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14 dicembre 2012 / miglieruolo

Sono parolaio?

Sono parolaio?
di Mauro Antonio Miglieruolo
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Un cortesissimo lettore del blog di Daniele Barbieri mi ha di recente, utilizzando qualche cautela dialettica, accusato di essere un parolaio. Cioè, un can che abbaia e non morde; e ragli d’asino che non salgono in cielo.
Non sono in condizione di oppormi, neppure voglio probabilmente. Pensate di me quel che vi pare, basta vi rendiate conto che non sono comunista, mi rendereste troppo onore, poiché so di me stesso che a settanta anni suonati aspiro ancora diventarlo. Che non possiedo dunque quella fermezza interiore


che impedisce all’indulgenza di manifestarsi con la necessaria determinazione nei confronti di coloro che dalle sirene del moderatismo si fanno incantare (tranquilli, allora, non ho intenzione di abbaiarvi contro); mentre soffro di una certa inclinazione a comporre, contemperare, senza però che questo riesca a perdermi, almeno spero, negli orrori dell’opportunismo.
Il passo dalla composizione al compromesso non mi viene di compierlo in quanto sostenuto da una “virtù” molto precaria che mantengo in vita con continua attenzione e continui ritorni sulle opinioni espresse: la tendenza a dire sempre ciò che penso, cercando di sgomberare il terreno, per quanto possibile, dai personalismi, dai preconcetti, dai pregiudizi e anzitutto dai giudizi preconfezionati. Tendenza quest’ultima (i giudizi in scatola) che, purtroppo, si è largamente affermata essendo funzionale (ne è un effetto) all’industrialismo spinto di oggi, in cui tutto è impacchettato: anche i pensieri, la cultura, i procedimenti scientifici (non si parla forse di protocolli in medicina? Neppure si fosse in un ufficio ministeriale!).
E per tanto poco, un niente, il niente che dovrebbe essere di tutti, l’a-priori di base con cui dovremmo relazionarci, PER QUELLE QUATTRO VERITÀ CHE NE CONSEGUONO, vi inalberate così tanto da prendervi il disturbo di dileggiarmi?
Sia come sia, il dado è tratto, cercherò di spiegare questo quasi niente dietro il quale si agitano questioni fin troppo importanti. Pertanto entro subito alla vera essenza della questione che l’accusa rivela: la tendenza a replicare al bisogno di sincerità e verità di qualsiasi rivoluzionario (aspirante o meno) con l’inserimento di costui, indipendentemente dalla validità degli argomenti messi in campo, in una delle seguenti categorie:
1) la categoria dei folli eversori, se non pericolosi terroristi;
2) la categoria degli innocui esibizionisti, alias radical chic.
O una o l’altra non c’è scampo. A me è toccata quella meno preoccupante, la seconda, che se mi colloca sulla soglia quasi della demenza, non mi rende un caso degno d’attenzione da parte della forze di polizia. Ambedue sono formulate per conseguire l’evidente e unico scopo di screditare le argomentazioni presentate sottraendosi preventivamente all’onere di replicare punto per punto. Eppure dovrebbe essere facile farlo, quando la replica, pur sottratta all’obbligo della sincerità, confessasse di parlare in difesa dei propri interessi. Già sarebbe qualcosa. Ma è un qualcosa proibito ai moderati e reazionari. Diceva Trotsky, e diceva bene, che la reazione mente perché deve nascondere al popolo i veri scopi che si prefigge. Scopi turpi, l’espropriare i poveri di quel poco che hanno. E dunque neanche queste parole possono essere pronunciate. Non senza un robusto travestimento di buoni propositi e altissimi ideali. Diviene obbligatorio allora il ricorso o al depistaggio argomentativo, oppure alla diffamazione e alla derisione, indirizzando contro la persona la critiche che invece spetterebbero agli argomenti. Anzi, ci si serve appunto dei difetti veri o presunti della persona per esimersi dal prendere in esame gli argomenti. Sembra anzi che le caratteristiche personali (esempio: essere “parolaio”, che non so bene cosa significhi) siano di per sé prova provata della loro inconsistenza. Assegnandomi d’ufficio dunque il titolo di “parolaio” ecco che i miei argomenti sono invalidati. E senza neppure bisogno di indicare il troppo di parole in grado di giustificare l’attribuzione.
Naturalmente non si tratta di malafede, di complotto, o di astio personale nei miei confronti. Potrebbe accadere lo stesso anche se fossimo amici, simpatizzanti l’uno con l’altro. C’è qualcosa d’altro e più profondo che muove tali prese di posizione. Qualcosa che attiene al grado di adesione alle idee dominanti. Alla luce delle quali è impossibile dare cittadinanza a determinati convincimenti; i quali non possono che essere indice di guasti e alterazioni morali nella personalità di chi le afferma. Escludendo a mio beneficio la malafede (e qui sono in dovere di ringraziare), non rimane che la logorrea; e se non logorrea una qualche limite intellettuale; e se non un limite intellettuale una vera e propria perversione nell’etica; e se non perversione etica, una sofferenza psichica che trova sfoga in una bizzarria politica. Non è raro il caso che si riceva la qualifica di demente e in qualche caso si finisca in manicomio: e in effetti è demenziale il remare contro corrente che tutta una vita comporta. E l’insistere. Il perseverare. L’infischiarsene dei conti che vengono presentati, i prezzi fatti pagare, sia prezzi diretti, sia indiretti. Tra i quali è da annoverare il doloroso rifiuto aprioristico non dico di essere condivisi, o semplicemente capiti, ma neppure quello elementare e doveroso di essere preso in esame. Si è sempre ultimi in una società dominata dalla logica del profitto, che aborrisce ogni pensiero che non sia strettamente legato alla tutela di questa sua logica.

