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20 febbraio 2013 / miglieruolo

Alieno è… (quarta parte)


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Dal Blog di Daniele Barbieri:
http://danielebarbieri.wordpress.com/2013/01/22/alieno-e-quarta-parte/
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20fwbba-679089462Alieno è razziale, sessuale, sociale, mentale, antropologico, politico, biologico, funzionale, religioso… Un saggio pubblicato sull’ultimo numero di «
HP-Accaparlante» (*)

Alienità dei corpi

Sull’handicap e dintorni nella fantascienza devo necessariamente rimandare al mio dossier «Umano è» che fu pubblicato nel 2001 su questa rivista ma che si può leggere anche nel sito del Centro Documentazione Handicap. C’è chi allora si è stupito che la science fiction abbia dedicata tanta attenzione – e consapevolezza – a questo tema. Per me la ricerca fu solo una conferma di quanto questo “magazzino” sia vitale e spesso possa dire quello che censuriamo o auto-censuriamo nel nostro mondo reale (il quale era stato ribattezzato, con sarcasmo, da Isaac Asimov il «cosiddetto mondo reale» a significare che forse negli altri mondi, quelli della fantascienza, c’era più verità).

Dunque al riguardo farò solo un brevissimo accenno storico prima di passare al paragrafo successivo.

Il ribaltamento iniziato da Brown con «Sentinella» tocca forse il suo apice con due romanzi di Theodore Sturgeon: «Cristalli sognanti» del 1950 e «Nascita del superuomo» (ma il titolo originale suonava «Più che umano») del 1953 che, non a caso, hanno diviso – e tuttora dividono – gli appassionati di fantascienza in due schiere non riconciliate. Solo scavando dove gli uomini impauriti vedono qualcosa di incomprensibile e dunque orribile possiamo scoprire una nuova, diversa umanità. Se ci sentiamo una super-razza (o l’unica razza pensante o “il popolo eletto”) risulta impossibile accettare la sfida che Sturgeon ci propone. Se il preteso super-uomo possiede una super-scienza o super-armi in qualche modo possiamo fare i conti con lui (magari per arrenderci) ma se invece qualcosa di sovra-umano, magari qualche umano mutante, avesse una super-empatia, una super-solitudine o magari una superiore capacità di amare allora scatterebbe un antico meccanismo: la paura che prevale sul desiderio e dunque… io devo sopprimere quel che non capisco.

E’ curioso che anche un filosofo letto e osannato come Friedrich Nietzsche quando ha affrontato il tema del superuomo sia stato frainteso, se non addirittura arruolato (del tutto a torto) fra i precursori del nazismo. Invece basterebbe questa frase in «Ecce Homo» per farci riflettere: «L’uomo è una corda tesa fra l’animale e l’oltre-uomo, una corda sopra l’abisso». E altrove – mi ricorda sempre il mio amico Fabrizio, “nicciano doc” – ha scritto: «Anche l’anima deve avere le sue determinate cloache nelle quali far defluire la sua immondizia; a ciò servono persone, relazioni, classi, o la patria oppure il mondo oppure infine – per quelli molto boriosi (voglio dire i nostri cari “pessimisti” moderni) – il buon Dio». Il superuomo nietzschiano è un “sentito dire” o un fraintendimento che venne incoraggiato dalla sorella Elisabeth, antisemita e sostenitrice del nazismo, nel risistemare gli scritti del fratello. Sarebbe interessante ragionare sui legami fra Nietzsche e i supereroi del fumetto statunitense ma sarà per un’altra volta.

Alienità sociale.

Partiamo da un racconto di Leo Szilard che, per chi non lo sapesse è uno dei padri (involontari) della bomba atomica. In «Rapporto sul Gran Central Terminal» – nell’antologia di racconti «La voce dei delfini» – ci provoca così:

«Immaginate che colpo fu per noi atterrare in quella grande città e trovarla deserta. Da dieci anni viaggiavamo attraverso lo spazio. […] Quando finalmente atterrammo scoprimmo che su quel pianeta la vita si era estinta. […] A quel punto Xram si ricordò che circa 5 anni prima erano stati osservati misteriosi bagliori, tutti nella stessa settimana. Gli venne in mente che quei bagliori potevano essere stati prodotti da esplosioni di uranio. […] Ritenevamo che chi aveva costruito città così grande fosse dotato di razionalità per cui ci sembrava difficile che si fosse impegnato a trattare l’uranio per tanto tempo».

