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2 febbraio 2013 / miglieruolo

L’incomunicabilità del concetto di morte

L’incomunicabilità del concetto di morte nella società delle ICT in Real World di Natsuo Kirino
di ELISA EMILIANI
da: http://criticaimpura.wordpress.com/2012/03/30/lincomunicabilita-del-concetto-di-morte-nella-societa-delle-ict-analisi-semiotico-filosofica-di-real-world-di-natsuo-kirino/

Real World di Natsuo Kirino è un testo interessante al fine dell’indagine semiotica in quanto presenta una serie di problematiche relative alla comunicazione quotidiana e nell’affrontare il lutto.

Questo romanzo in particolare mostra, e la storia raccontata simboleggia, il rischio di smarrire il concetto di morte. Real World inscrive l’analisi in un orizzonte di idee legate sì alla morte in sé, ma anche e soprattutto alla sua comunicazione. Si tratta di un romanzo ambientato a Tokyo che prende avvio da un matricidio per proseguire alternando le voci dei cinque protagonisti adolescenti. Un ragazzo portato all’esasperazione uccide la madre e fugge. Quattro ragazze, ognuna a proprio modo, si legano a questa vicenda in qualche maniera attratte non tanto dall’azione quanto piuttosto dal concetto che le soggiace, un concetto che normalmente non si comunica, che è un tabù culturale: il matricidio, ma anche la morte stessa.

Sembra infatti che esista una tendenza diffusa a trattare la morte in modo edulcorato, privandola delle sue caratteristiche uniche e irrimediabili (la morte si rivela, per citare Heidegger, “come la possibilità dell’incommensurabile impossibilità dell’esistenza [i]”) che spaventano e suscitano il desiderio di voltarsi dall’altra parte e non pensarci.

La domanda che emerge da queste riflessioni riguarda la società delle comunicazioni e le sue possibilità di reagire all’allontanamento della morte come fatto reale, di una morte che viene avvertita come un evento sempre meno pressante e sempre più difficile da comunicare, tanto da suscitare imbarazzo.

Morale razionale ed esigenza nietzscheana

Nell’analisi semiotica del testo in base al Percorso generativo di senso di Greimas [ii], in particolare il Livello Profondo [iii] costituisce il nucleo centrale della storia: qui si collocano le grandi opposizioni valoriali che fanno da motore alla narrazione, quelle strutture logiche atemporali che verranno poi tradotte in un racconto vero e proprio. Real World presenta un sistema complesso di codici morali che si intrecciano con l’opposizione tra il mondo degli adulti e quello degli adolescenti, e quella del mondo reale con una serie di altri mondi possibili (ma reali anch’essi), differenti per ogni personaggio e addirittura per ogni “sistema di personaggi”. È difficile quindi separare le opposizioni valoriali di base dalla psicologia dei personaggi che li incarnano; tuttavia si possono individuare alcune grandi tematiche strettamente connesse tra loro.

Nel corso del romanzo il termine reale acquisisce di volta in volta accezioni differenti. Utilizzato solo dagli adolescenti, infatti, si discosta totalmente dall’accezione materiale-adulta tanto da diventarne un concetto antitetico. Sembra quindi corretto partire dalla netta separazione tra il mondo comune a tutti e i mondi individuali dei singoli. L’opposizione si riscontra tra ciò che è comune e ciò che è privato. Il mondo reale è legato a una comune moralità, un “senso comune” che trova applicazione nella legalità. C’è quindi una differenza netta tra la moralità pubblica, propria del mondo adulto, e quella privata del mondo giovanile.

Indagando il contenuto di tali differenti sistemi morali risulta che la moralità pubblica o adulta si concentra (quasi ciecamente nel romanzo) sul rispetto delle regole imposte o suggerite dalla società civile. Secondo questo codice etico il matricidio è un crimine che deve essere punito a prescindere dalle motivazioni che l’hanno mosso. Si tratta di un giudizio a priori, che non necessita dunque dell’esperienza per essere espresso. In questo caso moralità razionale e legalità coincidono perfettamente.

