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31 dicembre 2013 / miglieruolo

IL GIORNO IN CUI GLI IMMIGRATI LASCIARONO L’ITALIA

dal blog di DanieleBarbieri

di Massimo Ghirelli

Il Diario settimanale (27 ottobre 1999)

 

 

Solo il 9,3 per cento degli italiani affermano

che gli immigrati portano prevalentemente

vantaggi. (Sondaggio Doxa, ottobre 1999)

 

Gregorio S., svegliandosi una mattina da sogni agitati, si domandò la causa dello strano silenzio che regnava in casa. Di solito, lo stridulo chiacchiericcio tra la figlia Deborah e Bogena, la domestica polacca che le preparava la colazione, e soprattutto i lamenti del piccolo Alberto, che non voleva assolutamente alzarsi dal letto e andare all’asilo, gli rendevano difficile assaporare i pochi, piacevolissimi minuti che precedevano la faticosa decisione di sollevarsi, guardare l’orologio e cominciare finalmente la giornata.

Allungò la mano verso il cuscino della moglie, ma finì per ficcarle un dito nell’orecchio, facendola sobbalzare: anche lei dormiva ancora.  Eppure l’orologio parlava chiaro: erano quasi le otto!

“Cosa è successo? Non ho sentito i bambini…” La moglie era già in piedi, aveva spalancato la finestra, ed era corsa a vedere nella stanza dei ragazzi. “Bambini, è tardissimo, cosa fate ancora a letto? Dov’è finita Bogena?”.  “Non ne ho idea, mamma, si sarà rotta la sveglia! …E io oggi devo fare pure il compito in classe!”: Deborah era già volata nel bagno, anticipando il padre.

Scosso il piccolo Alberto che s’era voltato dall’altra parte e aveva nascosto la testa sotto il cuscino, la signora Franca corse alla camera della polacca: vuota, il letto intatto; in cucina, tutto spento,  le tapparelle abbassate, il caffè ancora da accendere. La ragazza si era volatilizzata, sembrava non avesse nemmeno dormito a casa.

“Dove diavolo è finita? E adesso chi li accompagna i ragazzi? Gregorio!!”. Il marito era finalmente riuscito a guadagnare il bagno: “Non ce la faccio proprio, cara, ho un appuntamento al cantiere…“. “Ho capito, ho capito, vado io…”  “E il nonno?”  “Tanto Felipe ha le chiavi…”.

Dieci minuti dopo, la signora Franca era già in macchina con i bambini. Ci voleva meno di un quarto d’ora fino alla scuola, e quella mattina il traffico era stranamente ridotto. Non però davanti all’istituto, dove le automobili sostavano a decine, in seconda e addirittura in terza fila: i bambini tutti fuori, i genitori raccolti in capannelli a discutere, le insegnanti piazzate davanti ai cancelli a sbarrare l’entrata. “Ma cosa succede?” “ La scuola è chiusa. Pare che il Provveditorato abbia soppresso alcune sezioni, per mancanza di bambini” “Come, a metà anno?”. Sembrava che tutti gli alunni di provenienza straniera, che nelle elementari erano quasi il 40 per cento dei bambini dell’istituto, fossero spariti, e con loro le loro famiglie. Senza studenti, metà delle classi rimanevano sotto il numero minimo: e gli insegnanti rischiavano di perdere il posto, e andare a spasso…

Affidati i bambini alla mamma di un compagno di scuola, che si era offerti di tenerli a casa per la mattinata, la signora Franca telefonò a casa, per accertarsi che Felipe, il filippino che accudiva il nonno, fosse arrivato. Il nonno – che era un po’ svanito,  ma al mattino di solito sembrava quasi normale –  era agitatissimo: “No che non è arrivato! E adesso chi mi accompagna a prendere la pensione? Oggi è l’ultimo giorno!”. “Non ti preoccupare, papà, ci penso io; avverto l’ufficio e vengo a prenderti a casa”. Al telefono del lavoro rispose direttamente il capoufficio, che era già furioso perché mancavano la metà delle segretarie (“Con la scusa dei bambini, dice che non trovano più le baby sitter”). Insomma, la polacca, il filippino, i ragazzini della scuola: praticamente gli extracomunitari erano spariti dappertutto. La signora Franca era sbalordita, e cominciava a innervosirsi. Forse dopo la posta, pensò bene, era il caso di fare un po’ di spesa: se Bogena non fosse tornata prima di pranzo…