20febb-bcinema-mostlieni1_v_cgv2Questo è il quadro di partenza: io ho un pochino barato tacendovi che il pianeta si chiama Terra mentre Szilard lo mette subito in chiaro. Quel che qui ci interessa – la difficoltà a decifrare un mondo alieno – però non riguarda l’energia atomica.

«Non sapendo da dove iniziare le ricerche, scegliemmo come primo oggetto di indagine uno degli edifici più grandi della città. Anche se non sapevamo cosa significasse Grand Central Terminal, non avevamo dubbi su quale fosse il suo utilizzo. Era parte di un primitivo sistema di trasporto basato su rozze macchine che correvano su rotaie tirandosi dietro vetture a ruote.

Per più di 10 giorni studiammo quell’edificio e scoprimmo dettagli interessanti e sconcertanti».

Le scritte «fumatori» e «non fumatori» restano inspiegabili per gli scienziati alieni e certi dipinti che mostrano esseri con le ali confondono ancor più le idee.

«Nel grande spazio del Central Terminal trovammo stanze abbastanza piccole collocate a coppie e in posizioni abbastanza nascoste. Ciascuna di queste stanze (chiamate “Uomini” e “Donne”) conteneva cabine che probabilmente potevano servire come riparo temporaneo per i terrestri mentre depositavano i loro escrementi».

Ma restano molte domande irrisolte e… Szilard si diverte. Cosa significa la scritta «libero» all’ingresso di queste cabine? Perché si aprono solo con un gettone? E perché analoghi congegni nelle case non hanno il meccanismo apribile con un dischetto e la scritta «libero»? Cos’abbia a vedere la libertà con gli escrementi è un quesito che appassiona questi scienziati alieni. Così “saggi” da non credere che i terrestri possano essersi auto-distrutti con l’uranio.

Di paradossi e provocazioni simili (magari a ruoli rovesciati, cioè con i terrestri nella parte degli alieni che indagano) è piena la fantascienza. Chi è appassionato del genere ricorderà quantomeno il racconto «Mai toccato da mani umane» del caustico Robert Sheckley, il romanzo «Picnic sul ciglio della strada» dei fratelli Strugackij (trasposto al cinema da Andrej Tarkovskij come «Stalker») o lo sconcertante (soprattutto nel finale) «Incontro con Rama» dell’altro scienziato-scrittore Arthur C. Clarke.

Ma qui ci interessa l’alieno sociale che, anche nella metafora fantascientifica, a volte somiglia al nostro: questione di classe dunque.

Chi si rifà in qualche modo al pensiero di Marx già saprà che, per i borghesi, alieni sono i proletari e viceversa. E per quanto i rapporti (di potere) fra le classi cambino il capitalismo inevitabilmente fabbrica alieni. Nel 1982 Andrè Gorz ricorda – in «Addio al proletariato» – che già Adam Smith annotava che «molti padroni di fabbriche preferiscono impiegare operai “mezzi idioti”» e che poi Marx «descriverà il lavoro operaio, sia nelle manifatturiere che nelle cosiddette fabbriche automatiche, come una mutilazione delle facoltà intellettuali e corporali degli operai». E Gorz riassume: «La fabbrica produce “mostri”». Alieni. O umani mutanti direbbe qualche scrittore-scrittrice di science fiction.

Crumiro

Qui ci interessa la fantascienza che ha al suo centro l’alieno sociale dunque diverso, incomprensibile, “non umano” per ragioni di classe o per un particolare lavoro.

Un buon esempio è il racconto «Crumiro» (del 1957) di Isaac Asimov che vedremo in dettaglio.

Steven Lamorak è un sociologo terrestre che visita Altrovia, un planetoide terrestre, fuori dal sistema solare, con un diametro di un centinaio di miglia, patria di una colonia umana, formata da trentamila persone. Capiremo poi che qui si è sviluppato un rigido sistema di caste dove ogni lavoro è limitato a un particolare insieme di famiglie.

