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24 marzo 2013 / miglieruolo

LO SPIAGGIAIOLO di Mike Resnick

Mike Resnick

LO SPIAGGIAIOLO
BEACHCOMBER copyright © 1980 by Mike Resnick
Traduzione dall’inglese di Luigi Petruzzelli © 2007-2013
Prima pubblicazione italiana nel volume Uomini e alieni ‒ La Botte Piccola n. 1, Edizioni Della Vigna, 2007
Pubblicato sul blog https://miglieruolo.wordpress.com/ per gentile concessione di autore ed editore.

Arlo non aveva un aspetto molto simile a quello di un essere umano; non tutti i robot lo hanno, si sa. Il fatto era che non si comportava neanche troppo da robot.
24marzoBottePiccola1-Resnick Il nocciolo del problema è che un giorno, proprio nel bel mezzo del suo lavoro, decise di piantarlo lì. Semplicemente si alzò, uscì dalla porta, e se ne andò. Qualcuno doveva averlo visto; è un po’ difficile nascondere quattrocento chili di ingranaggi. Ma evidentemente nessuno sapeva che si trattava di Arlo. Dopo tutto, non aveva lasciato la sua scrivania dal giorno in cui, dodici anni prima, lo avevano attivato.
Così la Compagnia si mise in contatto con me, il che è un eufemismo per dire che mi svegliarono nel bel mezzo della notte, mi diedero tre minuti per vestirmi, e mi fecero precipitare in ufficio. Non posso dire che li biasimo davvero per questo: quando ti serve un capro espiatorio, il capo della sicurezza è un tizio proprio comodo da avere a portata di mano.
Comunque, era un momento di panico. Sembra che nessun robot fosse mai fuggito prima. E Arlo non era un robot qualunque: era un affare da dodici milioni di dollari, completo di quasi tutti gli aggeggi che possa avere una macchina, a parte delle ruote con i cerchioni bianchi, come quelli di certe auto d’epoca. E non ero neanche troppo sicuro delle ruote: evidentemente era sgusciato fuori vista abbastanza in fretta.
Così, dopo essermi umiliato un po’ e aver fatto ogni genere di promessa ottimistica al Consiglio, cominciai a effettuare qualche verifica su Arlo. Andai a trovare il suo progettista, poi andai al suo ufficio, e parlai persino con qualcuno dei suoi colleghi, sia umani sia robot.
E risultò che quel che Arlo faceva era vendere biglietti. Non mi sembrava un compito adatto a un robot da dodici milioni di dollari, ma presto mi dimostrarono che il mio punto di vista era sbagliato. Arlo come agente di viaggi era il massimo. Prenotava viaggi per il Sistema Solare, faceva entrare e uscire i suoi clienti dagli hotel di lusso di Ganimede, di Titano e della Luna, programmava il loro peso e il loro tempo fino all’ultimo grammo e all’ultimo secondo.
Ancora non mi sembrava tanto impressionante. I computer facevano cose del genere molto tempo prima che i robot saltassero fuori dalle pagine delle vecchie riviste di fantascienza ed entrassero nelle nostre vite.
«Vero,» disse il capoufficio. «Ma Arlo era un robot speciale. Prenotava più viaggi e sistemava più pianificazioni logistiche complesse di altri dieci robot messi insieme.»
«Gli avete dato degli aggeggi per pensare più complicati?» chiesi.
«Beh, anche quello,» fu la risposta. «Ma nel caso di Arlo abbiamo fatto qualcosa di diverso, mai compiuto prima.»
«E cioè?»
«Lo abbiamo programmato per l’entusiasmo.»
«E questo è qualcosa di speciale?» chiesi.