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Quel che però ritengo più offende coloro che sono comandati dall’ideologia dominante, i non parolai per definizione, è il carattere storico assunto dal pensiero, comunista e marxista, non ortodosso.
Ho specificato separando deliberatamente i nomi che definiscono il contenuto di questo pensiero non ortodosso: “comunista” e “marxista”. Perché esso in quanto pratica rivoluzionaria, si è formato in seguito a un incontro. Il formidabile incontro tra la teoria marxista e il movimento operaio, un incontro che, nelle forme storiche assunte, per oltre un secolo ha guidato le classi subordinate e condizionato i destini del mondo. Questo incontro si è potuto realizzare (con una rapidità sorprendente: rapidità di per sé rivelatrice della reciproca compatibilità) per la presenza di una comune tendenza e un comune interesse: quello proprio alle classi rivoluzionarie di forgiare strumenti politici quanto più possibile efficaci. Da cui la necessità di osservare le cose con sguardo puro, facendo continuamente i conti che le proprie stesse idee, la proprie convinzioni. Per conoscere la realtà che si vuol modificare, poiché e solo conoscendola che è possibile realizzare i propri obiettivi.
Il bisogno di verità dunque è il terreno comune INIZIALE sul quale si realizza l’incontro. Bisogno di verità che diventa ipso facto amara costatazione dell’oltraggio irrazionale truffaldino con quale i processi sociali vengono invece descritti.
L’esatto contrario di ciò che avviene per la borghesia, che invece dalla verità è terrorizzata. Per questo la nostra etica non può derivare da quella borghese; per tale motivo il teorico della politica, Machiavelli, a parte gli spunti di interesse che ogni uomo di intelligenza elevata sa proporre, non può esserlo anche del proletariato. Là dove solo il principio del risultato conta e la menzogna sistematica la principale strategia, deve regnare il principio opposto, quello di verità, perché solo nella verità gli sfruttati e oppressi possono trovare le vie per la loro emancipazione. Mai mentire al popolo, sosteneva Lenin. Sempre mentire al popolo, anche nei minimi particolari, è la pratica esclusiva della borghesia.

