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22 dicembre 2012 / miglieruolo

AUTOMOTOEROTISMO

AUTOMOTOEROTISMO
di Mauro Antonio Miglieuolo

Auto del Primo Fatale Incidente

I casi della vita sono tali che a riferirli fedelmente sembrano bugie. Spesso lo sono. L’esistenza tutta è una bugia ben raccontata. Una bugia infarcita di bugie. Bugie per il mero gusto di inventarle, o per stupire l’interlocutore. Bugie per smorzare il senso di irrealtà che la realtà spesso produce. Bugie per non dover dar conto delle imposture con cui ci si difende… Io qui, sfidando ogni giudizio, pronto a misurarmi con qualsiasi pregiudizio, e l’accusa inevitabile d’essere un depravato, oltre che un simulatore, affronterò coraggiosamente l’onere della schiettezza (e ce ne vuole di coraggio per pronunciare parole vere intorno ai propri vizi). La mia immagine ne soffrirà, ma non il cuore, che ha bisogno della consolazione che proviene dallo svelarsi a un amico, a un conoscente, a uno sconosciuto, ponendo da canto il ritegno e la preoccupazione costante di tutelare l’apparenza di decoro con cui ci si traveste.
Inizio subito denunciando la mia straordinaria forma di perversione. La scopersi per caso, nel pieno del traffico cittadino, alla guida della mia automobile. Inseguivo con la mente le immagini lubriche da cui ero stato aggredito in un locale a luce rosse, e ancora il tripudio di seni, culi, cosce, peli pubici, enormi sessi in erezione, lo sperma che colava da tutte le parti, soggiornavano in me, quando reso incauto dai pensieri, e dalla pressione del sesso nei calzoni, mi precipitai, senza quasi frenare, addosso all’auto che mi precedeva. Nel tumulto di lamiere infrante che ne conseguì, spinto in avanti col bacino, la pressione della stoffa sulle appendici tormentate provocò l’inevitabile crisi. Digrignando i denti, esplosi nelle mutande. E mentre allucinato negli spasimi cercavo di rendermi conto di quel che succedeva, dal veicolo davanti scesero due indignatissime valchirie che blaterando, mani sui fianchi, si misero a contemplare le conseguenze disastrose di quel che avevo combinato. Erano più che belle: delle vere e proprie finzioni di bellezza, la favola intorno alla grazia muliebre concretizzata in due possibili figure. In due Veneri Callipigie. Io, ottenebrato dal piacere, da sozzo cultore di immagini forti qual ero, fantasticai che la loro attenzione più che per l’automobile in rovina fosse dedicata alla mia, pur compressa, erezione; e che il loro malumore dipendesse dallo spreco sconsiderato di sperma che si stava consumando. Impiegai così tanto tempo nello scendere per discutere con loro i particolari del dramma, e quando scesi ero così inebetito, che le due straordinarie bellezze, spaventate dal mio aspetto, conciliarono immediatamente i toni e pretesero persino di accompagnarmi in ospedale. Credevano avessi battuto la testa. Riuscii ad avere ragione facilmente delle loro premure, non degli effetti duraturi che avevano provocato. Per giorni, e settimane, e mesi, fui inseguito dalla libidine del sublime inopportuno momento di piacere, e ne fremetti ogni volta che il ricordo svicolava su quei sentieri. Evidentemente nel mio inconscio avevo realizzato con ambedue un, non troppo simbolico, coito anale, perché fui ammorbato da continui desideri “contro natura”. Trascinato dai flash micidiali improvvisi del ricordo, caddi nella tentazione di ripetere l’esperimento. Mi posi al volante dell’auto e volutamente errai per le strade alla ricerca della preda giusta. Non appena l’ebbi trovata, una femminastra sui quaranta, elegante, piglio autoritario manageriale, un culetto delizioso, assisa come una regina al posto di guida, le andai dietro massaggiandomi le parti basse nel chiuso dell’abitacolo, in attesa della condizione giusta. L’ignaro oggetto delle mie brame assecondò inconsapevolmente i miei vizi fermandosi per ben due volte, ogni volta mostrando le cosce, in alto, molto in alto, nello scendere. La terza volta ritenni di averne avuto abbastanza e le andai addosso. Addosso, senza pensiero. I danni furono consistenti, ma non eccessivi. Eccessivo invece fu la reazione del sesso che sparò d’un subito tutta la tensione che aveva accumulata. Attesi tremante che la crisi fosse finita, scesi, diedi alla bella tutte le ragioni di questo mondo, firmai quel che dovevo e me ne tornai a casa, sessualmente appagato come non lo ero mai stato.
Naturalmente quello di coire tramite auto divenne il mio sport preferito. Abbandonai i buoni metodi tradizionali, e mi dedicai interamente a quel nuovo inusitato mezzo di possedere le donne. Non mi occupai più direttamente di loro, ma solo d’averle per procura della loro (mediata) avvenenza posteriore. Le seguivo, mi toccavo e le tamponavo. Dei danni che provocavo, e conseguenti problemi con le società assicuratrici, non mi curavo. Ognuno è disposto a spendere molto più del ragionevole e consentito per attendere ai propri piaceri. Non fui da meno. Mi arenai in una secca di cause e richieste di risarcimento.
Col trascorrere del tempo inoltre, dopo che l’esaurirsi degli entusiasmi iniziali rese difficoltoso cogliere il frutto di quelle manovre, sostenuto dell’astuzia che produce l’esperienza, affinai le procedure erotiche. Mi procurai un tubo di larghezza adeguata (un poco stretto per la verità), i bordi esterni interni lisci arrotondati, lo saldai al cruscotto dell’auto e, dopo aver conveniente manovrato per procurarmi l’erezione, immisi in esso il glande, tenendomi pronto all’impatto. Nel momento supremo, proiettato in vanti, mi ci immettevo tutto, subendone una tale stretta deliziosa, che mi scioglieva felicemente sull’istante.
Dozzine di donne furono, tramite quel fausto espediente, idealmente profanate, senza che neppure lo sospettassero.
Diventai abile ed accorto. Imparai a recuperare in fretta i turbamenti dell’orgasmo, o a dissimularli in fretta. Ritiravo il fallo ancora in lacrime, un rapido colpo di zip, e scendevo sorridente a porgere le mie scuse.

