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19 gennaio 2014 / miglieruolo

LA SECONDA PIU’ VELOCE PISTOLA DEL WEST

(omaggio a Ch. BUKOWSKY)
di Mauro Antonio Miglieruolo

***

Decido di riproporre il racconto omaggio a Bukowsky sia perché lo considero uno dei miei migliori (doveroso averne cura), sia perché desidero dare spazio a un dipinto di Nicola Terlizzi, ex medico di professione e “artista” per passione, che ho ricevuto per il tramite della figlia, Valentina Terlizzi, mia cortese lettrice, che ringrazio per la cortesia che mi ha usato.

Cosicché con il dr. Terlizzi, con il quale già condividevo senza saperlo la passione per il grande scrittore USA, condivido ora anche l’illustrazione di cui sopra, ispirata proprio al racconto. E pensare che nemmeno ci conosciamo!

Eccola:

19genn-La seconda più grande pistola_bis***

Buk se ne sta seduto come al solito davanti all’ultimo bicchiere, all’ultima speranza, estremo anelito di concretezza: il minimo e il massimo concesso a un poveruomo, uno che non possiede altro che quello, l’immane pazienza con cui attraversa gli anni e il grigiore che riservano.

Il bicchiere, l’ultimo bicchiere… arma palese d’una battaglia per non impazzire in cui, ancora una volta, sono la bellezza e la fiducia ad essere sconfitte.
La vita, riflette, quasi mai ti sorprende con qualcosa di buono. Ama sopraffarti di disillusioni, allettarti e deluderti. La vita sciorina davanti a te il bene che può essere, ma alla fin fine rifiuta di darti persino la più piccola briciola di consolazione, la più piccola speranza di salvezza.
A Buk, per esempio, non dà mai di che spegnere la sua inesauribile sete. Lo ha condannato crudelmente all’indigenza, fornendolo nel contempo di bisogni, e impulsi, spropositati. Nausea, noia, avvilimento, sono i suoi compagni d’ogni giorno, ma i bicchieri pieni che potrebbero seppellire il ricordo di se stesso sono sempre vuoti, poiché la consolazione giunge di rado, e non appena giunge, come giunge se ne va!
Neppure la tranquillità della sua abiezione può godere.
I gun-men, attirati come le mosche dallo zucchero dalla sua fama di pistolero super, arrivano da tutte le parti dell’Unione, e lo sfidano quotidianamente. Vengono a farsi ammazzare, gli imbecilli, a rompere i coglioni, a distoglierlo dal suo abbrutimento, e a costringerlo a lavorare. Impegnarsi, essere messo sotto pressione, ecco quello che odia più di tutto. E’ infelice e vuole restarlo, e aborrisce qualsiasi evento possa distoglierlo dallo squallore che si è scelto (o gli è stato imposto, non sa bene) e in cui si crogiola come gli altri nelle loro illusorie felicità.
Sono instancabili, i gun-men, non smettono mai di venire, mai di sperare. Eccone un altro, entra proprio in quel momento, brutto momento, uno dei suoi soliti di esasperazione, davanti al bicchiere semivuoto, e avrebbe bisogno di ben altro che di sventurati dagli occhi a fessura da mandare all’inferno!
Pensare, agire, mettersi all’erta, estrarre la pistola… pazzesco!
L’ultimo della serie è dei peggiori. Lo classifica all’istante. Gli somiglia, in un certo senso. Ha troppa paura della vita per averne anche della morte. E poi è giovane, cioè ingenuo, ancora segretamente fiducioso nell’esistenza. Ancora crede di poter avere un ruolo, una reputazione per cui valga affaticarsi, prendersi pena… ha parecchio da imparare, e forse non imparerà. E’ probabile che non ne abbia il tempo (non l’avrà, se si ostina nello sfidare Buk). Probabile che la morte lo colga quando è al meglio, prima di accorgersi della vanità del tutto, e di diventare un rottame come l’uomo (Buk) che ha di fronte e che vorrebbe cancellare dal registro dei viventi, per cancellare in lui il suggerimento di un destino aborrito, ma ineluttabile.
– Sei tu Bukowsky? – chiede lo straniero a colpo sicuro, quando sta ancora spingendo le antine a molla.
