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23 dicembre 2013 / miglieruolo

Occidente, questa guerra è tua

dal blog lunanuvola  di Maria G. Di Rienzo

(tratto da: “A genocide of women is taking place in Democratic Republic of Congo”, intervista alla giornalista, conduttrice radiofonica e attivista per i diritti delle donne Caddy Adzuba Furaha, un più ampio servizio di Teresa Lamas per Women News Network, 28 novembre 2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

caddy

Come può la violenza sessuale trasformarsi in un’arma da guerra?

Caddy Adzuba Furaha: La violenza sessuale diventa un’arma da guerra quando è usata sistematicamente. Quando i ribelli pianificano il saccheggio di un villaggio usano come strategia lo stupro di tutte le donne e bambine, con lo scopo di spezzare la comunità distruggendo i corpi delle donne. In questo modo, ottengono di separare i membri della comunità, di modo che costoro diventano più deboli ed incapaci di difendersi dalla situazione in cui si trovano.

Non si tratta dell’entrare in una casa e violentare tutte le donne qualsiasi sia la loro età. I ribelli armati mutilano i genitali delle donne nel mentre obbligano i membri della famiglia a guardare e a partecipare all’aggressione. I corpi delle donne sono trasformati in campi di battaglia, e questa è la ragione per cui diciamo che si tratta di femicidio, di genocidio delle donne.

I ribelli, inoltre, rapiscono le donne per usarle come schiave sessuali per mesi o anni. I bambini, maschi e femmine, che nascono in questo contesto sono respinti dalla comunità. Le persone perdono la loro umanità, le loro vite, le loro case, i loro figli e diventano profughi interni o rifugiati. L’intero paese è affetto da questa situazione.

Perché le donne come tramite?

Caddy Adzuba Furaha: I gruppi armati hanno capito che la crescita della povertà dovuta agli anni della crisi e della dittatura ha fatto perdere valore al tessuto sociale. Quando i lavoratori salariati hanno smesso di essere pagati, ed erano principalmente uomini, le donne hanno cominciato a prendere nelle loro mani l’economia locale, dando inizio a commerci, orti e piccole imprese, riattivando la vita comunitaria. Sia nei villaggi sia nelle grandi città, le donne stavano costruendo l’economia locale. Perciò, distruggendo le donne finisci per distruggere la vita della comunità intera.

A livello nazionale ed internazionale le conseguenze sono devastanti. In aggiunta al trauma psicologico, il 66% delle donne che hanno sofferto questa violenza sono seriamente affette, tra le altre malattie, da Hiv/Aids, malattie a trasmissione sessuale e fistole.

Come lavori con la radio per suscitare consapevolezza?

Caddy Adzuba Furaha: Come giornaliste e donne congolesi abbiamo creato l’Associazione di donne nei media per denunciare la situazione. Volevamo che le donne rompessero il silenzio della tradizione che proibisce loro di parlare di stupro. Temevano di essere stigmatizzate, per cui il lavoro comincia dal mettere fine alla discriminazione contro le donne che sono state stuprate.

Abbiamo lottato per aprire uno spazio in radio dedicato alla discussione su questi temi, perché le donne non erano nelle posizioni di chi prende le decisioni e i manager in radio preferivano parlare di sport. Avevamo di fronte un paese negligente verso la propria situazione: la gente non comprendeva la gravità di quanto stava accadendo.

Abbiamo parlato con le autorità e scioperato nelle radio convenzionali, chiedendo uno spazio per parlare. Precedentemente, avevamo descritto alla radio ciò che accadeva nei villaggi, quel che avevamo visto: donne stuprate, malate, uccise, e scomparse. Le informazioni arrivarono alle organizzazioni non governative che stavano lavorando sul territorio ed esse cominciarono a curare le donne. Incoraggiate dal risultato del nostro lavoro, le donne cominciarono a parlare da se stesse alla radio di ciò che era accaduto loro.

La radio è molto importante nella Repubblica Democratica del Congo, ogni famiglia ha un apparecchio, perciò è vitale aumentare la consapevolezza tramite la radio. Con Radio Okapi – http://radiookapi.net – un progetto sostenuto dalle Nazioni Unite, noi arriviamo in tutto il paese.