Il nonno sembrava aver già perso la lucidità del mattino: lo trovò seduto in ingresso, senza il calzino sinistro, la camicia abbottonata tutta storta, la barba non fatta. “Come faccio senza Felipe?  Ma tu sai dov’è andato?”  “E’ sparito, sono spariti tutti!”. Un’ora dopo erano alla posta, ma anche lì li aspettava una brutta sorpresa: un gruppo di anziani aveva improvvisato una specie di sit-in davanti agli sportelli, e qualcuno più arzillo saltellava ansimando: “Chi non salta pensionato è, è!”. Era successo che l’Inps aveva trattenuto cautelativamente tutte le pensioni del mese; avevano calcolato le mancate contribuzioni dei lavoratori immigrati scomparsi nel nulla e avevano deciso di sospendere i versamenti fino a data da destinarsi…

Non c’era niente da fare, ogni protesta fu inutile. Il nonno aveva perso completamente la bussola: la signora Franca lo mise in macchina quasi di peso, mentre invocava flebilmente il suo fedele filippino: “Felipe…”. Attraversarono rapidamente il centro, e parcheggiarono l’auto a pochi metri dal mercatino di quartiere. “Resta qui, papà, faccio in un attimo”. Ma anche il mercato era chiuso. Spariti gli stagionali africani e albanesi, dalle bancarelle erano scomparsi anche i pomodori, le carote, i piselli, le barbabietole. Dileguatisi i raccoglitori latino-americani e maghrebini, erano rimaste sugli alberi tutte le mele del Trentino e le annurche napoletane; e nessuno aveva tagliato e raccolto l’insalatina della Val Trebbia, quella che piaceva tanto al piccolo Alberto. E anche il supermercato, su in piazza, era sbarrato, per l’improvvisa mancanza dei commessi senegalesi, delle donne delle pulizie capoverdiane, dei facchini macedoni. Non restava che tornare a casa; anche perché il nonno dava ormai i numeri, e più tardi bisognava anche recuperare i bambini parcheggiati dai loro amichetti.  E l’ufficio della signora Franca?

Di fronte al portone, più che seduto, accasciato sul gradino del marciapiede, in un bagno di sudore, il signor Gregorio li accolse con una smorfia che voleva imitare un malinconico sorriso: “Bella giornata, eh?”. Era tornato prima dal lavoro, perché al cantiere, dove era arrivato tardi per l’appuntamento, non c’erano più gli operai: tutti gli edili marocchini, le maestranze jugoslave e anche i due contabili pakistani, erano assenti ingiustificati. Perfino il vigilante, un ragazzone rumeno che entrava a malapena nella divisa, si era involato. Il cantiere era fermo, e i costruttori, i fratelli Caltabidone, stavano perdendo un milione per ogni ora di lavoro mancato…

E non era bastato: sulla via del ritorno, il signor Gregorio aveva cercato inutilmente una stazione di servizio aperta, perché i benzinai della zona, quasi tutti extracomunitari, erano svaniti come tutti gli altri; quindi la macchina era rimasta senza benzina, e il nostro amico si era dovuto fare qualcosa come dieci chilometri a piedi, con la borsa sotto il braccio, arrivando a casa praticamente distrutto.

Dalla guardiola, intanto, era uscita in lacrime la moglie del portiere: il marito, un diligentissimo signore peruviano, con cui era sposata da oltre 12 anni, s’era dissolto nel nulla dalla sera alla mattina. “Non sarà scappato con la vostra polacca, quella madonnina infilzata?”. “Non toccatemi la mia Bogena, che è un tesoro, una ragazza preziosa…!”. Il marito bloccò la signora Franca prima che investisse la povera portiera come un Tir impazzito: “Macché scappato, si sono eclissati tutti, tutti gli immigrati, è come un’epidemia”.