19genn-23866_10151287336536753_777910037_nBuk non apre bocca. Desidererebbe rispondergli che non sa bene chi sia, neppure vuole saperlo, non gli serve, se ne infischia. Non acquisterebbe un grammo di saggezza in più, né otterrebbe l’elemosina d’una sola goccia d’alcool. In compenso avrebbe il disgusto dell’indifferenza, la stanchezza d’una desolazione indefettibile; poiché allora non dovrebbe solo sopportarsi, ma pure contemplarsi nella sua abissale insignificanza. Più che sapere chi egli sia dunque l’interesserebbe essere edotto sul prossimo benefattore che gli riempirà, quando glielo riempirà, il bicchiere. Quello sì che sarebbe interessante da sapere! Ma quello non lo sa, viene sempre a sorpresa (sempre più raramente) e di tutto il resto non ha il benché minimo interesse.
– Vuoi batterti con me? – lo incalza il pistolero, andando subito al sodo.
– No, – risponde tranquillo Buk, senza scomporsi.
– Allora sei un vigliacco!
– Forse…
– Vigliacco e privo di dignità!
– Può essere. A volte lo dubito anche io!
– Ma devi batterti! Mi sono mosso apposta dal Nuovo Messico per misurarmi con te!
Buk non fa una piega.
– Tua madre è una puttana impestata che fa i bocchini pure ai negri!
– E pensare che davanti a me faceva la virtuosa.
– Lo sanno tutti. Scopava gli uomini a battaglioni interi!
– Cazzo! Doveva guadagnare bene!
– Sissignore. Se la passava bene. Aveva un sacco di clienti.
– Beh, io non ho mai visto un quattrino. Si mangiava tutto di nascosto, evidentemente.
– Sei un pidocchio, Buk!
– Lascia perdere i pidocchi, potrebbero offendersi.
– Mi sbagliavo, non sei un pidocchio: sei un finocchio, ecco!
– Non ho ancora l’età giusta per queste cose. Ripassa fra qualche anno e forse sarò costretto a darti ragione.
Il giovanotto, disgustato, gli volta le spalle.
– Affanculo! pare fatto di pietra! E’ impossibile offenderlo.
Gli avventori si scambiano sorrisetti di intesa. Conoscono Buk. E’ difficile metterselo sotto. Non ha paura, lui. Neppure delle parole. Chi smette di vivere smette anche di lasciarsi abbattere dalle provocazioni dei viventi.
– Sei il migliore, Buk! – grida uno di loro. – Fagli vedere quel che vali! Fallo cacare sotto!
Bukowsky ridacchia.
Entra un altro ragazzo. E’ vestito come il primo, ha la stessa polvere addosso, ma non la medesima fredda (segreta) infelicità. Non entra per sfidare Buk, ma per rendersi conto di come va la sfida.
– Allora? – chiede. – E’ fatta?
– Non vuole battersi…
– Ma davvero! Il grande Buk! Come è possibile?
– Ho offeso la Madre, ma lui niente, continua a starsene immobile dietro quel suo cazzo di bicchiere, impassibile come un vecchio indiano rinsecchito dalle troppe scorregge!
– Assì, eh? Evvabbé, che ti frega, sparagli lo stesso, fallo fuori!
– No. A me non importa ammazzarlo, ma verificare se sono o meno il migliore!
– Lo dimostrerai facendogli mordere la polvere…
– Nossignore, faccia a faccia, chi è il più veloce…
– Sei tu il più veloce. Sparagli.
– Cristo, ma non lo vedi quello che è? Sembra un rottame più che un pistolero!
– Provocalo. Fai finta di estrarre. Può essere che lo smuovi…
Il giovane che desidera la morte si illumina.
– E’ un’idea, – fa tutto contento.
Nel bar c’è un fuggi fuggi generale.
– Piano, – esorta il barman. – Spaccate tutto.
Intorno a Buk si fa un largo vuoto. Non intorno al giovane. Non c’è pericolo a soggiornare nelle sua vicinanze. Si sa, Buk spara dritto.
Il giovane finta. Mette la mano sul calcio della pistola. Buk niente, neppure una piega.

Nuovo tentativo. L’arma è estratta quasi del tutto.
Buk ancora niente.
– Occristo! Ma di che sei fatto?
– Sparagli, ti dico. Lo hai di fronte, lo hai avvertito: nessuno avrà a che ridire!
– No, è solo uno sbevazzone fallito. Non c’è alcun gusto con lui!
Il giovanotto si siede.
