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27 ottobre 2013 / miglieruolo

Mare ampio

dal blog di DanieleBarbieri

 

Magellano si accorda con Carlo V

di Julio Monteiro Martins (*)   

UN MARE COSÌ AMPIO

«…un mare così ampio

che lo spirito umano appena può concepire»

dalla relazione di viaggio di Maximilianus Transylvanus

Il 20 ottobre 1517 Fernão de Magalhães rinuncia alla cittadinanza portoghese, attraversa da solo il confine spagnolo, arriva a Siviglia, assume il nome di Hernando de Magallanes, e sottoscrive un contratto con il re di Spagna, Carlo V, per realizzare il proprio progetto di circumnavigare per la prima volta il globo terrestre.

L’inedita impresa sarà portata a termine solo cinque anni più tardi, quando la piccola nave Victoria, l’unica superstite, risalirà il fiume Guadalquivir con a bordo soltanto diciotto sfiniti sopravissuti, dei quasi trecento uomini che erano partiti. Tra loro non c’è Magallanes, ucciso dagli indiani dell’isola Mactan dopo aver solcato l’Oceano Atlantico fino al suo estremo sud, aver scoperto lo stretto che oggi porta il suo nome e attraversato per la prima volta l’immenso oceano che lui stesso ha battezzato Pacifico.

Ma fino a questo momento la decisione di partire non è ancora stata presa. Lui è seduto ad un tavolo, in fondo ad una taverna della Baixa di Lisbona, davanti ad un bicchiere di porto, mentre sta aprendo il suo cuore pesante al suo unico amico, l’astronomo Ruy Faleiro, che come lui, tenta fare il passaggio da un oceano ben conosciuto, la patria, ad un nuovo mare ignoto, in una tarda notte del settembre 1517.

[…]

Sono andato in India con il semplice grado di sobressalente, e sette anni più tardi sono tornato a Lisbona con lo stesso grado. Non era cambiato niente, nessuna promozione, nessun riconoscimento. Sono stato pagato con un altro rischio mortale, del quale anche tu ti ricorderai: quella guerra contro i mori del Marocco, nella sabbia, fuori dal mio elemento naturale, lontano dalle nostre grandi acque. E sempre come volgare sobressalente sono stato ferito ancora, un colpo di lancia mi ha distrutto il ginocchio e mi ha reso zoppo. Sono quasi morto, per il Portogallo, un’altra volta. Quando sono tornato di nuovo, anonimo soldatino, atteso da nessuno, ho visto con stupore che la patria per la quale il mio corpo era stato lacerato non mi voleva, mi guardava con ribrezzo e diffidenza. La patria mi sputava addosso. E per la prima volta mi è venuto in mente che se morire per la patria non vale niente, e se non posso neppure vivere per la patria perché essa non me ne fornisce i mezzi, forse dovrei imparare a vivere per me stesso e a morire per il mio sogno, che è quasi una patria.

Ah, povero il soldato che commette l’imprudenza di tornare. Meno disgraziati sono quelli che spirarono sul campo…

So che pensi che esagero quando dico che la patria mi sputava addosso. Quindi, dimmi tu: chi risponde per la patria se non il suo re? E cosa mi ha risposto Dom Manuel quando gli ho chiesto una degna occupazione, per non marcire nell’ozio e nella miseria? Mi ha risposto no! E quando invece gli ho chiesto una pensione che mi permettesse di restare vivo? No, niente! E quando l’ho supplicato che almeno mi risparmiasse l’umiliazione di vedere i miei subalterni, gli inesperti, gli inetti, i vergini di combattimenti, sorpassarmi in grado e prestigio? Lui mi ha gridato: No! Per ora rimarrete soltanto un sobressalente. Ma… il mio merito e la mia dedizione? Il vostro merito lo giudico io, ha detto. E la vostra dedizione non è un affare di Stato. E quando alla fine, deluso, mortificato, gli ho chiesto se mi concedeva di mettermi al servizio di un paese straniero per trovare i mezzi per sopravvivere, con disprezzo mi ha risposto: “Andate pure”, e così mi ha congedato.

Dom Manuel non è tutto il Portogallo, dici tu… E invece sì!– dico io. Nessun altro portoghese è così ben informato come Sua Maestà. Solo lui sa tutto di me, dei sacrifici che ho dovuto fare in suo nome, e quindi nessun altro mi può giudicare meglio di El Rey Dom Manuel. E la sua risposta ha stabilito che io non valgo cento réis, e peggio per gli spagnoli se vogliono sprecare con me i loro maravedìs… Vedi, Ruy, se il re ragiona così, cosa devo aspettarmi dai poveri diavoli sui marciapiedi della Baixa, che vedono passare un altro povero diavolo sul marciapiede opposto, e per di più zoppo! Ruy… Ruy… quando mi tornano in mente tutte queste vicende, le innumerevoli volte che ho messo a repentaglio la mia vita per questa gente che ora mi guarda come se fossi trasparente come l’acqua, mi sento il più tradito ed il più libero degli uomini. Sopra tutte le cose ho imparato ad amare il verde e il rosso della tua bandiera, e d’ora in poi, non so ancora bene come, dovrò imparare ad amare altri colori, oppure nessun colore, come nell’acqua, l’elemento che davvero amo.

