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28 settembre 2013 / miglieruolo

Ignoranza e disprezzo, non tradizioni

Ignoranza e disprezzo, non tradizioni

dal blog lunanuvola di Maria G. Di Rienzo

Rawan, yemenita, è morta il 10 settembre u.s. di emorragia interna dovuta alla distruzione dell’utero, dopo la sua prima notte di nozze. Il “vedovo” pedofilo ha quarant’anni: Rawan ne aveva otto. Le autorità della città di Meedi,

dove il fatto è avvenuto, non hanno preso provvedimenti per lo stupro e il conseguente omicidio e se interrogati negano tutto. I capi tribali hanno minacciato un giornalista locale tentando di coprire la vicenda. Ma ormai, notizia e foto della bimba hanno fatto il giro del mondo, assieme ai dati sulla povertà in Yemen e alle solite solfe su religione-tradizione-cultura.

Rakiya, nigeriana, è ancora viva. Non voleva sposarsi e diventare madre a 12 anni, ma fra gli stupri del marito e i pestaggi del padre dopo un po’ si è rassegnata. A vent’anni è rimasta vedova, con cinque figli e un sesto in arrivo. Ha venduto tutto quel che aveva per dar da mangiare ai figli e alla fine, quando non le restava più nulla, ha venduto se stessa. Dopo quattro anni infernali da sex worker ha scelto di provare un’altra strada. Oggi vende tortine di fagioli per le strade. Cosa giustifica i matrimoni di bambine, secondo Rakiya, la povertà, la religione, la tradizione, la cultura? “Niente di tutto questo. E’ l’ignoranza. E’ il credere che una femmina non valga niente e porti solo danno economico, è il non sapere che questo è sbagliato.”

Fatou Diakhate, senegalese, oggi ha 55 anni. Quando è stata data in moglie ne aveva 13. Dai quindici in poi ha messo al mondo dodici figli. “Ero analfabeta, mai visto una scuola, non sapevo niente.” Poi, a quarant’anni, scopre che un’agenzia umanitaria locale offre corsi di alfabetizzazione per adulti. Fatou partecipa. E non impara solo a leggere e scrivere in Wolof, perché i corsi comprendono la salute riproduttiva e Fatou viene ad esempio a sapere che sono ben due milioni le donne affette da “fistula ostetrica”, un danno collegato principalmente ai parti precoci, che causa incontinenza e spesso l’allontanamento e l’ostracismo per chi ne soffre. Impara anche che la pratica della mutilazione genitale femminile, comune in Senegal, esaspera questo rischio fra i mille altri (mortalità materna e del neonato, travaglio tre volte più lungo del normale, danni cerebrali per il nascituro, ecc.). La prima cosa da fare per salvare un po’ di vite, pensa Fatou, è fermare i matrimoni di bambine.

Fatou Diakhate

Fatou Diakhate

Comincia con l’organizzare le altre donne del suo villaggio, condividendo quel che ha appreso e insistendo sul rischio per la vita delle bimbe e sulla violazione del loro diritto fondamentale a ricevere un’istruzione. Come rappresentante delle donne parla al capo locale, al consiglio municipale e all’imam del desiderio delle donne che la pratica termini. Gli uomini la aggrediscono con tutto quel che hanno a disposizione: l’accusano di corruzione, di essere pagata dall’agenzia umanitaria per distruggere le loro tradizioni, le lanciano minacce di ogni tipo – compresa quella di usare il gri gri (magia nera) contro di lei. Fatou si indigna ancora, quando lo racconta, ma forte del sostegno delle altre donne, ha continuato ad orchestrare campagne e a fare pressione sui leader comunitari: nel 1998 la sua comunità, Keur Issa, ha abbandonato la pratica. Da allora, nessun matrimonio di bambine è avvenuto in loco.

Fatou continua ad ispirare l’intero Senegal. Le ultime a seguirla sono state 159 comunità nelle regioni di Fouta e Kolda, che hanno anche abbandonato le mutilazioni. “Come donne e come madri è quel che dobbiamo fare.”, spiega Fatou, “E dobbiamo parlare alle nostre figlie, sostenerle affinché vadano a scuola, perché non vogliamo che soffrano quanto noi abbiamo sofferto.” Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Plan UK, The Elders, Unicef, International Centre for Research on Women, AFP, Dawn)

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