Il discorso si stravolge completamente, invece, quando si analizza la morale adolescenziale, tutt’altro che razionale, slegata dal punto di vista legalitario della società civile e connessa invece ai mondi particolari dei singoli, in base ai quali uccidere la propria madre appare in qualche modo giustificabile. Si tratta qui di un giudizio certamente meno solido, certamente formulato in termini meno precisi ma comunque dotato di valore, che considera le motivazioni e la situazione all’interno della quale si agisce. È la presa in considerazione di un ampio contesto che non può essere escluso dalla valutazione, contesto che riguarda sia chi compie l’atto sia chi lo giudica. In entrambi i casi si tratta di persone appartenenti al mondo giovanile, che oppongono la propria moralità sia a quella degli adulti sia alla società nel suo complesso. È una morale impulsiva, assolutamente ipotetica, fatta di emotività più che di razionalità, ma pur sempre una morale (e non semplicemente una forma di impulsività, in quanto si tratta di un amalgama di valori, anche se frammentari e poco definititi, condivisi da uno strato della società), sviluppata in un contesto sociale turbolento e problematico, sottovalutato dal mondo adulto.

Nel delitto i “mondi paralleli” degli adolescenti vanno a scontrarsi con il mondo reale, amalgamandosi tra loro in una rete di unioni e contrapposizioni che sfidano le regole imposte da chi è a questi mondi completamente estraneo: gli adulti. È l’estrema gravità del gesto che porta alla luce la differenza abissale che i due schieramenti hanno della percezione del mondo e della sua etica.

In questo “scontro tra mondi” le domande sottese a tutto lo svolgersi della vicenda sono: che cosa è più reale? In base a quale criterio può essere espresso questo giudizio? Esiste qualche connessione tra realtà e moralità?

Nella morale kantiana, com’è noto, l’imperativo categorico impone di operare in modo che la massima della propria volontà possa valere sempre, in ogni tempo [iv], come principio di una legislazione universale [v]. Da condannare quindi è la stessa azione generalizzata (che tutti uccidano), perché uccidere è la più radicale violazione dell’umanità.

Questo discorso riguarda la morale adulta, ma a mostrare le caratteristiche più interessanti è quella adolescenziale. Ad andare perduta, in questo secondo caso, è l’estensione del proprio punto di vista a una dimensione universale (come comanda invece la morale kantiana). Si perde il tentativo di elevarsi al di sopra della dimensione individuale, di tendere verso un ideale di umanità.

Ma non solo. Le elaborazioni della morale operate nel passato prendono in considerazione punti di vista differenti: si va dalla morale eudamonistica di Aristotele a quella utilitaristica, orientata a un qualche codice superiore di condotta, di J.S. Mill e Bentham, a quella mirante a un fine superiore a ogni vantaggio di Kant. Queste proposte sono tutte inadeguate a spiegare il comportamento dei personaggi adolescenti di Kirino. È la visione razionale stessa ad essere inadatta all’interiorità dei personaggi di Real World, che presentano invece un’esigenza nietzscheana.

Quello che accade nel romanzo è che il punto di partenza dell’agire morale si colloca non nella sfera universale, ma in quella particolare del singolo che vive, vuole, può agire, sente e subisce le conseguenze degli eventi del mondo. In Nietzsche il vero e il falso, il reale e ciò che non lo è, si definiscono all’interno della vita del soggetto (non sopra o al di fuori di essa), nel suo sentire e volere. È all’interno di questo “mondo” che si delinea la morale del soggetto (non come principio esterno ma piuttosto come ossatura del suo mondo, che prende avvio alla sua prospettiva del mondo). Nelle azioni del soggetto si costituisce la sua morale così come il suo mondo e il suo universo di senso (di cui morale e reale/irreale sono due aspetti).