L’ingratitudine, Ruy, questa pantera che ci salta addosso mentre siamo distratti e ci spezza il collo con le sue zanne… l’ingratitudine lascia una brutta cicatrice. Sai, amico mio, non posso non sentire questo vento che già soffia sulla mia pelle, e per questo ti dico adesso e ti ripeterò domani, quando l’ebbrezza di questo buon vinho do porto sarà passata, che ho deciso: andrò dagli stranieri, chiederò al loro re, che spero sia più intelligente del nostro, che si degni di ricevermi a corte, e gli presenterò il mio grande progetto, che senza dubbio porterà tanta gloria e fortuna al suo paese. Lascerò per sempre alle mie spalle questa madre impazzita che vuole rubare il mio futuro. Forse così lascerò dietro di me anche me stesso…

Non ho mai avuto paura, lo sai, e non ne ho adesso. Vedremo cosa sarà rimasto di me da poter usare nella mia nuova vita, quando metterò tutta la mia energia al servizio di un altro popolo, che d’ora in poi sarà il mio popolo, la cui storia è già la mia storia, e la cui bandiera, se mi sarà permesso, porterò il più in alto e il più lontano possibile, ossia il più vicino possibile all’impossibile. E se è vero che ho lasciato me stesso dietro di me, questo non mi spaventa, perché so che il mondo è una sfera, e perciò è proprio allontanandomi dal punto di partenza che potrò fare il giro completo che va da me a me stesso.

Amico mio, la circumnavigazione è l’unica via che mi rimane: così sono sicuro che è possibile e che ce la farò. In fondo, se c’è un’unica alternativa, dev’essere per forza quella giusta.

BREVISSIMA NOTA SU Julio Monteiro Martins

Nasce nel 1955 a Niterói in Brasile. Si dedica alla scrittura fin da ragazzo e già nel 1976 pubblica i primi racconti. Dal 1996 insegna all’università di Pisa, dove attualmente tiene il corso di Lingua portoghese e traduzione letteraria. Dirige il Laboratorio di narrativa del Master di scrittura creativa, presso la scuola Sagarana di Lucca. È fondatore e direttore della rivista culturale Sagarana (www.sagarana.net). All’attività di scrittore e docente affianca un impegno attivo in campo politico e sociale. Nel 1983 è uno dei fondatori del Partido Verde brasiliano e successivamente, nel 1986, del movimento ambientalista brasiliano “Os verdes”. Nel 1991, avendo affrontato studi universitari di indirizzo giuridico, è avvocato dei diritti umani per il Centro Brasileiro de Defesa dos Direitos da Criança e do Adolescente (una ong), occupandosi in particolare dell’incolumità dei meninos de rua chiamati a testimoniare in tribunale, in seguito all’orrenda strage della Chacina da Candelária, nella quale una squadra di poliziotti in borghese uccise nel sonno a colpi di mitra bambini abbandonati che dormivano in strada a Rio de Janeiro.

La produzione letteraria di Julio Monteiro Martins comprende numerose opere sia in portoghese-brasiliano che in italiano. Fra le sue opere più recenti «La passione del vuoto», «Madrelingua» e l’antologia «L’amore scritto». Nel 2011 è stata pubblicata la monografia di Rosanna Morace sulla sua opera «Un mare così ampio: I racconti-in-romanzo di Julio Monteiro Martins».

(*) Questa è la parte finale del racconto (scritto nell’agosto 1997) «Un mare così ampio» di Monteiro Martins, ora inserito nell’antologia «Racconti italiani».

Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 20 ottobrefra l’altro avevo ipotizzato: 1097: i crociati ad Antiocha; 1629: peste a Milano; 1878: inizia il massacro nella neve dei Cheyenne; 1920: arriva l’insulina; 1923: nasce Gianni Bosio; 1937: a Roma l’obelisco rubato ad Axum; 1944: primo reparto di kamikaze; 1946: una vicenda di bambini ebrei rapiti dal Vaticano; 1952: durissima repressione in Kenia; 1974: Raimundo Herman ucciso in Bolivia; 1984: decreto di Craxi pro-Fininvest; 1996: marcia bianca a Bruxelles contro le coperture ai pedofili; 2001: sciopero fame dei prigionieri curdi; 2008: muore Vittorio Foa. E chissà a ben cercare quante altre «scordate» salterebbero fuori.

Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

 

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