Lasciato il nonno dalla portiera piangente, Gregorio S. cercò di consolare la moglie, stringendola a sé: “Sai che facciamo? Andiamo a mangiare un boccone qui vicino, da Righetto, alla pizzeria…”.  La signora Franca non aveva affatto voglia di coccole: “Non mi porti mai fuori a cena, e proprio oggi, che sono ridotta come una zingara…”. Però la fame cominciava a farsi sentire anche per lei: così andarono alla pizzeria. Ma da Righetto era rimasto solo Enrico, il proprietario: pizzettaro e aiutante, entrambi egiziani, non si erano presentati al lavoro, e il forno era rimasto spento. Provarono alla trattoria all’angolo: ma aveva chiuso per mancanza di camerieri ai tavoli. E naturalmente, manco a dirlo, il ristorantino cinese, due isolati più avanti, quello famoso per la zuppa di pinne di pescecane, non aveva nemmeno aperto…

I cinesi, quella mattina, erano evaporati, proprio come ravioli al vapore, anche dal circondario di Prato. All’alba, tutta la provincia, e in particolare San Donnino, un sobborgo di Campi Bisenzio, si era svegliata in un insolito silenzio: oltre duemila telai avevano inopinatamente smesso di sferragliare – come facevano, giorno e notte, ventiquattrore su ventiquattro, trecentosessantacinque giorni all’anno – in altrettante piccole aziende gestite dagli oltre 15mila immigrati cinesi della zona; infaticabili produttori di maglie, borse, cinture e pellami di tutti i generi, e fornitori di migliaia di grossisti e negozi in tutta la regione. Nei capannoni, insieme officine e abitazioni, soffocati dall’odore aspro del cuoio, le macchine da cucire, le vecchie Singer cromate o i nuovi modelli, luccicavano sinistramente. Anche lì le scuole si erano svuotate, gli alimentari avevano buttato quintali di riso, i bar avevano perso i loro clienti, e avevano chiuso tutti i locali del karaoke, dove i pronipoti di Mao, con con la ‘elle’ moscia e uno spiccato accento pratese, imitavano Albano e Orietta Berti: “Finché la balca va, lascela andale…”.

A Batisolo della Morra, nelle Langhe, sulle colline che furono di Pavese e di Beppe Fenoglio, l’enologo Sergio G. si aggirava smarrito lungo i filari del Barolo e del Barbaresco. Toccava  disperato gli acini che stavano già perdendo la loro consistenza e il loro colore dorato, tirava via le sottili, ma tenaci ragnatele che già avvolgevano alcune foglie, raccoglieva, a terra, i grappoli rovinati dagli uccelli. Gli addetti stagionali alla vendemmia, due su tre di origine extracomunitaria, avevano lasciato le vigne e abbandonato ai piedi delle piante i loro taglierini; diverse centinaia di immigrati, somali e senegalesi, per lo più, che da anni si erano specializzati nel settore, e tornavano stagione dopo stagione a sfidare il freddo delle valli, s’erano persi nella nebbia del mattino: “Erano musulmani – e l’enologo si strappava i capelli come tralci ritorti –  il vino non lo bevevano, ma sapevano lavorarlo come pochi!”.

A Mazara del Vallo, nel Trapanese, gli abitanti erano scesi tutti giù al porto, le donne col velo nero, le ragazze coi capelli al vento, in piedi sul molo come le comparse de “La terra trema”: nove pescherecci su dieci non erano potuti uscire per mancanza di uomini. S’erano eclissati non soltanto i pescatori, ma tutti i residenti tunisini di quella che fino al mattino era la città più ‘araba’ d’Europa. Nella ‘casbah’, il quartiere della città vecchia abitato prevalentemente dagli immigrati, non si sentivano più i passi veloci dei bambini, giù dalle scale della scuola araba, né il canto lamentoso del muezzin, con il suo lieve accento siciliano. Nella sede della “Likà”, l’associazione mista italo-tunisina, che organizzava feste e scambi interculturali, alcuni vecchi sindacalisti mazaresi staccavano malinconicamente i manifesti preparati per il ramadhan. Sulla banchina, le cassette del pesce erano vuote; le reti pendevano tristi dagli argani, mentre gli armatori salivano e scendevano dalle barche. come per controllare che i loro pescatori non si fossero nascosti nelle stive: “Né la bonazza né lo malutempo ci fece mai restari a terra accussì, tutti quanti simo!”.