Auto per Provocare (maliziosi, perversi) Incidenti…

Trascorsi, puoi immaginarlo, un lungo periodo di felicità. E vi sarei dentro ancora se il pericolo a cui mi ero esposto, e la fortuna sempre pronta a disfare, sia di giorno che di notte, le tela di Penelope della delizie umane, non mi avessero letteralmente investito, e sconfitto, per mezzo di una bellissima dal sedere decisamente fuori ordinanza. Un posteriore monumentale, rotondo, grande, posto al termine di una splendida schiena arcuata, che sapeva bene coniugare il verbo dondolare, con il verbo tentazione; e dondolò, tentò sotto i miei occhi allucinati per alcune ore, per tutto il tempo che la seguii nel suo errabondare per negozi. Poi anche lei salì su un’auto (io esultai) e non badai più a nulla: ci diedi dentro subito, senza indulgere al piacere dell’attesa, con l’acceleratore.
All’ultimo, quando avrei dovuto frenare un po’ per contenere gli effetti dell’entusiasmo, il piede affondò del tutto sull’acceleratore. Urlando come un pazzo (ero fuori di me) mi immersi nel didietro formidabile della macchina che mi procedeva. Le macchine si incastrarono come amanti follemente appassionati. Il davanti della mia auto si deformò e con esso il tubo in cui avevo inserito il pene. L’urlo di piacere ed entusiasmo, mentre sbattevo la testa contro il cristallo, mutò in uno di dolore. In basso, sangue e sperma si mescolarono orrendamente. Nessun medico, nessun intervento, pose rimedio. Caddi irrimediabilmente, eroe delle guerre eterne del sesso, martire di mille battaglie.
Non mi attardo sui mormorii, sui ghigni, sui lazzi di cui fui, e sono, oggetto. Dico della mutilazione che mi colpì. Oggi non seguo più i bei deretani che incontro per strada. Non saprei che farmene. Neppure cerco le donne per un contatto più tradizionale. Sarebbero loro a non sapersene cosa fare di me.

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