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12 gennaio 2014 / miglieruolo

Dashiell Hammett, l’uomo della città avvelenata

Ciò che segue è una scor-data (quella del 10 gennaio 1961). Il valore e significato delle scordate è spiegata da Daniele Barbieri stesso in fondo all’articolo. Mi unisco all’invito di Daniele a collaborare all’interessante iniziativa, alla quale mi riservo di portare il mio contributo con maggiore continuità.

 

di d. b. (*)  

 

Un vero americano, patriota e combattente. L’uomo che cambiò per sempre il poliziesco. Un geniale ubriacone. Operaio. Agente di cambio. Un pinkerton man (cioè un poliziotto privato) che diventò marxista. Il pigmalione di Lilian Hellman. Ma anche il ribelle che si fece mandare in galera per non collaborare con i giudici maccartisti. Tutto questo fu Samuel Dashiell Hammett.

 

Cinque romanzi famosissimi (ristampati di continuo) e uno “minore” («Un matrimonio d’amore»), un centinaio di racconti molti dei quali recuperati postumi e forse c’è ancora qualche inedito. L’antologia più completa – 1600 pagine, tutti i romanzi ma solo una quindicina di racconti – è stata curata da Franco Minganti per i Meridiani Mondadori. E’ proprio Minganti dunque la persona giusta cui chiedere cosa resta attuale di Hammett: «Quasi tutto. E infatti resta lui la fonte di alcuni tra i film più interessanti, come nel ’90 quello dei fratelli Cohen. Non è un caso però se l’attenzione oggi si concentra soprattutto su “Raccolto Rosso” e sui racconti dell’investigatore Continental Op. La sua rivoluzione non è solo nello stile o nelle trame ma nel mostrare un mondo di grigi anziché bianco e nero, il facile manicheismo di buoni e cattivi: Dash cerca di ampliare il dubbio, scavando nei rapporti fra gli individui e le diverse idee di società, dentro una società puritana dunque molto diversa dalla nostra impregnata di cultura cattolica. E invita ognuno a prendere le sue responsabilità».

 

Da noi Dash – come lo chiamarono gli amici – è noto soprattutto per i libri che hanno ispirato pellicole famose, dunque in primo luogo «Il mistero del falco» e «L’uomo ombra» ma anche per un noir di Joe Gores a lui dedicato e titolato che poi Wim Wenders trasformò in un bellissimo film.

 

Se si leggono – o rileggono – anche i racconti riuniti in «L’istinto della caccia» (titolo hammettiano quanto pochi), in «Continental Op» o in altre antologie si capisce che è lui – molto più che Raymon Chandler – ad aver cambiato ritmo al noir, influenzando temi e scritture sino a oggi. C’è una frase famosa di Chandler (in «La semplice arte del delitto») che gli rende merito: «Hammett da principio e sin quasi alla fine ha scritto per quelli che prendono la vita di petto […] Ha restituito il delitto alla gente che lo commette per ragioni vere o solide e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori».

 

Non c’è solo verità, ritmo e aggressività in Dash. Chi mediti 60 secondi su «Raccolto rosso» («Piombo e sangue» nelle prime traduzioni) si accorge che Hammett scrive una storia di gangster come Marx spiega uno scontro fra capitalisti. E quando nel 1979 una guerra di mala a Milano fece 8 morti, sul «Corriere della sera» Oreste Del Buono – cercando di decifrare quel sanguinoso rebus – rimandò proprio a Poisonville, cioè «la città avvelenata» narrata da Dash in quel libro.

 

Se a leggere oggi il brevissimo «Notturno» si resta esterrefatti per il colpo di scena finale (letterario e sociale) si può immaginare quanto può avere impressionato negli anni ’30. Tutto vero? Spesso l’investigatore senza nome di alcuni racconti hammettiani spiega che «i fatti sono quelli» anche se ha usato pseudonimi.

 

Tutti a osannare lo stile di un Hemingway e molti a negare la originalità di Hammett o un sottofondo filosofico e sociale a quanto scriveva. Invece, a ben vedere Dash è sempre pronto, senza parere cioè con leggerezza, a parlarci del complesso mondo nel quale viviamo e non solo di cadaveri caldi. Delitti, desideri, soldi, illusioni e concretezze come spiega alla fine del «Falcone maltese» nella battuta diventata famosa grazie al Sam Spade che Humprey Bogart portò sullo schermo: «Di che materia è fatto il falcone? Della materia di cui sono fatti i sogni».

 

Nel bel mezzo di un racconto («Incendio doloso») Hammett butta lì una frase: «non che ci aspettassimo di trovare qualcosa ma è nella natura dell’uomo rovistare fra le macerie». In cerca di appigli per verificare somiglianze e differenze fra gli investigatori-cacciatori e le persone normali che, a volte, si interrogano sul senso delle loro vite.