Il consigliere Blei spiega a Lamorak: «Dobbiamo rimettere tutto in circolo (…) i rifiuti di ogni genere devono essere ritrasformati in materia prima». Blei sembra imbarazzato e reticente però accetta di parlare del sistema di caste: «ogni uomo, donna o bambino sa qual è il suo posto».

Dopo il colloquio e la promessa di poter visitare il giorno dopo il pianetino, Lamorak sfoglia il giornale locale. Nulla di interessante salvo un articolo che gli risulta incomprensibile. «Sotto il titolo RICHIESTE IMMUTATE si leggeva: “Non vi è stato alcun cambiamento nel suo atteggiamento di ieri. Il Consigliere Capo, dopo un secondo colloquio, ha annunciato che le sue richieste continuano a essere irragionevoli e che non possono essere soddisfatte per nessuna ragione al mondo” (…) Lamorak rilesse l’articolo tre volte: il “suo” atteggiamento, le “sue richieste” (…). Di chi? Dormì malissimo quella notte».

Nei giorni successivi Lamorak costringe Blei a dirgli la verità. «Igor Ragusnik è l’uomo che si occupa dei processi industriali direttamente connessi ai rifiuti (…) ma noi non possiamo parlare con lui». E ora Ragusnik «pretende uguaglianza sociale. Vuole che i suoi figli si mescolino ai nostri». E minaccia di scioperare.

Blei dice a Lamorak: «come terrestre immagino che lei non possa capire». E lui risponde: «come sociologo penso di sì» e «pensa agli intoccabili dell’antica India, a coloro che maneggiavano i cadaveri, ai guardiani di porci nell’antica Giudea» ma anche ai tabù terrestri, altrettanto forti: «il cannibalismo, l’incesto, la bestemmia sulle labbra di un uomo devoto».

Se Ragusnik continuerà lo sciopero, il sistema di smaltimento rifiuti si bloccherà e l’intera colonia morirà a causa delle malattie. Lamorak chiede di parlare con Ragusnik…. per video-telefono; di persona non è possibile.

Il dialogo è difficile. Lamorak ha di fronte un uomo disperato:

«perché dobbiamo vivere in isolamento come se fossimo mostri? (…) Non mi arrenderò. Muoia pure d’infezione tutta Altrovia, compresi me e i miei figli ma non cederò».

Lamorak capisce che nessuna delle due parti è disposta a cercare compromessi. E annuncia: «Lo sostituirò io» pur sapendo che sta «tradendo un uomo brutalmente sfruttato».

Non dirò come finisce il racconto. Se volete leggerlo lo trovate, fra l’altro, nell’antologia di Asimov pubblicata (nel 1987 dalla Nord) con il titolo «Le migliori opere di fantascienza». Nell’introdurre il racconto, Asimov scrive: «Credo che questo sia un racconto importante (…) invece precipitò nella più totale indifferenza». Beata ingenuità: il pur saggissimo Isaac sembra incapace di vedere che non si tratta solo di una metafora della condizione dei “negri” negli Stati Uniti di allora ma più in generale di svelare la rigida divisione in classi della società.

Molte altre suggestioni, visioni e metafore sociali dell’alienità sociale potrebbero essere raccontate. Non c’è qui lo spazio necessario. Chi deciderà di proseguire questo cammino si confronti soprattutto con James Ballard, John Brunner, Damon Knight, il tedesco Joachim Zelter (che in «La scuola dei disoccupati» ha immaginato una società-incubo che abbia come suo faro la costruzione del curriculum), di nuovo Le Guin e Sheckley e italiani: i due Vittorio (Catani e Curtoni), Valerio Evangelisti e magari Primo Levi che scrisse alcune storie di fantascienza che inizialmente il suo editore editò con uno pseudonimo con la curiosa giustificazione che uno scrittore così legato alla tragica realtà dei lager non avrebbe dovuto, con lo stesso nome, pubblicare storie di fantascienza.