Si rialza di scatto e spara verso Buk. Nuovo fuggi fuggi. Buk, con assoluta indifferenza, porta il bicchiere alle labbra. Si affretta a rovesciare in gola le ultime gocce di superalcolico. Del colpo che gli ha sibilato vicino all’orecchio se ne infischia. Quel che teme è che qualche sconsiderato, nel parapiglia possa rovesciare il tavolo, privandolo della consolazione ultima di quel che ristagna sul fondo del bicchiere. Manda giù l’alcool e schiocca la lingua soddisfatto. L’alcool è una buona cura per tutto. A volte persino per le pallottole.
– Un altro, barman, – chiede non appena rimette il bicchiere sul tavolo.
– No, Buk. Sei sotto di parecchio.
– Non fare il pitocco, Stone. Il ritrovo in pratica si regge su di me. Sono io che lo tengo pieno. Pieno di aspiranti suicidi e di curiosi che tengono il conto dei morti. Valgo quanto una qualsiasi delle fiche che sgambettano nel locale!
Una delle ragazze, uno nuova, è urtata dalla terminologia irrispettosa di Buk, e si mette a sbraitare.
– Vali esattamente quanto la roba che fai la mattina, – interviene con voce irata. – Qualcosa in meno, anche.
– Gioia mia, – replica pronto Buk. – Tu non mi confrontare con la merda, e io non ricorderò a te che l’hai dentro.
Il giovane coglie al volo l’occasione per riattaccare briga.
– Questo è il modo di parlare alle Signore? – dice roboante. – SI PARLA COSI’ ALLE SIGNORE?
Buk niente, neppure una piega.
– Chiedi scusa! – insiste il giovane. – O veramente ti sparo addosso senza pensarci due volte!
– Scusa, chiedo. E anche tutto il resto! – replica pronto Buk. Ha una grassa risata di divertimento. – A una donna chiedo sempre tutto il chiedibile!
La Signora guarda Buk con improvviso interesse.
– Che vuoi dire? – domanda invece il giovane.
– Che chiedo scusa alla Signora, no?
Il giovane lo fissa sospettoso.
– A me veramente non è parso…
– Credimi, ho detto esattamente quel che fa comodo a te! proprio quello che ti garba di più, gioia.
– Mi stai coglionando, per caso?
– No. E’ solo che non ho voglia di litigare!
Il giovane ha un gesto di esasperazione. Sembra demoralizzato.
– Tu non sei un uomo, – commenta. – Sei un cazzo di arnese incredibile!
– Stone! – ulula Bukowsky per tutta risposta. – Per l’amore di tua madre! riempimi il bicchiere!
– Nisba. Il tuo conto è lungo come la strada da qui a Tombstone.
19genn-526708_10150924858091753_41448322_nC’è molto da camminare da lì a Tombstone. Lo sanno tutti.
La Signora s’alza e va a sedere al tavolo di Buk.
– Sei un tipaccio, – afferma.
– Lo sono…
– Però sei svelto con la pistola…
– Non solo con la pistola.
La Signora sorride.
– Dicono che sei il migliore di tutti.
– Alla gente piace parlare…
– A te no?
– A me piace bere.
– Solo bere?
– Bere, ed aver a che fare con ragazze tenere e gentili.
– Uhm! Non è che invece sei solo uno dei tanti tutta lingua e niente fatti?
– Ah! Ah! Ah! Anche quello, sono, e il contrario di quello. Sono tutto è il contrario di tutto: sono esattamente come il mondo mi vuole.
La Signora se ne sta in silenzio un buon trenta secondi.
– Sei molto diverso dai pistoleri che girano da queste parti, – constata alla fine.
– Lo so. A loro piace uccidere. A ME NO!
– No, c’è qualcos’altro in te. Non puzzi di morte. Di cattiveria e di morte.
– Cattivo sono cattivo. Ma mi lavo spesso.
– Non credo si tratti di questo. Non hai l’aria di uno che si lavi molto. Anzi, dall’aspetto direi che non ti lavi mai. Sembri uno straccione!
– Non ti lasciar fuorviare dalle apparenze. Gli stracci coprono un’anima da damerino.
– Uhm! Non è che sei solo uno che le spara grosse?
– Anche. Tu però, ragazza tenera e gentile, dimostrami che hai anche cuore. Offrimi da bere…
– Non dovresti essere tu a farlo?
– E’ vero. Dovrei essere io. Mi sono distratto, scusa.
