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28 Mag 2013 / miglieruolo

Marx contro Marx 2

Quello che qui sotto presento è la seconda parte di un articolo di Maria Turchetto che tratta un aspetto importante della riflessione althusseriana sull’opera di Carlo Marx (che cosa ha effettivamente prodotto il pensiero di K. Marx?).

Riflessione quest’ultima che valutata nei suoi vari aspetti, risulta cruciale: l’insieme dei concetti elaborati da 1CopArtTurchettoRAlthusser, a partire da Leggere il Capitale e Per Marx, testi che tanta fortuna hanno avuto, per arrivare alle acquisizioni sul “materialismo aleatorio” degli ultimi anni della vita, modificano radicalmente le letture classiche del marxismo terzointernazionalista; e pone le basi per l’elaborazione del marxismo del XXI secolo. Un marxismo capace ormai di affrontare criticamente anche l’opera del fondatore; e nel quale sono diventati residuali le letture storiciste e economiciste, ma sopratutto quelle deterministiche che hanno caratterizzato anche le posizioni antistaliniste del Novecento.

La scelta di presentare la sottolineatura dell’opera di Althusser per mezzo di uno scritto breve, ma prezioso, di Maria Turchetto è dovuto al linguaggio che l’epistemologa normalmente utilizza; un linguaggio che, pur scientificamente appropriato, risulta comprensibile anche per chi, come il sottoscritto, non è in possesso di specifiche competenze in materia: è sufficiente la sola volontà di riflettere sulle frasi e sui concetti esposti per arrivare a avere ragione delle difficoltà inerenti a un pensiero (quello di Althusser) che per la sua novità può indurre a qualche timore in proposito. Valuto questa scelta di dare accessibilità ai propri lavori merito non secondario di Maria Turchetto.

2RetrocopArtTurchettoR

La quale riassume con l’abituale chiarezza l’opera di Althusser nel modo che segue:

la lettura althusseriana ci consegna un Marx non solo liberato dall’interpretazione ortodossa ma decisamente all’altezza dei tempi. L’operazione di Althusser, d’altra parte, non è indolore: fa violenza allo stesso Marx in quanto gioca una parte di Marx contro lo stesso Marx.

Era ora, non solo per noi, ma per Marx medesimo, che un tale gioco venisse giocato.

Mauro Antonio Miglieruolo

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Maria Turchetto è docente presso il Dipartimento di Filosofia e Beni culturali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia; dal 1995 segue le attività dell’Associazione Louis Althusser, che cura la pubblicazione delle opere di Althusser e su Althusser in Italia. Associzione il cui indirizzo è: http://www.mercatiesplosivi.com/althusser/

Dirige l’“Ateo”, periodico dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, vedi: http://www.uaar.it/uaar/ateo/

Due interviste a M. Turchetto possono essere lette ai seguenti indirizzi:

http://www.centroriformastato.it/crs/Testi/interviste/Marx/Turchetto.html

http://www.adolgiso.it/enterprise/maria_turchetto.asp

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L’articolo è tratto da “Althusseriana Quaderni”, Giornate di Studio dul pensiero di Louis Althusser – Venezia 2004, pag. 117-126

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FilosofiaSpontanea-DedonatoR

Che cosa significa “scienza della storia”?

di

Maria Turchetto (2)

2. La biologia diventa scienza

Secondo Monod, la biologia diventa scienza quando accetta il “postu­lato di oggettività”, cioè cessa di interpretare i fenomeni in termini di cau­se finali:

La pietra angolare del metodo scientifico è il postulato dell’oggettività della natura, vale a dire il rifiuto sistematico a considerare la possibilità di perve­nire a una conoscenza “vera” mediante qualsiasi interpretazione dei fenomeni in termini di cause finali, cioè di “progetto”[1].