Invece la buona fantascienza ha raccontato molto sulle oppressioni presenti e future aiutandoci a capire dove si annidano nuovi pericoli. Potremmo essere tutti alieni (alienati) in un certo tipo di mondo che si va costruendo. Ad affrontare questo tema – anzi a scardinarlo – è Frederik Pohl, uno degli autori fantascientifici più importanti, sin dagli anni ’50.

Incatenati al 15 giugno

Vediamo, in estrema sintesi, «Il tunnel sotto il mondo», lungo racconto che Pohl scrisse nel 1954.

«La mattina del 15 giugno, Guy Burchardt si svegliò da un sogno. Gridava».

20febbc-round-divertenti-azionePoco dopo Guy si rassicura: tutto è a posto, era solo un incubo. Per strada nota qualcosa di strano: una pubblicità più aggressiva del solito. Poca roba in fondo. E’ insolito che il suo capo non sia in ufficio visto che il 15 giugno «è il giorno della denuncia fiscale per il trimestre». Guy potrebbe andare a cercarlo in fabbrica ma non gli garba perché in una precedente visita era rimasto abbastanza scosso: «non c’era un’anima, soltanto le macchine».

Quel giorno continua ad andare in modo “sbagliato”: piccole cose fuori posto e, sulla strada del ritorno, altoparlanti minacciosi che urlano ossessivamente frasi del tipo: «Hai già un frigorifero. Puzza! Se non è un frigorifero Feckle, puzza. […] Sai chi ha i frigoriferi Ajax? Gli invertiti hanno i frigoriferi Ajax. Sai chi ha i frigoriferi Triplecod? I comunisti hanno i frigoriferi Triplecod. […] Vuoi mangiare cibo andato a male? O vuoi farti furbo e comperare un Feckle, Feckle, Feckle».

Anche a casa sua Guy troverà stranezze, illogicità. Va a dormire perplesso. La mattina dopo apprende – dal giornale e dalla radio – con stupore che non è il previsto 16 giugno ma sempre il 15. Guy sta impazzendo?

Il racconto ha una svolta quando (con l’aiuto di un certo Swanson) il protagonista scopre che sotto la città corre un tunnel. Qualcuno sembra seguirli. «Russi? Marziani? Qualunque cosa fossero che cosa potevano sperare di guadagnare da quella pazzesca carnevalata?».

La verità è a un passo: «Non sono russi e non sono marziani. Quella gente sono uomini della pubblicità. In qualche modo si sono impadroniti della città […] ci hanno catturato tutti, 20 o 30mila persone e ci tengono sotto il loro controllo».

L’eterno 15 giugno è un grande esperimento sociale per testare nuovi prodotti. Il racconto di Pohl ha in serbo altre tremende sorprese ma, per il discorso che qui si va facendo, basta così. La dittatura di Pol Spot nel 1954 era di là da venire ma oggi è nelle pieghe del mondo reale. Guy è un uomo qualunque che si crede strano o impazzito (due varianti dell’alieno): in realtà è una marionetta. Non c’è forse peggiore alienità della impossibilità di gestire la propria vita.

E se sotto quei circuiti….

Anche i robot e gli androidi in molte storie fantascientifiche sono, con ogni evidenza, metafora del diverso – razziale o sociale – in cerca di integrazione. Se il termine androide vi lascia perplessi chiarisco subito: nella science fiction si intende una creatura artificiale che, a differenza del robot, è costituita di protoplasma e comunque non ha una prevalenza di parti meccaniche.

Anche se non c’è qui spazio per approfondire ulteriormente, qualche esempio di alieno “social-robotico” può aiutarci.

Uno dei romanzi più espliciti dove gli androidi sono a caccia dei “diritti civili” è il complesso romanzo (del 1951) «Oltre l’invisibile» di Clifford Simak.

Lo stesso Simak scava sul tema in alcuni racconti. «Ora tocca a noi» a esempio è la minuziosa cronaca del procedimento giudiziario nel quale i robot ottengono il diritto a «non essere più servi di nessuno».

Con «Il peggiore esempio» Simak azzarda un’amara riflessione. Incontriamo Tobias, la disgrazia della città, vergogna pubblica, appunto «il peggior esempio, da non imitare mai». Un giorno però Tobias dimentica di barcollare e sta per tradirsi.