Lo riconosce, ma non lo fa. Non offre da bere alla ragazza. Gli mancano i mezzi. Resta a fissare il bicchiere desolatamente vuoto.
– Non ti ho mai visto salire su con qualcuna delle ragazze. Come mai?
– Questione di quattrini.
– Ci saliresti, se ne avessi?
– Se avessi i quattrini, sì.
– Non ti credo. Se avessi i quattrini te li berresti.
– Già, è vero, me li berrei…
Silenzio.
– Non sei mica male, sai? Se ti rifacessero la faccia potresti persino piacere.
– Basta non guardarmi in viso, se è per questo.
– Ti andrebbe di sdraiarti un momentino?
– No.
– Cosa ti andrebbe?
– Di ubriacarmi fino a dar fuori con la testa. Bestemmiare e urlare. Inculare un cane rognoso. Prendere a calci un bambino di 7/8 anni…
– Gesù!
– Anche lui hanno preso a calci. E Abe, Brown e tutti gli altri. E molti ancora li prenderanno.
Silenzio.
– Ce l’hai un biglietto da cinque?
– No.
– Eccotelo.
Buk prende il biglietto.
– Comprati da bere.
– Quant’è la tua tariffa?
– Cinque dollari.
– Andiamo su, allora.
Vanno su. Il giovanotto si gratta la nuca perplesso.
– Che cazzo d’uomo!
– Avresti dovuto sparargli. Abbiamo fatto più di mille chilometri per raggiungerlo ed ora ti rigiri i pollici!
– Ma è un pagliaccio! Non è un uomo.
– Questo non lo sa nessuno. Fallo secco e vedrai che tutti verranno a batterti la mano sulla spalla.
Il giovanotto si volge al barman.
– Scommetto che per cinque dollari sarebbe anche capace di lasciarsi ammazzare. Che ne dici, barman. Bastano cinque dollari con un tipo come lui?
– Anche meno, bastano. Con la sete che ha, te lo compri con un solo bicchiere di whisky.
– Coma mai allora è andato su con quella?
– Perché è un gentiluomo, amico. Mica un cafone come la maggioranza di voi vagabondi dalla pistola facile. E’ per questo che è famoso. Perché ha cuore. Ne ha da vendere.
Il giovanotto tace. Beve. Riflette.
– Non bere, – l’esorta l’amico. – Ti tremerà la mano, poi, quando dovrai affrontarlo.
– Okay, solo un altro goccio…
19genn-IGR-J22517%2b2218Buk torna giù. Pare contento. Si risiede al suo tavolo, dietro il bicchiere vuoto. Una buona scopata e il bicchiere vuoto! pensa. Pessimo! E quello scocciatore lì accanto che lo fissa come un avvoltoio!
Scende anche la donna. Canticchia. Strizza l’occhio a Buk. Buk risponde con un gesto garbato della mano.
– Non mi piaci, – si sente in dovere di informarlo il giovanotto. – Non mi piaci per niente.
– Niente di particolare in questo. Sono pochissime le persone a cui piaccio.
– Devo trovare il modo di farti estrarre quella maledetta pistola.
– Scordatelo, ragazzo.
– Mi sa che ti ucciderò. Ti sparerò lo stesso addosso, anche se non metti mano alla pistola.
– Fai pure. Non andrò certo a raccontarlo allo sceriffo, dopo. Ah! Ah! Ah! Carina, questa!
Ci ripensa.
Forse non è tanto carina. Nessuno, oltre a lui, ha riso.
– Vorrei che mettessi mano a quella tua maledetta pistola. Che cavolo ti serve altrimenti portarla al fianco?
– Zavorra. Per le giornate di vento…
– Aha-ah! Che cavolate! Mo senti, però: se accetti di misurarti con me, ti offro da bere.
– Davvero?
– Sì, un’intera bottiglia.
– Aha, allora è un’altra faccenda…
– Ci battiamo?
– Fammi assaggiare il sapore del tuo whisky, poi ne parliamo.
– Una bottiglia, barman! – ordina il giovane.
Stone porta la bottiglia.
Buk la apre e beve un sorso. Un gran sorso. Ne beve ancora. Schiocca la lingua e sembra felice.
– Ragazzo, mi sei simpatico, non voglio ucciderti. Rinuncia.