Questo postulato, introdotto in fisica da Galileo e Cartesio con il prin­cipio di inerzia, si è affermato molto più tardi nel campo della biologia a causa del carattere evidentemente teleonomico degli esseri viventi, “og­getti dotati di progetto”. E stato Darwin, secondo Monod, a introdurre il postulato di oggettività in biologia – altre impostazioni evoluzionistiche avevano invece accentuato le idee provvidenzialistiche in questa discipli­na – con un’operazione teorica che viene definita «preordinare l’emergen­za alla teleonomia»: la teleonomia[2] (cioè il comportamento finalizzato alla sopravvivenza e alla riproduzione che riscontriamo come proprietà dei sistemi viventi) è il risultato di una certa organizzazione della materia la cui genesi è casuale, cioè non prevedibile, non deducibile a priori. Mo­nod precisa a questo proposito:
IMarxistinonParlanomaialVentoR
Non vorrei essere frainteso: affermando che gli esseri viventi, in quanto classe, non sono prevedibili sulla base dei primi principi, non intendo affatto insinuare che essi non sono spiegabili con tali principi, che li trascendono in qualche modo e che è necessario trovarne altri, applicabili solo ad essi. Se­condo me la biosfera è imprevedibile né più né meno della particolare confi­gurazione di atomi che costituiscono il sasso che tengo in mano. Nessuno rimprovererebbe a una teoria universale di non affermare e prevedere l’esi­stenza di quella particolare configurazione atomica; basta che quell’oggetto attuale, unico e reale, sia compatibile con la teoria. Secondo quest’ultima esso non ha il dovere ma il diritto di esistere[3].

Nella sua lezione, Althusser osserva che, in realtà, le operazioni teori­che che, introducendo il “postulato di oggettività”[4], consegnano la biolo­gia alla scienza sono due, e non una soltanto. Precisamente, «preordinare l’emergenza alla teleonomia» è la seconda mossa teorica: prima è neces­sario definire la stessa teleonomia in termini di sistema vivente (anziché, ad esempio, in termini di «materia vivente»), cioè definire la “vita” co­me l’effetto di una struttura, come proprietà che emerge da una certa or­ganizzazione della materia – la stessa materia di cui si occupa la fisica.
IMarxistinonParlanomaialVentoRetrocopR
Althusser nota con grande finezza – la sua capacità di lettura è come sempre eccezionale – un problema terminologico presente nel testo di Monod: il medesimo termine “emergenza” viene impiegato per designare entrambe le mosse teoriche in questione.