 

 

Ma anche in altre città d’Italia l’inopinata sparizione degli immigrati aveva creato il caos più completo: nel Modenese, le fabbriche di piastrelle di ceramica erano state chiuse per l’improvvisa mancanza degli operai africani; in provincia di Parma, la scomparsa degli indiani Sik, abilissimi nell’allevamento e nella cura delle vacche – considerato il rispetto manifestato verso questi nobili animali nella loro cultura – aveva messo in crisi non soltanto la distribuzione del latte, ma anche la lavorazione di diversi tipi di formaggio, essenziali per l’economia locale; analoga situazione a Mondragone, in Campania, dove i ghanesi impiegati nell’allevamento delle bufale avevano disertato le fattorie, e la produzione delle mozzarelle si era bloccata da un giorno all’altro.

Poco lontano, a Villa Literno e in tutto il Casertano, i rossi pomodori sammarzano marcivano sotto un sole inclemente, abbandonati dai diecimila stagionali extracomunitari liquefattisi nella notte; anche a Borgo Mezzarone, non lontano da Cerignola, nel Foggiano, i tremila lavoratori stagionali avevano lasciato nelle peste i 250 abitanti del paesino, con quintali di ottima uva da vino ad appassire sui tralci.

Più a nord, nella periferia di Verona, si dovette sospendere la produzione in tre fabbriche del marmo, che erano state riaperte di recente e andavano avanti soltanto grazie alla presenza degli operai specializzati, in gran parte centro-africani: in tutto il Veneto, rimasero vacanti circa 31mila posti di lavoro – posti per i quali gli imprenditori non erano mai riusciti a trovare candidati tra gli italiani.

A Reggio Emilia, per analoghe ragioni, furono spenti gli altiforni di una decina di fonderie, per la repentina fuga di tutti gli operai egiziani, che da dodici anni costituivano il nocciolo duro del comparto. Nelle province di Trento e di Bolzano, i minatori stagionali macedoni – che avevano sostituito la tradizionale migrazione portoghese – avevano lasciato le miniere di granito. A Brescia, la capitale del tondino, erano state nove le fabbriche metalmeccaniche costrette a fermare gli impianti e sospendere le forniture per l’inaspettata défaillance degli oltre 15mila lavoratori immigrati impiegati nella zona.

A Ravenna, nella cooperativa di servizi El Karama (“la dignità”), una decina di dipendenti – tutti italiani – erano rimasti fuori dalla porta della ditta, mentre al telefono squillavano invano le offerte di lavoro. Il padrone dell’azienda, Taoufik M., un giovane tunisino molto intraprendente, che aveva fondato la cooperativa diversi anni prima e aveva assunto subito il primo paio di italiani, era scomparso come gli altri stranieri; e con lui le chiavi dell’ufficio, e ogni possibilità di lavoro per il gruppetto di giovani che stazionava sotto i portici.

A Venezia, dopo il drammatico, se pur romantico, naufragio di due sposini in viaggio di nozze, colati a picco sotto il ponte di Rialto in una gondola mal costruita, il Canal Grande era stato occupato per protesta dai Maestri artigiani gondolieri. Da anni, nelle loro botteghe si formavano quasi soltanto apprendisti extracomunitari, paradossalmente gli unici rimasti a difendere la gloriosa tradizione delle originalissime imbarcazioni della repubblica dei Dogi.

A Catania, circa 1200 ragazze mauriziane s’erano involate dalle case della città nuova: un corteo spontaneo di signore e signorine della buona borghesia locale, minacciosamente armate di padelle antiaderenti e manici di mocio vileda, attraversò la città fino al consolato delle Isole Mauritius, reclamando il ritorno delle loro fidate collaboratrici domestiche.