In che modo lavorate per dare assistenza alle vittime?

Caddy Adzuba Furaha: Abbiamo creato l’associazione “Alleanza di donne per la promozione dei valori umani”, in cui lavoriamo con le donne smobilitate e con i bimbi nati come risultato delle violazioni o che hanno perso le loro famiglie, di modo che possano avere un’istruzione e crescere in un nucleo familiare che li ami. Curiamo le donne che hanno sofferto violenza sessuale e le sosteniamo tramite il microcredito, così che possano lentamente cominciare a lavorare.

Operiamo anche con la comunità nel suo insieme, con quelli che chiamiamo “gruppi di de-traumatizzazione”, in cui raduniamo la comunità affinché si parli di ciò che ogni singola persona ha attraversato, mirando alla creazione di una rete di sostegno in cui le persone si aiutino l’un l’altra a superare il trauma.

Perché la comunità internazionale non sta intervenendo, nonostante il conflitto?

Caddy Adzuba Furaha: Gli attori di questa guerra non sono solo africani, le multinazionali giocano uno dei ruoli principali e agiscono riparate dai loro stati nazionali. Ognuno vuole avere una fetta di ricchezza illegale. Dietro a questo conflitto ci sono gli Usa, la Francia, il Belgio, la Gran Bretagna, eccetera. Questi anni spesi a tentare di metter pace fra i paesi dei Grandi Laghi sono stati inutili. Sappiamo che senza il coinvolgimento dei paesi occidentali non possiamo risolvere questo conflitto.

Le ditte manifatturiere di computer e telefoni cellulari non sono in Africa e sono quelle che beneficiano della situazione. Poiché hanno bisogno di coltan (Ndt: columbo-tantalite) e di altri materiali grezzi per fare i loro prodotti, alimentano il conflitto finanziando vari gruppi ribelli affinché continuino la loro guerra. L’Occidente è la mano che tira i fili dietro ad ogni parte del conflitto, ed è per questo che stiamo chiedendo all’Occidente di impegnarsi nel cercare la pace.

Nessuno ha interesse a mettere fine al conflitto?

Caddy Adzuba Furaha: I ribelli stranieri delle Forze per la Liberazione del Ruanda entrarono nella Repubblica Democratica del Congo nel 1994, assieme ai rifugiati del conflitto ruandese. All’epoca, soldati francesi della missione delle Nazioni Unite controllavano il confine. Noi congolesi ci chiediamo come sia possibile che assieme ai rifugiati abbiamo attraversato il confine, con tutte le loro armi, coloro che avevano guidato il genocidio; quelle armi sarebbero state usate più tardi contro i civili congolesi per creare caos e controllare le miniere.

Chiediamo alla comunità internazionale e al nostro governo perché l’esercito congolese non ci difende. Ci viene risposto che siamo sotto embargo per le armi, e perciò il nostro esercito non ha mezzi per difendere la popolazione civile. La sola risposta che otteniamo è che non c’è interesse a portare pace nella regione.

Cos’avete ottenuto con il lavoro a livello internazionale?

Caddy Adzuba Furaha: Le cose cominciano lentamente a muoversi sulla scena internazionale. Gli Stati Uniti hanno bandito l’uso di materiali grezzi congolesi alle loro multinazionali. Inoltre, ci sono sempre più ricerche sulle connessioni fra lo sfruttamento delle risorse minerarie e il proseguimento del conflitto.

Siamo anche riuscite ad attirare l’attenzione sulla violenza sessuale nel nostro paese. Abbiamo presentato una denuncia alla Corte Penale Internazionale portando prove e una lista di vittime. Abbiamo tentato di indurre i loro avvocati a fare ricerche adeguate per cercare di ottenere giustizia. Due congolesi sono in questo momento davanti al Tribunale. Inizialmente, le violenze sessuali non erano fra le accuse loro imputate: sino al 2009, quando abbiamo testimoniato ciò che stava accadendo.

Noi chiediamo siano perseguiti i leader del Fronte di Liberazione Ruandese, che ha al suo interno i perpetratori del genocidio in Ruanda e continuiamo ad accumulare prove e a spingere la Corte Penale Internazionale ad agire contro questi gruppi.

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