«Lui doveva essere accettato come un umano Come vagabondo, ubriacone umano lui era uno scudo. Come robot, uno sporco robot ubriacone buono a nulla, non sarebbe contato nulla. Così nessuno sapeva».

A sostenere l’inganno esiste persino una tassa (del quale tutti ignorano la vera destinazione) pagata alla Samru cioè «Società per l’Avanzamento e il Miglioramento della Razza Umana». Il nome è con ogni evidenza simile a quello della Naacp (cioè National Association for the Advancement of Colored People) che nell’epoca in cui il racconto fu scritto si batteva – i risultati erano lontani da venire – per i diritti civili degli afroamericani.

Sarà poi Isaac Asimov a completare il discorso dei robot in cerca dei diritti civili nel famoso racconto (in realtà un romanzo breve) «L’uomo bi-centenario». Chi non lo conoscesse ne trova una sintesi nel citato dossier che ho curato per «Accaparlante» nel 2001.

A dar man forte all’ala più iconoclasta della fantascienza in quel periodo arriva, come si è già detto, Philip Dick. A proposito di creature artificiali e di metafore, nel racconto «Impostore» (del 1953) il protagonista viene accusato di essere un robot del nemico con una potente bomba incorporata. Lui fugge perché sa di essere innocente ed è con stupore pari al suo che, al termine del racconto, chi legge assisterà all’esplosione. Un tipico esempio del modo in cui Dick affronta la confusione fra vivente e meccanico, fra realtà e illusione, temi al centro di tutta la sua opera. Un tema sul quale torneremo più avanti.

Qualche accenno sull’alienità religiosa

Dallo spazio arrivano i protagonisti di «Alieno in croce», del 1978, scritto a quattro mani da Lester Del Rey e Raymond Jones. Il “prete” ufficiale della spedizione è Toreg. In apparenza è feroce oppositore di ogni eresia ma dentro aveva:

«come una ferita sanguinante la portava con sé, la nutriva, la combatteva e ne sopportava il dolore, perfino nelle lunghe preghiere che dedicava al Keelong a cui non credeva. Il peso restava; e cresceva la sua ferocia contro l’eresia. Nessuno sapeva che quella ferocia era diretta più contro se stesso che contro gli altri».

I protagonisti di questo bel romanzo sono di color verde pallido a scaglie sottili ma quando arrivano sulla Terra nessuno s’impressiona: infatti il pianeta è stato distrutto da un’ultima, terribile guerra. Nessun superstite. Pochi resti e difficilmente decifrabili.

Però sotto le macerie Toreg trova «due pezzi di legno uniti fra loro a forma di croce Non riuscì a trattenere un grido. Era la cosa più orribile che avesse visto in tutta la sua vita». Il sacerdote alieno s’interroga sulla misteriosa figura «torturata». Dopo lunghe ricerche, Toreg può dare un nome – Gesù di Nazareth – al crocefisso ma senza scoprire altro. Nel martirio di quell’«alieno in croce» sembra esserci più forza che nelle credenze Keelong. Potrebbe trattarsi solamente del fascino di una religione nuova e densa di misteri… o forse no. Il romanzo preferisce lasciarci nel dubbio. E’ un diverso – alieno appunto – sguardo sulla religione, sulla forza che potrebbe avere per diverse specie.

Si può provare a immaginare il rovescio di Toreg: come accoglieranno i non-umani il messaggio di redenzione dei terrestri? Ne ha scritto, fra gli altri , lo scrittore irlandese Clive Staples Lewis. Chiedendosi:

«I nostri futuri missionari se incontrassero una razza senza peccato sarebbero in grado di comprenderla? Non potrebbero giudicare peccato quelle differenze di comportamento che la storia biologica e spirituale di creature diverse giustificherebbe pienamente? 20febbd10687-alieno Dobbiamo fermamente opporci a ogni sfruttamento teologico».

E’ un quesito che tornerà, con forza inaudita, soprattutto in un romanzo di James Blish che esamineremo fra poco.