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Ma per entrare nel merito di questa autodifesa, della quale mi servo per porre questioni che vanno ben oltre la modestia della mia persona, c’è da considerare la difficoltà che ogni comunista sa di dover affrontare. E cioè la necessità risalire la china di false idee così tanto volte ripetute da diventare moto spontaneo dell’essere. Da diventare stretta evidenza. Cioè ideologia. L’ideologia si caratterizza sempre per la sua più stretta evidenza. Essa ci fa esclamare, sì è così, è proprio così. Per chi si trovi invischiato nell’ideologia le difficoltà di riconoscerla sono enormi. Le stesse difficoltà che, di converso, incontra chi ne è fuori e si propone di svelarne l’infondatezza. L’ideologia fa sì che non basti enunciare una presa di posizione, ma occorre allargare l’orizzonte entro la quale è collocata; fa si che occorre andare ai precedenti e persino ai conseguenti, sfatare molti miti e luoghi comuni, affrontare apertamente le idee errate disseminate a piene mani degli ideologi borghesi nella vita quotidiana. Non già per convincere, ma soltanto per poter iniziare a discutere. Un lavoro enorme, da Sisifo della lotta di classe. Perché intanto che viene smontato il costrutto, con parole nuove viene rimontato. Puntellato con nuovi (falsi) costrutti riprende vigore e forza, esige diversioni e cambi di strategia: occorre rassegnarsi a ricominciare tutto da capo, riprendere il filo del merito della questione e con parole nuove demolirne gli assunti.
Prendiamo a esempio il termine “salario”, con l’appendice esplicativa che sempre l’accompagna, il salario quale pagamento del lavoro. Il fatto è che il padrone (alias datore di miseria) non paga il lavoro, paga la capacità di lavoro posseduta dal singolo, che in questo modo diventa suo, ne fa quel che vuole. Può decidere come impiegarlo, in quali condizioni di lavoro, con quali ritmi e persino decidere, quando lo ritiene opportuno, quando si tratti di un militante troppo attivo, di NON utilizzarlo. Decidere di confinarlo in qualche settore marginale a far niente o far poco (il peggio, prima della violenza fisica, che possa essere inflitto a un lavoratore) sperando che si penta. Con quante poche parole è possibile esprimere compiutamente questo concetto, nonché la dimostrazione che ne consegue, senza prestarsi alle manovre diversive, ai voluti fraintendimenti, alle controdeduzioni dei “tecnici” al servizio del capitale?
Quante frasi io stesso avrei potuto risparmiare per dire tutto quello che sto dicendo, senza glissare sulle difficoltà che comporta il sostenere queste tesi, sulle ombre che è necessario illuminare, sulle “strette evidenze” che bisogna confutare?
Quale compito immane! Quale defatigante lotta contro i mulini a vento deve apparire ai nostri avversari; i quali, quando sono onesti, ammirano la perseveranza, ma non possono fare a meno di sottolinearne l’inutilità. E di stigmatizzarla, persino (parolai!). Ma ecco io sono qui non per lamentarmi, sono qui per riprendere le fila del discorso avviato e ricordare a tutti noi (che mi importa dei sordi che non vogliono sentire?) quel che dei nostri compiti e possibilità, ai quali e alle quali non possiamo sottrarci. Non dobbiamo sottrarci. Lo facessimo forse ci sottrarremmo al ridicolo, alla derisione, non certo alla censura di noi stessi, agli esseri che nel frattempo di questa lavoro di cambiamento siamo diventati. Ecco allora che ci spingiamo di nuovo avanti, consapevoli che, nonostante gli scetticismi dei nostri avversari a un punto di approdo finiremo con l’arrivare. Stanchi, forse, ma arriveremo. È successo già diverse volte nella storia (questo il cruccio segreto che rende cattiva e intransigente anche la più benevola critica nei nostri confronti), succederà ancora. Noi potremmo pure limitarci nello spendere le parole, farebbe certamente bene a me farlo. Ma a danno della completezza, e non è certo questo lo scopo che mi muove! Preferisco apparire parolaio e però sfruttare ogni occasione per spenderle, essendo sicuro che ne rimarranno sin troppe senza essere pronunciate. Poche parole si utilizzano a esempio per dolersi dell’infelice condizione delle donne in troppe parti del mondo; e nel deplorare quello che si fa contro il lavoro in tutte le parti del mondo. E affermo: meglio una parola in più che una in meno. Meglio un minuto in più dato ai comunisti per informare deboli e indifesi, che il silenzio intimorito di chi si lasci condizionare da coloro che svolgono il lavoro sporco di intimidire per dare modo anche a quel piccolo minuto di essere utilizzato dai nostri avversari.
Il vero impossibile da evitare, la vera accortezza da utilizzare è quello di tacere; di limitarsi nel dire in faccia ai nostri avversare le irritanti verità che tanto turbano i loro sonni. Qualunque sia il prezzo da pagare. Gli alberi, diceva Mao, dopo tanto agitarsi vorrebbero riposare. Ma non possono il vento (della lotta di classe) riprende implacabilmente a spirare.
Il vento della lotta di classe ha ripreso a spirare come non mai in Europa. Non c’è scampo. Bisogna prendere in mano la penna e battagliare. Altri prenderà in mano la falce e il martello e provvederà a trasformare.