Monod fornisce una definizione di emergenza che contiene di fatto due de­finizioni molto differenti l’una dall’altra […]. Cito: “L’emergenza è la pro­prietà di riprodurre e moltiplicare le strutture ordinate altamente complesse, e di permettere la creazione evolutiva di strutture di crescente complessità”. Sa­rebbe appassionante analizzare da vicino questa formula, molto ben ponderata ma zoppicante. Poiché contiene due definizioni differenti […]. L’emergenza è una doppia proprietà: di riproduzione e di creazione […]. La parolina e che le­ga in Monod la riproduzione e la creazione rischia di confondere le due realtà; in ogni caso le giustappone.
LeggereCapitale-mimesisR
In un primo significato, dunque, il termine “emergenza” indica la “pro­prietà di riproduzione”, cioè la proprietà di un sistema (o di una struttura) in quanto diversa dalle proprietà degli elementi che lo compongono: indica quell’organizzazione – vale a dire quella struttura di relazioni – della mate-ria da cui “emerge” la proprietà “vita”, ossia «la proprietà di riprodurre e moltiplicare strutture ordinate e altamente complesse»[5]. In un secondo si­gnificato, il termine “emergenza” indica la “proprietà di creazione”, ossia la genesi di diverse strutture viventi, l’«apparizione di strutture primarie dotate del potere di autoriproduzione» e «l’evoluzione […] di strutture complesse a partire da forme più semplici»: genesi che è casuale, cioè è un evento non prevedibile. Il primo significato corrisponde a quella che ho definito “prima mossa teorica”: definire la “vita” come effetto di una strut­tura. Il secondo, alla “seconda mossa teorica”: «preordinare l’emergenza alla teleonomia», come dice Monod; stabilire «il primato dell’incontro sulla forma», come ha detto Vittorio Morfino nel suo intervento.
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Parlo di “prima” e “seconda” mossa teorica con riferimento all’ordine mentale delle operazioni concettuali. Se infatti diciamo che il caso crea la vita, e intendiamo per vita qualcosa di ontologicamente diverso e irriduci­bile al mondo non vivo, inorganico, rimaniamo prigionieri di quello che Monod definisce un «vitalismo metafisico», fuori dall”`oggettività scien­tifica”. È dunque anzitutto indispensabile una definizione “materialista” – direbbe Althusser – della vita come struttura, per poterne pensare l’origine in modo non teleologico, al di fuori di qualsiasi provvidenzialismo. In altre parole, la “seconda mossa” evita quel che Monod, in Il caso e la necessità, definisce “animismo”, cioè la proiezione di un principio teleologico sul-l’intera natura[6]. La “prima mossa” evita invece il “vitalismo”, che Monod definisce in un modo a mio avviso non del tutto soddisfacente come am­missione di «un principio teleonomico i cui interventi si presuppongono e­spressamente limitati all’ambito della biosfera, cioè all’ambito della “ma­teria vivente”». In realtà, se guardiamo al dibattito “classico” sul vitali­smo della seconda metà dell’Ottocento – se guardiamo a Helmholtz, a Vir­chow, a Lotze – ciò che gli “antivitalisti” rifiutano è piuttosto la posizione di un dualismo di principio tra materia inanimata e materia vivente.
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Rispetto a Monod, Althusser individua dunque più perspicuamente due mosse fondative dell’oggettività scientifica: in primo luogo, il rifiuto di definizioni che introducano dualismi di principio; in secondo luogo, il ri­fiuto di spiegazioni in termini di cause finali. Definisce la prima “mate­rialismo”[7] e la seconda “dialettica” – col risultato di dare al Monod che espone l’impianto scientifico della biologia moderna del “materialista dialettico”[8] e di offenderlo a morte: Monod pensa subito a Lysenko e al DIAMAT, che considera la forma più perniciosa di “animismo” del suo tempo. Ne Il caso e la necessità rivendicherà a se stesso e alla biologia moderna un “determinismo” assolutamente «inconciliabile con i principi dialettici» e riserverà ad Althusser un acido commento[9].

[1] Monod, Il caso e la necessità, Mondadori, Milano, 1997, p. 25.

[2] «La teleonomia è il termine che si può impiegare se, per pudore oggettivo, si preferisce evitare il termine “finalità”» (J. Monod, Lezione inaugurale, cit., p. 174).

[3] J. Monod, Il caso e la necessità, cit., pp. 43-44.

[4] Althusser in realtà non usa l’espressione “postulato di oggettività” impiegata da Monod, ma parla di materialismo (“spontaneo”) della posizione di Monod in quanto scienziato-biologo; cfr. L. Althusser, Filosofia e filosofia spontanea degli scienziati, cit., p. 110 e ss.

[5] J. Monod, Lezione inaugurale, cit., p. 174.

[6] «L’atteggiamento fondamentale dell’animismo (così come intendo definirlo qui) consiste nel proiettare nella natura inanimata la coscienza che l’uomo possiede del funzionamento intensamente teleonomico del proprio sistema nervoso centrale» (Monod, Il Caso e la necessità, pag 32).

[7] Cfr. L. Althusser, Filosofia e filosofia spontanea degli scienziati, cit., p. 110.

[8] Negli scritti degli anni ’80 Althusser abbandonerà del tutto il termine “dialettica” e “materialismo dialettico”, per introdurre quello di “materialismo aleatorio”.

[9] Cfr. J. Monod, Il caso e la necessità, cit., p. 41. Così, se nella lezione inaugurale aveva riservato a Engels solo una battuta (cfr. J. Monod, Lezione inaugurale, cit., p. 175), ne Il caso e la necessità avrà cura di argomentare per esteso una condanna senza appello del materialismo dialettico. Su questa sostanziale “incomprensione”, da parte di Monod, del testo althusseriano rinvio al mio “Althusser e Monod: una ‘nuova alleanza’?”, cit.
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La terza parte la troverete domani, 29 maggio. La prima è di ieri, 28 maggio.

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