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3 novembre 2013 / miglieruolo

I Pirati e l’Astronave di Resnick

 

Di Mauro Antonio Miglieruolo

Ho letto di recente due libri di Mike Resnick: “Uomini e alieni” e “Jack Masters” ambedue delle Edizioni della Vigna, vedi :

https://miglieruolo.wordpress.com/2013/02/05/uomini-e-alieni-di-mike-resnick/

 https://miglieruolo.wordpress.com/2013/07/03/jake-masters-detective-galattico/;

Nonché:

http://danielebarbieri.wordpress.com/2013/01/30/uomini-e-alieni-di-mike-resnick/

 http://danielebarbieri.wordpress.com/2013/06/12/jake-masters-detective-galattico/;

ma anche:

https://miglieruolo.wordpress.com/2013/06/14/quasar-n-1-il-nuovo-libro-rivista-di-fs/

http://danielebarbieri.wordpress.com/2013/06/19/quasar-n-1-il-nuovo-libro-rivista-di-fs/

nei quali si parla della nuova rivista della Edizioni della Vigna, Quasar n1, che contiene un buon racconto dello stesso Resnick.

30ott-3PiratiAstronave-ResnickDalla lettura dei post di cui sopra  si evince chiaramente la piena soddisfazione che ho tratto dalla lettura di quei lavori. Questo ultimo pubblicato  da Mondadori (Urania 1591) mi ha invece abbastanza deluso. Forse perché mi aspettava la riproposizione qualitativa presente nei testi pregressi. Purtroppo quella qualità si possono dire assenti in questa terza proposta. Non umorismo, né snellezza, non la solita robusta consistenza nella storia e nella costruzione dei personaggi messi in gioco. Gli stessi dialoghi risultano essere fiacchi e direi persino banali.

La spiegazione che mi sento di dare è la stessa di Luigi Petruzzelli (editore dei primi due testi), il quale informa che Resnick scrive molto e di quel molto una larga percentuale è scritta al fine del “vile” compenso. Probabilmente, mi sembra di poter ipotizzare, perché Resnick soffre del vizio più diffuso al mondo, quello di avvertire il bisogno di mangiare (almeno tre pasti al giorno), di vestire e di usufruire di una dimora dentro la quale riposare corpo e spirito. E aggiungo: nella quale elaborare le sue storie, quella buone, a suo personale beneficio; quelle meno buone, a beneficio del portafoglio.

Ci ricamo sopra per tirarne fuori un po’ di umorismo, per non doversi dolere. Perché tutto questo è amaro constatarlo. Costa sapere che tocca dover spendere la propria dignità di scrittore per avere di che spendere per la propria dignità umano sociale. Ma questa è la condizione dello scrittore contemporaneo, anche egli tendenzialmente soggetto all’universale processo di proletarizzazione. La standardizzazione del prodotto per poterne standardizzare la produzione (e diminuire i costi).

Per fortuna ci sono quelli come Resnick che alle leggi del mercato (alias l’avidità umana organizzata) sanno rendere e omaggio, ma sanno anche prendersi delle vacanze da queste leggi.

 

4 commenti

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  1. franco / Nov 5 2013 21:40

    Il mio commento è banale: ho notato che molti autori oggi fanno come . Cioè, scrivono interminabili cicli di romanzi “per la pagnotta” e poi racconti e romanzi brevi per se stessi. Dipende dal fatto che gli agenti letterari lucrano sui romanzi mentre ignorano i racconti perchè rendono poco? Non lo so. Lo propongo come riflessione. Di fatto, da sempre, la miglior foma narrativa per la science fiction è e resta la “novelette” il romanzo breve. Le opere scelte da Petruzzelli rientrano in questo campo (sono migliori e contemporaneamente costano meno in termini di diritti d’autore) mentre le scelte di Urania vanno in direzione opposta: si sa, il pubblico italiano predilige i romanzi, e più sono lunghi meglio è.
    Si aggiunga che, pur non essendo Resnick un raffinato stilista, molto del risultato dipende dall’accuratezza della traduzione e dai famigerati “tagli” di Urania che, a mio avviso; non sono affatto scomparsi dalle abitudini mondadoriane

  2. miglieruolo / Nov 5 2013 23:23

    Grazie dell’intervento. Permettimi solo di avanzare qualche dubbio sulla tua affermazione sul “romanzo breve”. Non che sia infondata, anzi. Non ho dati empirici da mettere avanti, ma ritengo di poter concordare che la “novelette” costituisca la misura più adatta per la fantascienza. Tuttavia gli autori migliori (o quelle che secondo me sono migliori) proprio utilizzando il romanzo hanno ottenuto i risultati migliori. E’ qui, nel romanzo (Dick, Van Vogt, Silverberg, Sturgeon ecc.) che sono stati costruiti gli affascinanti universi alternativi un buco nero nel quale, una volta entrati, non si poteva più uscire.

    • franco / Dic 19 2013 21:15

      Hai ragione, ma solo in parte. Solo Silverberg scriveva direttamente romanzi per il mercato dei pocket (in genere, sotto pseudonimo). Nella maggior parte dei casi, per lo meno fino agli anni Sessanta, i fantascientisti da te citati pubblivano i loro testi più famosi in forma di romanzo breve su rivista e poi, con pratico spirito commerciale, lo ampliavano per l’edizione in volume se aveva successo. Ancora più spesso, scrivevano due o tre novellettes colegate fra loro e poi le riunivano in modo da dar loro l’aspetto e la durata di un romanzo. Sono nati così “I ribelli dei 50 Soli” e “Le armi di Isher”, “Nascita del Superuomo”, “Un Cantico per Leibowitz”, “Norstrilia” di C. Smith eccetera. Molti romanzi di Van Vogt erano definti da lui stesso “fix-up-novels”, vale a dire “romanzi-collage”, realizzati in fretta e furia incollando fra loro racconti scriitti in precedenza (e spesso si vedevano le scollature fra una parte e l’altra del testo). Per Dick la situazione è diversa: prendeva sì spunto dai suoi precedenti racconti, ma li rimaneggiava e inseriva parzialmente nei suoi romanzi, con una oparazione di “riciclaggio” di nomi, situazioni e idee. Si può discutere all’infinito se la versione breve è migliore o pegiore di quella successiva più lunga. Dipende, secondo me, da caso a caso. Io preferisco entrare nel buco nero attraversando i romanzi brevi, ma ammetto che “I mercanti dello spazio” o “Cacciatore di androidi” sono decisamente migliori dei racconti da cui sono stati tratti. Però sono opere del passato, tutte quante. Oggi, l’editoria ha altre esigenze. Se ti presenti da un editore con un romanzo che non è lungo almeno 400 pagine e non si può trasformare in una trilogia, ti ridono dietro. Pensa al successo di certi romanzi – fiume come quelli di Peter F. Hamilton o agli interminabili cicli fantasy di George RR Martin o Robert Jordan.

  3. miglieruolo / Dic 20 2013 01:54

    Grazie dell’ulteriore precisazione. La fantascienza è uno spazio così vasto, un vero e proprio continente, che è arduo conoscerlo in tutti i suoi aspetti. Concausa questa delle infinite definizioni con le quali si tenta vanamente di ricomprenderla. E questo è anche il motivo per cui preferisco concentrarmi sulle “funzioni” svolte e sulle cause che l’hanno determinata.

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