In una scuola elementare dell’Abruzzo, dove erano venuti a mancare decine di scolari, i bidelli s’erano incatenati ai cancelli, per protestare contro la chiusura dell’istituto e la mancata vendita delle pizzette durante l’intervallo. A Roma, l’Osservatore Romano uscì il pomeriggio in edizione straordinaria, con un titolo a nove colonne sulle oltre duecento parrocchie rimaste senza sacerdote per l’immotivata assenza dei preti stranieri; A Genova, la città più anziana della penisola, la Protezione civile dovette intervenire per assistere i vecchietti arterosclerotici, che privati dei loro accompagnatori asiatici, giravano per vicoli e carrugi senza più riuscire a trovare la strada di casa. A Firenze, oltre 150 ristoranti cinesi, abbandonati, erano stati occupati dai tifosi viola, esasperati per la scomparsa di Batistuta e degli altri ‘stranieri’ della squadra.

La situazione più drammatica, forse, si dovette registrare nella provincia di Piacenza: dove il sindaco leghista di un paesino della bassa padania aveva rischiato il linciaggio da parte dei piccoli imprenditori locali, convinti che fosse stato lui – come aveva minacciato tante volte – a far andar via tutti i lavoratori extracomunitari, rendendo impossibile ogni attività produttiva…

Quella sera il ragioniere dello Stato, Monorchio, intervistato a reti unificate, fornì un quadro dettagliato della catastrofe provocata dalla sparizione degli immigrati: 540mila lavoratori dipendenti in meno; 20mila lavoratori autonomi scomparsi; oltre 150mila famiglie italiane abbandonate dalle 60mila collaboratrici domestiche extracomunitarie; un ‘buco’ di 166mila avviati al lavoro in meno ogni anno; una voragine previdenziale di 2.400 miliardi di contributi mancati, con fosche previsioni per l’avvenire di oltre 9 milioni di pensionati. La ministra Turco, accanto a lui, snocciolava le cifre degli Affari sociali: 80mila banchi vuoti nelle scuole, 120mila mariti o mogli senza i rispettivi coniugi stranieri, un ulteriore calo demografico di quasi 2 punti in un paese che conta già una percentuale di anziani del 23 per cento, tra le più alte del mondo, destinata a raddoppiare in meno di cinquant’anni. In un angolo, con le occhiaie più profonde del solito, il ministro Visco, nell’atto di annunciare un aumento delle tasse del 17 per cento, scoppiò in un pianto dirotto…

Ma Gregorio S. e sua moglie, la signora Franca, non stavano ascoltando il telegiornale: litigavano ormai da due ore, rinfacciandosi il vergognoso disordine della casa, rimproverandosi per non aver fatto la spesa,  biasimandosi l’un l’altra per aver abbandonato i bambini a casa degli amici. Protestando, lui, per la cena fredda e la camicia non stirata; e lamentandosi, lei, perché il capoufficio l’avrebbe licenziata e lei non intendeva certo tornare a fare la casalinga e lui si illudeva se pensava di aver trovato una serva e quel rimbambito del nonno non era certo suo padre e se lo doveva sorbire lui e…

Il signor S. quella notte fu spedito a dormire sul divano, mentre la signora Franca, ormai in preda a una crisi isterica, raddrizzava ululando tutte le stampelle di ferro della tintoria per farne spilloni da infilzare nel cuscino del marito; e il nonno si rigirava nel letto, invocando sommessamente il suo filippino.

Alle una e mezza Gregorio S. si infilò il cappotto e prese le chiavi della macchina della moglie, deciso ad affogare la frustrazione in una bottiglia di whisky e qualche ora di trasgressione. Tornò a casa all’alba, con gli occhiali rotti e un occhio nero. Aveva scambiato una farmacista, la dottoressa Fabbretti, una vistosa mora di origini romagnole, per un viado brasiliano.

* Luoghi, cifre e circostanze riportate dall’autore non sono di fantasia. I dati sono stati raccolti dall’Archivio dell’Immigrazione di Roma e dal Dossier statistico della Caritas 1999.

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