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22 settembre 2013 / miglieruolo

Un parlamento in cui succede di tutto

Salvo quel che dovrebbe succedere: varare provvedimenti in linea con gli interessi degli elettori, i quali assistono sgomenti al quotidiano avverarsi del contrario.
Di Mauro Antonio Miglieruolo
***
Succede di tutto nel nostro parlamento. Succede ad esempio che trascorrano mesi prima che si prenda atto, come previsto dalla legge, della decadenza di un senatore eccellente;

e accade che a un deputato possa essere tolta la parola perché osa criticare un altro personaggio eccellente, Giorgio Napolitano.
Non si tratta, nel caso di cui parlo, dei soliti – legittimissimi – limiti accettabili e in larga parte condivisi dalla popolazione (non dai politici e dagli elettori del PDL: non da tutti) che riguardano l’insulto, l’apologia dei reati o l’incitamento all’odio razziale, ma di uno sbarramento massiccio eretto per preservare il Capo dello Stato da ogni possibile sollevare di ciglia. Un po’ com’era duecento anni fa, quando bastava un nulla per incappare nel reato di lesa maestà e finire sulla forca.
Si tratta invece della manifestazione dello sconcerto da parte di un deputato del Movimento 5 Stelle, Carlo Sibilia, al quale il Presidente di turno della Camera, Marina Sereni del PD, ha tolto la parola in quanto “gli atti e le scelte del presidente della Repubblica” non sarebbero sindacabili dal parlamento. Che Sibilia pertanto “i suoi commenti li faccia da un’altra parte”. Ora a parte che commentare non è sindacare, per quel che io so la salvaguardia è relativa alla sola responsabilità personale sugli atti svolti nell’esercizio delle sue funzioni, non certo l’esclusione di ogni possibilità di critica o sollevare dubbi sulla loro validità. Solo un’allegra interpretazione delle norme può autorizzare una Marina Sereni a censurare un membro del parlamento, invitandolo per di più a commentare altrove. Siamo alle solite, si dilata progressivamente l’interpretazione di una legge, in questo caso una norma costituzionale, fino al punto di stravolgerla.
Preciso che nel suo discorso di Carlo Sibilia si limitava a esternare una perplessità che era ed è di molti, anche se non è, a quanto pare, del Presidente di turno della Camera. La quale evidentemente considera ciò che le spiace anche illegittimo.
Riporto la frase incriminata: “Non possiamo credere che Giorgio Napolitano abbia nominato Amato a giudice della Corte costituzionale, anche se da un presidente votato da PD e PDL ci si può aspettare l’impossibile”.
Come è evidente si tratta di una normale espressione di dissenso interna all’ordinario diritto di critica, non certo un far carico del Presidente un illecito. Il Presidente della Repubblica non è un Dio irascibile del quale non si possa pronunciare invano il nome; o un Luigi XIV sovrano assoluto contro le cui decisioni non è ammesso riserva alcuna. È invece uno dei tanti politici che inquinano l’Italia (ammetto che non è tra i peggiori), contro il quale ha diritto di esprimere consenso o dissenso ogni italiano in genere e in particolare chi abbia avuto la ventura di sedere in parlamento proprio per poterlo fare.
Allora delle due cose l’una: o Marina Sereni ha commesso un abuso (essendo lei stessa Presidente, nel caso presidente della Camera, confido mi possa essere concesso avanzare questa ipotesi senza incorrere in una censura) e perciò quale ingenuo cittadino italiano non ancora sufficientemente bastonato è restato “uno che ancora ci crede”, m’aspetto che trovi il modo di riparare: quantomeno chiedendo scusa; oppure, dobbiamo ammettere, la tanta falsamente vantata (e tanto preziosa) libertà di parola non è affatto ampia quanto credevamo.
La mia opinione è che delle due ipotesi quella vera sia la prima (essendo la seconda fatta diventare vera a colpi di manganelli ideologici e materiali). Cioè che si sia trattato di un atto arbitrario commesso da un membro di un partito allo sbando che tende perciò a passare sopra a tutto, timoroso dei problemi, perché affrontare i problemi potrebbe ucciderlo. Un partito privo di linea, di omogeneità e di dirigenti degni di questo nome (se si pensa che l’unico spendibile sia uno come Renzi, ci si rende conto abbastanza bene dello stato di questo partito). Precisando però che si tratta di un arbitrio non è privo di motivazioni “politiche”. Questa censura di Marina Sereni è infatti piccola parte di una lunga serie di abusi commessi dal ceto politico (la loro specifica lunga marcia dentro la Costituzione per neutralizzarne le potenzialità democratiche e per arrivare a scavalcare la Costituzione reale, tramite una materiale costruita a loro immagine e somiglianza), il cui scopo è acquisire una la impunità dei politici. Per mezzo di vari artifici (leggi elettorali, depenalizzazione dei rati finanziari, accorciamento dei termini di prescrizione, limitazione della libertà di stampa, diffusione di fatuità culturali e di costume) essi si sono già in gran parte sottratti e ancor più intendono sottrarsi al controllo di magistrati, giornalisti e cittadini.
Berlusconi non è nato per caso o è esclusivamente il prodotto dei difetti nazionali. Berlusconi è il risultato di una lunga storia di autonomizzazione del ceto politico, atto a neutralizzare le possibilità di controllo degli elettori sugli eletti.
Questa storia ha assunto una forma specifica e singolare a partire dagli anni Novanta, con l’assunzione in prima persona di Berlusconi della responsabilità di portarla avanti; ed è oggi in grado di capitalizzare le malefatte di molti decenni di malgoverno in vista di un duplice obiettivo: devastare la Costituzione e ottenere quantomeno il superamento del principio giuridico dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
Avendo stabilito con i fatti (vedi Berlusconi) questa disuguaglianza, si cerca ora di farla entrare nel diritto. Il diritto di uno solo, per il momento. Non del povero Berlusconi, deluso per non essere riuscito ad assumerlo esclusivamente a suo proprio beneficio, ma il diritto all’intangibilità di Sua Maestà Giorgio Napolitano, per grazia del PD e del PDL. Sapendo bene che, affermato il principio, lo si potrà poi felicemente allargare a altri. Molti altri.

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