che conto, per il cambiamento.
      2) Non basta fotografare la situazione, specialmente non basta in un periodo di incontrastato dominio delle idee della classe dominante (dominio attualmente quasi assoluto). Bisogna saper vedere quale sarà lo sbocco prodotto dalle contraddizioi del sistema, contraddizioni sempre più macroscopiche. Per vederle però bisogna volerle vedere. SAPERLE VEDERE (leggiti qulcosa dulla meccanica quantistica, potrebbe risultare illuminante)
      3) Segretarie stava per donne. Sono sicuro, avranno un ruolo. Pari e superiore a quello degli uomini nei cambiamenti che interverranno nel prossimo futuro. Sperando di esserci, per vederli. Ahimé, speranza, non certezza.

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