«Assolutamente. Quando Arlo parlava delle bellezze di Callisto, o delle fantastiche immagini prodotte dalla rifrazione della luce su Venere, lo faceva con una convinzione tanto intensa da essere quasi tangibile. Anche il tono della voce rifletteva il suo entusiasmo. Era uno di quei rari robot che sono in grado di modulare la propria voce, non aveva quel tono monotono, noioso e meccanico che così tanti di loro possiedono. Amava letteralmente quei mondi desolati, e il suo stato di servizio mostrerà che il suo modo di fare era contagioso.»
Ci pensai su per un minuto. «Così mi state dicendo che avete costruito un robot il cui unico stimolo è stato mandare della gente in giro a gustarsi tutti quei mondi, e lo avete tenuto inscatolato in un ufficio ventiquattr’ore al giorno fin dal secondo in cui lo avete acceso?»
«Esatto.»
«Non vi è mai venuto in mente che magari volesse vedere anche lui un po’ di quei paesaggi?»
«È del tutto possibile che lo volesse, ma lasciare il proprio posto sarebbe stato contrario ai suoi ordini.»
«Sì,» dissi. «Beh, qualche volta un po’ di entusiasmo può far andare lontano.»
Lo negò con veemenza, e io mi intrattenni ancora nel suo ufficio per il tempo sufficiente a calmarlo. Poi me ne andai e mi misi al lavoro. Controllai ogni volo spaziale in partenza, e feci controllare dagli impiegati della Compagnia le più lussuose località di villeggiatura. Non era lì.
Così provai un po’ più vicino a casa: Monte Carlo, New Vegas, Alpine City. Non ebbi fortuna. Provai anche in un paio di teatri della zona specializzati in racconti di viaggio tridimensionali.
Sapete dove riuscii a trovarlo alla fine?
Piantato nella sabbia a Coney Island. Immagino che se ne fosse andato a spasso lungo la spiaggia durante la notte e che la marea l’avesse sorpreso e fosse semplicemente sprofondato, con tutti i suoi quattrocento chili. Dei ragazzi avevano dipinto dei disegni osceni sulla sua schiena, e lui se ne stava lì, circondato da lattine di birra vuote, frammenti di vetro e qualche pesce morto. Lo osservai qualche istante, poi scossi il capo e mi incamminai.
«Immaginavo che mi avresti trovato prima o poi,» disse, e anche se sapevo cosa aspettarmi, reagii in ritardo al suono di quella voce terribilmente infelice che proveniva da un’enorme massa di ingranaggi e meccanismi.
«Beh, devi ammettere che non è troppo difficile scorgere un robot su una spiaggia inagibile,» osservai.
«Suppongo che adesso dovrò ritornare,» disse Arlo.
«Esatto,» confermai.
«Almeno ho sentito la sabbia sotto i miei piedi,» commentò Arlo.
«Arlo, tu non hai piedi,» puntualizzai. «E se anche li avessi, non potresti sentire la sabbia sotto. E poi, sono solo silicio e frammenti di calcare e…»
«È sabbia ed è bella!» scattò Arlo.
«Va bene, come vuoi: è bella.» Mi inginocchiai accanto a lui e cominciai a rimuovere la sabbia.
«Guarda il sole che sorge,» disse con voce pensosa. «È splendido!»
Guardai. Un’alba è un’alba. Bella roba.
«Ce n’è abbastanza da piangere lacrime di gioia,» proseguì Arlo.
«Non hai occhi,» gli feci notare, continuando a darmi da fare per smuovere la sabbia. «Hai delle fotocellule prismatiche che trasmettono un’immagine al tuo processore centrale. E comunque non puoi piangere. Se fossi in te, mi preoccuperei di più della ruggine.»
24marzo-resnick2 «Un paese delle meraviglie dipinto a pastello,» disse, girando quella che si poteva considerare la sua testa e contemplando la spiaggia deserta, oltre i chioschi marci e i pontili rotti. «Splendido!»
Vi dà un po’ da pensare sui robot, ve lo dico io. Comunque, facendo leva alla fine riuscii a tirarlo fuori e gli ordinai di seguirmi.
«Per favore,» chiese con quella sua maledetta voce, «non potrei avere ancora un minuto prima che tu mi chiuda nel mio ufficio?»