Il ragazzo ghigna ed estrae la pistola. Buk lo imita. Sparano insieme. Quasi insieme. Buk rinfodera la pistola, il ragazzo lascia cadere la sua. L’amico che si era portato dietro diventa pallido, si alza di scatto e guadagna l’uscita. Le antine oscillano a lungo dietro di lui.
– Merda! – esclama Buk contrariato, bevendo ancora.
Non gli piace uccidere. Gli piace bere. Roba da bere ne ha poca, imbecilli da far fuori quanti ne vuole, a bizzeffe!
Attirata dagli spari accorre gente. Mandriani e perdigiorno entrano, danno un’occhiata al cadavere e scrollano le spalle, delusi. Il solito presuntuosetto incosciente, con tanta fretta di andare ad abitare il cimitero. Ne capitano parecchi come lui. Valgono meno della pallottola che li uccide. Entra anche un gruppo di allegroni e l’ambiente si rianima. Buk posa la bottiglia sul tavolo. Fissa il cadavere steso per terra e decide che lo spettacolo non è bello da vedere.
– Stone! – grida. – Fallo portare fuori.
– Pensaci tu. Sei tu che l’hai ucciso.
Buk riprende a bere.
19genb-42352_10151000243236753_1836258324_n– Tu, Stone, – commenta, – proprio ignori l’esistenza della parola sì, eh?
Stone scrolla le spalle. Lui fa il barman, non il becchino.
Un ubriaco riversato su un tavolo si riscuote e alza la testa. Si accorge della salma.
– Un altro? – biascica meravigliato.
La stanza oscilla intorno a lui, il mondo sembra un mare in tempesta, ma la curiosità lo vince. Si avvicina al cadavere.
– Ehi! Guardate che buco ha in fronte! E’ una specie di voragine, non un buco. Si vede tutto il dentro!
Un altro curioso si avvicina. Esamina il cadavere.
– Ma non c’è niente dentro! – esclama. – Non si vede mica il cervello. NON NE HA!
– Questo si sapeva… – bofonchia Buk.
– Non sto scherzando. Si vedono nastri e fili colorati, nient’altro. Neppure sangue si vede.
Altri sfaccendati si avvicinano.
– Non raccontare balle, – dicono compresi nell’eccellentissima parte di scafati. – Ci freghi mica!
Si chinano sul morto. Reagiscono all’unisono, con un coro di esclamazioni sorprese.
– Strano! – commentano, lanciandosi l’un l’altro occhiate inquiete. Anche Buk allunga il collo per guardare.
– Strano, – commenta. Non aggiunge altro. Preferisce fissare la bottiglia ancora mezza piena. Lo imitano tutti. Si allontanano dalla carcassa abbandonata e riprendono possesso dei loro bicchieri. Sono a disagio. Riflettono, ma senza sapere a quale appiglio agganciare i pensieri. Si spremono un po’ e decidono di lasciar perdere. Non Buk. Buk è speciale in tutto, non solo con la bottiglia. E’ il più menefreghista del paese, ma anche quello che ha più immaginazione. E’ questo che lo frega. La troppa immaginazione.
– Tom, – dice a uno dei tizi che ha intorno. – Aprilo un po’ sul davanti. Vedi se almeno il resto è al posto giusto.
19genc-n1177356148_290993_9439Il tipo si inginocchia e comincia a operare col coltello.
– Allora? – chiedono gli altri dopo un po’.
– Datemi tempo, accidenti! Questo tipo ha una cotenna dura come legno!
Sgobba per un po’. Si rialza. Ha le mani pulite. Non sembra che abbia lavorato su una carcassa.
– Ha ben poco dentro, – annuncia. – Solo pezzi di ferro e altra roba che non capisco. Budella però ce l’ha, e anche fegato. Fegato un sacco.
– Evidente, – commenta Buk.
Beve. Bevono. Sono tutti pensierosi. Di un animale così non si era mai neppure sentito parlare. Mai. Sono a disagio. Dispiaciuti. Quella è una storia che proprio non si potrà raccontare. Nessuno la crederebbe. E in vece è vera. VERA. Le bottiglie si vuotano e in parecchi accennano a volersi alzare per andarsene. Stone allarmato fa cenno alle ragazze di darsi da fare. Le ragazze, che ciondolano lontano il più possibile dal morto, si mettono a cantare e ballare. L’artistucolo del locale pesta forte sui tasti del pianoforte e l’atmosfera si distende. Si riscalda e si distende. Qualcuno invita le ragazze a fare due salti. Si crea un largo cerchio e tutti battono il tempo con le mani.