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Stendendo questa presa di posizione in ogni caso qualcosa l’ho imparata. Qualcosa che attiene alla natura intrinseca di chiunque si collochi in un ambito di vera opposizione. Che quel che effettivamente infastidisce coloro che si situano nello spazio politico di classe dalla parte che io considero sbagliata non è la ciarla Se si trattasse solo di ciarle, tacerebbero, lascerebbe fare, ben contenti di ascoltarci girare a vuoto. Quello che in fondo li infastidisce e allarma e il nostro costante prendere posizione in filosofia; le perpetua propensione al disvelamento delle false descrizioni del mondo instancabilmente propalate dagli agenti del capitale; questo nostro denunciare e incitare al cambiamento. Il cui obiettivo è persuadere i proletari che, passando dalle parole ai fatti, bisogna far capire ai Padroni del Vapore che è meglio concedano qualcosa oggi se non vogliono perdere tutto domani. E che se non lo fanno e non lo fanno in fretta finiranno inevitabilmente con il perdere tutto.
Detto questo, e concludo, una rettifica si impone.
In questa ottica, contrariamente a quanto affermato all’inizio, l’accusa che mi è stata rivolta, non attiene al personale; nonostante la forma attenga al piano politico-ideologico. Si tratta, lo ribadisco, del modo specifico della ideologia borghese di rispondere alle argomentazioni dei comunisti. Si attacca la persona per rendere più difficoltoso alla persona di perseverare. Di mettere i bastoni tra le ruote a chi cerca di impadronirsi dell’arme della critica per affinare i propri strumenti critici e dialettici. Si tratta di impegnare parte delle nostre energie in questioni che ci costringono a utilizzare tempo e energie che invece dedicheremmo a tutt’altro. Una guerra di logoramento che credo possa essere classificata in quella che ordinariamente viene definita guerra psicologica.
Guerra politica. E non perché il piano personale è sempre comunque politico, ma perché si tratta di un attacco politico diretto: attacco all’agibilità, alla tranquillità e alla possibilità stessa di acquisire e apportare argomenti.
Perché induce a parlare d’altro, di come si è, al posto di ciò che si dice, fingendo di parlare della stessa cosa.

2 commenti

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  1. cristina bove / Dic 17 2012 16:46

    devo rileggere con attenzione.assolutamente.

  2. cristina bove / Dic 18 2012 17:27

    “meglio una parola in più che una in meno. Meglio un minuto in più dato ai comunisti per informare deboli e indifesi, che il silenzio intimorito di chi si lasci condizionare da coloro che svolgono il lavoro sporco di intimidire per dare modo anche a quel piccolo minuto di essere utilizzato dai nostri avversari.”

    sì, sono d’accordo.

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