I due mondi riscontrati nell’analisi di Real World, dunque, presentano due diverse moralità: razionale e kantiana quella adulta, patemica e nietzscheana quella adolescenziale. È in particolare necessario, per specificare la connessione tra la morale degli adolescenti e la filosofia nietzcheana, richiamare i temi del nichilismo, del suo superamento e del Superuomo: “il nichilismo rappresenta una fase di transizione patologica […] Che non esista alcuna verità; che non esista una natura assoluta delle cose, la “cosa in sé”. Ciò stesso è nichilismo, e il nichilismo estremo. E pone il valore delle cose precisamente in questo: che a tale valore non corrisponda, né sia mai corrisposta, alcuna realtà, ma solo un sintomo della forza di coloro che pongono il valore, una semplificazione ai fini della vita [vi]”.

Secondo Nietzsche esistono due tipi di nichilismo: il nichilismo attivo, inteso come segno dell’accresciuta potenza dello spirito; il nichilismo passivo, inteso come declino e ritrarsi della potenza dello spirito. La decadenza, la degenerazione e il deperimento “non sono cose condannabili in sé: sono una conseguenza necessaria della vita [vii].”

Nel paragrafo intitolato La crisi: il nichilismo e il pensiero del ritorno, Nietzsche sostiene: “Le posizioni estreme non sono sostituite da posizioni moderate, ma solo da altre estreme, però capovolte. Così la credenza nella assoluta immoralità della natura, nella mancanza di scopo e di senso, diventa la passione psicologicamente necessaria quando non tiene più la fede in Dio e in un ordinamento essenzialmente morale. Allora si presenta il nichilismo, non perché il disgusto per l’esistenza sia diventato più forte di prima, ma perché si è diventati in generale diffidenti verso un “senso” del male, anzi, dell’esistenza. Una interpretazione è crollata: ma poiché era l’unica interpretazione, sembra che non ci sia più un senso dell’esistenza, che tutto sia vano [viii]”.

Dal momento, tuttavia, che “ogni grande crescita comporta un’enorme frammentazione e deperimento […] ogni fecondo e possente movimento dell’umanità ha creato al contempo un movimento nichilista [ix]”; decadenza e nichilismo sono assolutamente necessari alla società, in quanto precedono la sua rinascita. Si esce infatti dal nichilismo (passivo) riconoscendo nell’uomo la fonte della volontà di potenza, capace di generare significati imponendo la propria volontà creatrice. A compiere questa impresa è il Superuomo (colui che ha accettato di dare in prima persona significato alla vita e al mondo), spazzando via il Tu devi proprio della vecchia morale e sostituendolo con l’Io voglio.

Nel romanzo di Kirino tuttavia manca questa istanza ottimistica. L’intera narrazione è pervasa da un senso disforico dell’agire morale. Nel mondo di Kirino la demistificazione nietzscheana è già avvenuta e non ha portato alla creazione di una nuova morale. La tentazione di rifugiarsi in un’istanza metafisica è svanita, ma non ha lasciato spazio alla creazione di un nuovo mondo. Della volontà di autoaffermazione restano solo le rovine, riscontrabili nel disorientamento e nell’incapacità di affrontare e risolvere i problemi.

Il nichilismo di Kirino è più radicale, tanto che lo si potrebbe definire post-nietzscheano [x], in quanto non prevede la fase di ricostruzione. La società dipinta da Real World, pur essendo indubbiamente decadente e vivendo un vuoto di valori in cui la vecchia morale (adulta) è stata abbattuta da una morale adolescenziale, non ha ancora affrontato il passaggio dal nichilismo alla rinascita operata dalla volontà di autoaffermazione creativa (volontà di potenza [xi]).

I protagonisti, infatti, sono quanto di più lontano si possa immaginare dal superuomo. Non hanno la forza di affrontare apertamente il cambiamento, al contrario ne sono intimoriti e rimangono intrappolati in un limbo angusto fatto di speranze e istanze di libertà non supportate da un’apertura al nuovo. La loro morale, sì, prende avvio dall’individuo, ma manca di determinazione e consapevolezza delle potenzialità umane.