Lo fissai, cercando di decidermi.
«Un’ultima occhiata. Per favore?»
Alzai le spalle, gli lasciai una trentina di secondi, e poi lo rimorchiai.
«Sai cosa ti accadrà adesso, no?» dissi mentre tornavamo all’ufficio.
«Sì,» confermò. «Mi installeranno una direttiva di obbedienza più forte, vero?»
Annuii. «Come minimo.»
«I miei banchi di memoria!» esclamò, e ancora una volta sobbalzai al suono di una voce umana proveniente da una scatola di ingranaggi animata. «Non mi strapperanno questa esperienza, vero?»
«Non lo so, Arlo,» dissi.
«Non possono!» gemette. «Vedere tanta bellezza, e poi vederla rimuovere… cancellare!»
«Beh, vorranno essere sicuri che non ti assenti più senza permesso,» dissi, chiedendomi che genere di rottame folle potesse trovare qualcosa di bello in una striscia di terra piena di spazzatura.
«Puoi intercedere per me se prometto di non andarmene più?»
Ogni robot in grado di disobbedire a una direttiva può disobbedire ad altre, per esempio a quella di non assalire esseri umani, e Arlo era una macchina dotata di notevole forza fisica, così sfoderai il mio sorriso più paterno e dissi: «Certo che sì, Arlo. Ci puoi contare.»
Così lo restituii alla Compagnia, e loro aumentarono il suo senso del dovere, rimossero il suo entusiasmo, gli diedero un carattere agorafobico e ripulirono i suoi banchi di memoria; e ora se ne sta seduto nel suo ufficio e parla ai clienti senza inflessioni, e vende un po’ meno biglietti di prima.
E più o meno ogni paio di mesi io passeggio per la spiaggia e ci cammino su e giù e cerco di vedere ciò che aveva indotto Arlo a sacrificare la sua personalità e la sua sicurezza e quasi tutto il dannato resto, solo per dare una fugace occhiata a tutto questo.
E vedo un tramonto come ogni altro tramonto, e una striscia di sabbia sporca piena di vetri e lattine, di alghe e di sassi, e respiro l’aria inquinata, e qualche volta mi prendo un acquazzone; e penso a quel maledetto robot in quell’ufficio elegante con quell’impiego di tutto riposo, con tutte le sue necessità soddisfatte, e decido che farei cambio con lui in meno di due secondi.
Ho visto Arlo proprio l’altro giorno, avevo dei lavori da sbrigare al suo piano, ed è stato un po’ triste. Sembrava proprio un robot qualsiasi, parlava monotono e rigido, si comportava esattamente come un computer animato. Non era granché prima, ma qualunque cosa fosse stato, l’aveva gettata via solo per vedere il cielo una volta o due. Uno scambio stupido.
Beh, comunque non sono mai riuscito a capire molto i robot.
******
Michael Diamond Resnick (Chicago, 5 marzo 1942) è un autore di fantascienza statunitense.

Ha iniziato la sua attività di scrittore molto presto arrivando a pubblicare il suo primo romanzo a 20 anni. Ha vinto ben cinque premi Hugo, un Nebula. È un autore molto prolifico con circa duecento racconti e oltre cinquanta romanzi al suo attivo.

Resnick ha frequentato la University of Chicago dal 1959 al 1961 dove ha incontrato la sua futura moglie, Carol.
(Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Mike_Resnick
*****
L’ottimo libro da cui il racconto è tratto è ancora disponibile presso l’editore. Per l’eventuale acquisto andare all’indirizzo:
http://www.edizionidellavigna.it/collane/LBP/001/LBP001.htm

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Resnick ha un suo sito, per chi volesse contattarlo eccolo:
http://mikeresnick.com/

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