Tradizionale nello schema post-catastrofe ma straordinario per invenzioni, ritmo, scrittura – e anche per offrirci un po’ di speranza rispetto agli alieni fra noi – è il romanzo «I trasfigurati» di John Wyndham del 1955. Siamo proiettati subito in una società post catastrofe atomica succube del fanatismo religioso e che riconosce nei mutanti i segni della persistente collera divina. Le parole para-bibliche «solo l’immagine di Dio è il vero uomo» servono a giustificare persino il rogo o l’esilio perpetuo di una bimba colpevole di avere 6 dita in un piede. Gli squarci di intolleranza descritti da Wyndham si mescolano alla fiducia nell’umanità, all’idea che essa possa rinascere come una farfalla dal bruco (proprio «Re-birth» o «The Chrysalids» sono i titoli con cui il libro è circolato in altri Paesi) e che le mutazioni potrebbero rivelarsi anche uno sviluppo positivo o il disvelamento di potenzialità latenti. Forse ci sono alieni che stanno nascendo dietro di noi (non necessariamente a seguito di catastrofi o radiazioni) e comunque difficile credere a un dio che misura l’umanità come avrebbe potuto fare un Cesare Lombroso.

L’intreccio fra alienità e religione trova uno dei suoi apici in un romanzo che, pur scritto nel lontanissimo 1958, resta alla memoria: «Guerra al grande nulla» di James Blish.

Quattro scienziati terrestri, fra cui un gesuita peruviano, arrivano sul pianeta Lithia dove gli abitanti ignorano cosa sia il male. Se i lithiani non conoscono peccato e dunque mancano di Dio – si chiede il tormentato gesuita – essi sono forse un’utopia di Satana? A questo punto l’intreccio, anche teologico, si complica assai: Egtverchi, «l’unico rettile dell’universo con genitori mammiferi», arrivato sulla Terra, mostra grande abilità nell’usare e/o scombussolare i mass media.

«Commentatore ormai di notizie alla tv, Egtverchi era il primo oratore televisivo che avesse un pubblico composto per metà di intellettuali disingannati e per metà di bambini entusiasti. Era un fenomeno senza precedenti».

Il successo di Egtverchi è tale che può persino invitare il pubblico a «inviare lettere anonime ingiuriose alla ditta che paga le sue trasmissioni». Forse accadrà il peggio se il gesuita non fermerà questo demonio/non demonio… ma come si conclude la vicenda dovrete scoprirlo da soli, recuperando il libro in qualche biblioteca.

Altri alieni “religiosamente” inquietanti in «Le guide del tramonto» di Clarke, che hanno una piccola differenza biologica come si è accennato.

Il libro risente dell’età (uscì nel 1954) soprattutto nella seconda parte ma l’inizio e la studiata preparazione al colpo di scena alien-teologico restano godibilissimi anche oggi. In sintesi: stavolta i potentissimi alieni sono venuti in pace, portano una fruttuosa collaborazione. Ma allora perché trattano solo con le Nazioni Unite, perché non si mostrano? Passano gli anni: finiti i sospetti e congiure, i terrestri appariranno rassicurati: così i “buoni alieni” potranno comparire in pubblico… con le due corna sulla testa e la coda ma senza impressionare più di tanto. Tutte le calunnie venivano da una precedente visita troppo prematura, sostiene Clarke.

Abbandoniamo a malincuore il segmento dell’alienità religiosa e avviamoci verso le conclusioni.

CONTINUA E FINISCE LUNEDI’ 28 GENNAIO

(*) «HP-Accaparlante» è la rivista del Centro Documentazione Handicap di Bologna, edita dal Centro Studi Erickson di Trento. Esiste ormai da quasi 30 anni, ed è un riferimento essenziale per chiunque si muova intorno agli intrecci e alle trappole della normalità e della diversità. Già una dozzina di anni fa avevo avuto il piacere di scrivere per loro, in pratica raccontando il rovescio di questo «Alieno è…» che infatti si intitolava (alla Philip Dick) «Umano è…». Aggiungo che mi farebbe molto piacere presentare in giro questo saggetto – biblioteche? librerie? associazioni? centri sociali? cunicoli e gallerie? – e dunque chi è interessata/o mi contatti. (db)

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