I personaggi adolescenti di Kirino sono fragili e impotenti, si dimenano in una situazione che non riescono a controllare dopo aver avviato un cambiamento radicale. Non esiste un’apertura che lasci intravedere una luce o una speranza oltre il nichilismo che domina la vicenda.

Questi ragazzi, succubi di una società decadente della quale non riescono a imporre un superamento, si confrontano con la morte armati di una moralità dettata dalla ribellione tipica dell’adolescenza, che non riesce a salvarli. Sono stati abbattuti, quindi, i vecchi valori, ma al loro abbattimento non è seguita una presa di coscienza che abbia fatto emergere una volontà di potenza. La distruzione è avvenuta ma è seguita solo dal caos. Dopo la morte di Dio, si potrebbe dire, muore anche il superuomo. Rimane una realtà fatta di note sconclusionate che non riescono ad armonizzarsi in un brano di senso compiuto, note che non si possono modellare e che, al tentativo di farlo, si ribellano e abbattono con violenza e indifferenza chi ha tentato di maneggiarle.

In questo panorama devastato da un nichilismo che non si fa base di una rinascita, l’essere umano si trova a dover affrontare la morte senza strumenti adatti a elaborarla: in una società come la nostra la morte lascia sempre più muti. È questo, forse, il motivo per cui chi è integrato in questa società (e si adatta a una morale razionale-adulta) tende a evitare in ogni modo il pensiero della morte. Chi ancora non è integrato (nel caso di Real World i personaggi adolescenti che vivono secondo una morale patemica), e si dibatte nel tentativo di riuscire senza strumenti adatti ad affrontare la morte nella sua piena portata, ne viene sopraffatto.

Tutto ruota dunque attorno a un problema di comunicazione. Gli adolescenti di Kirino, così come la loro morale, sono emblematici della mancata comunicazione della morte nella società delle comunicazioni. Riescono a capire, meglio degli adulti, che esiste a proposito della morte una forma di incomunicabilità, ma non riescono a elaborarla e superarla. La società oggi non offre, non più, gli strumenti utili a comunicare il lutto ed elaborare il cordoglio.

[i] M. Heidegger, Essere e Tempo (Longanesi, Padova, 2009), paragrafo 53

[ii] A. J. Greimas e J. Courtès, Semiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggio (Mondadori editore, Milano, 2007)

[iii] Questo modello di analisi è costituito da quattro “strati” che, partendo dalla profondità logica di un testo, arrivano fino alla sua manifestazione lineare esplicitando componenti fondamentali quali i valori espressi nel testo, gli attanti e le figure che li rappresentano.

[iv] O “circostanza”, a seconda delle traduzioni

[v] I. Kant, Critica della ragion pratica (Editori Laterza, Bari, 1974)

[vi] F. Nietzsche, La volontà di potenza (Bompiani editore, Milano, 1992/2001, Nuova edizione italiana a cura di Maurizio Ferraris e Pietro Kobau, Traduzione di Angelo Treves riveduta da Pietro Kobau), p. 14

[vii] Ibidem, p. 25

[viii] Ibidem, p. 35

[ix] Ibidem, p. 67

[x] Come sostiene Harrison, New York Times [http://www.nytimes.com/2008/07/20/books/review/Harrison-t.html?pagewanted=1&_r=2]

[xi] “[…] l’idea dell’eterno ritorno produce sul soggetto una tale azione destrutturante, che diventa letteralmente impensabile – inconcepibile, tale da non poter essere tenuta insieme nei suoi vari aspetti, e da produrre una sorta di vertigine nel pensiero. È soprattutto questo il significato della nozione di volontà di potenza, che viene in luce se si segue fino in fondo il discorso sulla portata selettiva che Nietzsche attribuisce all’idea dell’eterno ritorno, nel suo duplice significato di estremizzazione del nichilismo e di nuova condizione di felicità dell’uomo.” [G. Vattimo, Introduzione a Nietzsche, Editori Laterza, Bari, 1986, p. 94]

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