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26 gennaio 2013 / miglieruolo

CONFESSIONE

CONFESSIONE
di Mauro Antonio Miglieruolo
(da: Storie malsane)
***

Sono qui per confessare un omicidio. Anzi, un uxoricidio. Puoi denunciarmi, se vuoi, accetterò il castigo con rassegnazione e contro di te non oserò levare la voce neppure per un rimprovero. Non che avverta, sia chiaro, il bisogno di perdermi. Rimorso non

ne provo. Stanchezza sì, però, e necessità di liberarmi dal peso di un segreto che da troppo tempo grava sulle mie spalle.
Tutta colpa di mia moglie, però, te l’avverto. Non doveva tradirmi come mi ha tradito. Io non sono geloso, ma il limite d’ogni pazienza è l’amor proprio offeso, a cui si aggiunge la beffa di una vita inutilmente dissipata in frustrazioni.
Ti racconto questo non per attenuare le mie colpe, quanto per distribuirle equamente, e far apparire i fatti per quel che sono, nella fatalità degli eventi che hanno guidato il capriccio della moglie, la mano assassina…
Il rapporto tra noi, salvo che nel breve periodo precedente il matrimonio, l’improvviso d’un incontro felice, alcuni amplessi consumati con un certo slancio, e poi la rapida stanchezza dei corpi che non riuscivano più a trovarsi, la malinconia di un addio già quasi consumato (soltanto chi abbia vissuto quei dolorosi frangenti sa quanto possa costare un distacco annunciato). Consumato, ma non concluso. Nel breve di quelle rapide settimana di idillio, una decina al massimo, lei era rimasta incinta e fu giocoforza, dato i pregiudizi della famiglia, la collera del padre, quella dei fratelli, contrarre matrimonio. Dopo aver devastato la ragazza, piagata a furia di insolenze, la scortesia dei suoi devastò ambedue.
Fummo sposati. L’irregolarità frutto degli impeti giovanili fu sanata, placato ogni furore. Ma l’amore che non c’era avviò precocemente il matrimonio al fallimento. Ci ritrovammo moglie e marito subito in qualità di estranei. E ancor più lo diventammo, detestandoci persino, quando lei confessò il suo sopravvenuto affetto per altro uomo e l’inesorabile intenzione di vivere solo formalmente il sacramento con cui eravamo stati obbligati. Solo a quel prezzo, che non vi fosse intimità alcuna tra noi, lei si impegnava a vivere i suoi desideri come sogno, sterile aspirazione. Se invece avessi preteso di avere i suoi favori, anche altri l’avrebbe potuti avere. Rifiutai indignato l’infame baratto. E anzi mi adoperai, adottando le maniere più energiche, per neutralizzare le possibilità dell’usurpatore di insidiare le mie prerogative coniugali. Il rivale, di conseguenza, quantunque ignaro dei retroscena che lo condannavano, finì in ospedale e ne ebbi in ricompensa un odio indefettibile da parte della consorte.
Per alcuni mesi riuscii lo stesso ad obbligarla al sesso, ma dopo la nascita del bambino, si rifiutò con tanta ostinazione che dovetti desistere. Essa si presentava ormai come una donna casta, innamorata delle gioie quiete della maternità, e nemica delle intemperanze del sesso. Quando però tra noi volavano parole grosse, non accampava più scuse, e manifestava apertamente il disprezzo di cui mi reputava degno. Sosteneva che non le avevo usato i dovuti riguardi, che l’avevo messa nei guai, ch’ero stato vile, lasciando per viltà che ambedue fossimo obbligati a quel matrimonio infausto. Per me essa s’era disgustata delle vita, e disgustata del sesso.
Cos’altro potevo fare, dopo averla battuta inutilmente alcune volte, se non darmi alla pace della rassegnazione? Mi rassegnai, adeguando i miei bisogni alle opportunità che mi si presentavano. Una moglie schifiltosa, aliena ai giochi sessuali e una mia natura esuberante, che credeva non potervi rinunciare. Feci esattamente quel che potevo: mi diedi alle prostitute e alla pornografia, divenni un frequentatore abituale dei locali a luci rosse e delle strade malfrequentate della città; e per questi tragitti soddisfeci alle le esigenze di cui la natura mi aveva generosamente equipaggiato.
In un pomeriggio di quelli particolarmente inquieti, in cui la violenza della carne trascina con forza tale che non dà neppure possibilità vera di pensiero, mi introdussi quasi in stato di ipnosi in uno di quegli infausti cinema in cui il nulla riveste ogni genere di fantasia. M’aspettavo il solito concerto di versi e di genitali goffamente congiunti, lo sprazzo occasionale di un’inquadratura efficace che mi ripagasse da un pomeriggio di noia. Invece trovai tutt’altro. In quell’occasione si può dire che fui fortunato. Assistetti a uno spettacolo veramente notevole, e per di più ebbi conoscenza della vera, esuberante natura della consorte, e perciò stesso della volontà truffaldina con cui mi si era negata.
La riconobbi subito dopo le prime inquadrature. Era lei. L’incriminava la voglia al centro dei glutei, quasi sul coccige, e il suo stesso bel corpo, i suoi modi, i suoi accenti, i versi… Intratteneva gli uomini con disinvoltura alquanto sospetta; e una capacità d’abbandono che palesava talenti che travalicavano il mero piacere fisico, che manifestava interesse, passione…
Al termine dell’ardua prova, nel corso della quale ne commise d’ogni sorta, fu interrogata dal “regista” che le chiese il motivo di tanta entusiasmo, se mera vocazione o perizia. E lei, senza battere ciglio, con un viso da Ponte Sisto, diede la spiegazione più brutale e offensiva. “Per dispetto di quel cornuto di mio marito!” aveva risposto ridendo alquanto impudicamente.
Fu quell’ultima frase, più di quello che avevo visto, a sconvolgermi. Che avrei dovuto fare, dimmelo tu. Come placare la mia dignità offesa? la consapevolezza dell’inganno subito? e delle inutili privazioni a cui ero stato, con motivazioni insincere, condannato?
Non ressi. La feci sparire. Mi liberai da quel fardello, che era apparentemente arduo anche per lei. Ora condannami se vuoi. Condannami pure. Ma è certo che contro ogni tua condanna, contro quella di qualsiasi giudice, affermo il mio buon diritto; e che se mi ritrovassi, lo farei ancora. Non una, ma mille volte. Mille volte porrei termine a quei tormenti, quella vergogna, quell’offesa, pur sapendo, come so, che sarebbe solo per sprofondare dentro nuovi, e forse peggiori.

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