 

Allo stesso modo senza un apparente senso all’inizio del «Falcone maltese» l’investigatore Sam Spade racconta alla sua cliente la breve vicenda di Flitcraft, uomo qualsiasi scomparso senza motivi apparenti: chiunque legge queste tre pagine si domanda (come la cliente) cosa c’entri codesta vicenda e le sue conclusioni – la eccezionalità che ridiventa banalità – con la spietata caccia al prezioso falcone. La risposta è: niente o tutto, come se appunto cercassimo un semplice e logico meccanismo in cui chiudere le esistenze.

 

Sentite anche questa (nel bellissimo «Il bacio della violenza»): «dipende […] da ciò che i giornali scriveranno sperando di dire quello che, secondo loro, i lettori vogliono sapere». E nello stesso romanzo colpiscono due pagine sulla «normalità» che potrebbero, per profondità, essere state scritte da Basaglia o Goffman.

 

C’è una frase, un’idea che deve essergli molto piaciuta perché Dash la ricicla un paio di volte: «Per dirla in poche parole: esistono due maniere di pensare a questo mondo. Quello che ti porta ad avere ragione nelle discussioni e quella che ti porta a scoprire le cose». Per lui valeva, con ogni evidenza, la seconda.

 

Davvero fu comunista? Lilian Hellman, il suo grande amore, scrive di non saperlo ma aggiunge: «certamente era un marxista ma con un gran senso critico». Leggenda vuole che ormai malato alternasse le letture di Engels e di «Dracula» ad alta voce per il piacere di una sola ascoltatrice: la tartaruga di casa Hellman. Fu accusato di essersi iscritto al Partito comunista e di averlo finanziato con le vendite dei suoi libri. Venne processato e condannato: quella galera diede il colpo finale alla sua salute già molto compromessa da tbc e alcool. Sugli interrogatori di Dash hanno circolano moltissime leggende compresa quella di una sua geniale battuta (a Richard Nixon, un giovane avvocato che più tardi sarà presidente degli Stati Uniti) che gli costò due anni di galera per «oltraggio alla corte». In realtà fu condannato per «disobbedienza […] non avendo voluto consegnare i documenti chiesti dalla Corte». Al suo ritorno in libertà il suo nome era sulle “liste nere”: Hollywood troncò ogni rapporto di lavoro con lui, le trasmissioni radiofoniche basate sui suoi materiali furono sospese, le biblioteche tolsero i suoi libri (e dovette intervenire il presidente Eisenhower per riportarli negli scaffali). Chi volesse capire il clima di quegli interrogatori può cercare «Imputato Hammett» nella collana millelire (ssl: sempre sia lodata) di Stampa Alternartiva o il più recente «Mi rifiuto di rispondere» (Archinto).

 

Di fronte alla Commissione per le attività anti-americane Dash si mostrò, a dir poco, indisponente. La linea difensiva scelta dagli avvocati era non rispondere appellandosi agli emendamenti della Costituzione che garantiscono libertà di pensiero. Ma qualche battuta lui non se la fece scappare. Sentite questo scambio fra lui e uno degli inquisitori. «Signor Hammett, se lei fosse nella mia posizione, autorizzerebbe i suoi libri nelle biblioteche degli Stati Uniti?». Risposta: «Se io fossi in lei senatore non autorizzerei le biblioteche».  

 

(*) Riprendo questo post dal blog dove apparve con il titolo «(H)ammett-iamolo, era un grandissimo»; in precedenza lo avevo pubblicato sulle pagine culturali del quotidiano «L’unione sarda». Altre volte in blog si è parlato di Hammett, in particolare segnalo

 

Franco Minganti: ombre gialle (e sorci verdi) .

 

Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano in blog. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili ma sinora sempre evitati) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia o triplica, pochi minuti dopo – postata di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

 

Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 10 gennaiofra l’altro avevo ipotizzato: 49 avanti Cristo: Cesare passa il Rubicone; 1775: muore Pugacev; 1856: Cavour regala terre sarde; 1862: muore Samuel Colt; 1870: Rockfeller fonda la Standard Oil; 1917: muore Bufalo Bill; 1923: nasce Silvio Corbari; 1924: nasce Max Roach; 1927: prima di «Metropolis»; 1975: arrestato il ginecologo Canciani; 1991: lettera di libero Grassi sul pizzo; 2008: una storia di pescherecchi e clandestini. E chissà a ben cercare quante altre «scordate» salterebbero fuori.

 

Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”.

 

Ogni sabato (o quasi) c’è un riassunto di «scor-date» su Radiazione (ascoltabile anche in streaming) ovvero, per chi non sta a Padova, su www.radiazione.info.

 

Stiamo lavorando al primo libro (e-book e cartaceo) di «scor-date»… vi aggiorneremo. (db)

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