Buk continua a bere. Nota alcune mosche che ronzano inviperite intorno al cadavere. Si posano sul poveretto succhiettando quel che possono e liberandosi dei loro escrementi. Sono di bocca buona, le mosche, cacano su tutto: tutto è cacabile. Con i loro modi edificano il mondo sulla vanità dell’essere, e sulla precarietà entro cui tutto fluisce. Le mosche sono le uniche coprofilosofe pratiche totalitarie esistenti al mondo. Sono anche avide, rompiballe e invadenti. Alcune si infilano nella bocca del ragazzo ucciso ed esplorano eccitate le profondità oscure del suo singolare corpo.
– Affanculo, – esclama Buk disgustato. – Non c’è nessuno che voglia farmi il piacere di togliere di mezzo quest’accidenti? NESSUNO LO VUOL PORTARE FUORI?
Nessuno.
– Metà di quel che resta della bottiglia a chi si prende il disturbo di sbatterlo sulla strada…
Gli uomini si precipitano tutti insieme (si accende una specie di rissa). Buk invece si attacca voracemente alle bottiglia e manda giù con rapidità incredibile.
La bottiglia si vuota.
– Guardate! – esclama uno dei pochi rimasti fuori dalla mischia.
Gli uomini si voltano verso Buk, vedono la bottiglia, e lo fissano minacciosi.
– Merda! – si lamenta Buk. – Tutti scafati al giorno d’oggi! Va bene, va bene, lasciate perdere, teniamo il cadavere al calduccio…
Cazzo di tempi! Non c’è proprio modo di cavarne la buccia!
Raggiunge Stone al bancone.
– Il mondo è pieno di imbecilli, – afferma.
– Questo sarebbe niente. Il guaio è che è anche pieno di furbi!
– Il problema è che io attiro solo gli imbecilli.
– Non tu: li attira la tua fama.
– Merda!
– Merda sì!
19gennd-339380_3384244_421103857_n– Per stasera credo di avere chiuso.
– Penso anche io.
Silenzio.
Stone indica il ragazzo morto.
– Chi ritieni possa avertelo mandato contro?
– Il destino?…
– Sii serio. Quello non c’è venuto. L’hanno mandato. Ne arrivano troppi per trattarsi della sola, consueta imbecillità umana.
– Beh, chiunque sia colui che tira le fila, non è certo un amico!
– Lo puoi ben dire!
– Perciò, di lui me ne frego!
– Stai in guardia, invece, Buk, specialmente in questo periodo. Hai nemici molto strani e infidi.
– Sto sempre in guardia…
Silenzio.
– A volte mi figuro come sarebbe stato bello nascere mezzo secolo oltre. O un secolo. Avrei avuta una vita molto diversa.
– Non molto diversa, Buk. Non molto.
– Forse, ma comunque abbastanza diversa da non dover vivere con la pistola perennemente appesa alla cintura!
– Non è grave questo. Almeno finché si spara per primi.
Buk sospira.
– Beh! Occorre contentarsi. Quello che viene viene.
– Sono d’accordo, Buk. Quello che viene viene.
– Eppure ti confesso, Stone, che non mi sento predestinato alla rapina in banca, alla santità, alla clausura, all’eremitaggio e a tutto il resto che sto combinando.
– Non fare il difficile, Buk. Tu sei tu in ogni circostanza.
– Come barman sei insuperabile, Stone; ma come filosofo non vali un cazzo. Devi sapere che ogni momento che vivi ti fa diverso, e che ogni evento offre una possibilità diversa.
– Okay! Okay!
Silenzio.
– Forse avrei fatto il becchino, se fossi nato fra cinquantanni!
– Si fa tutto per la pagnotta.
– Forse l’impiegato…
– Adesso esageri.
– Oppure lo scrittore.
– Non ti buttare troppo giù, Buk.
– Avrei potuto essere una qualsiasi altra cosa, fuorché quel che sono: un disperato e un vagabondo.
– Già. Ma tu sei un disperato e un vagabondo. Perché vivi qui, oggi, nel West, nella merda, nell’inferno della solitudine, nel casino totale!
– Un giorno o l’altro me ne vado all’Ovest. Lì dicono che la gente sia più ragionevole. Più civile.
Silenzio.
– Contentati, va! Sei il più famoso pistolero del West. Il migliore. Il Primo.
– No, il primo no. Solo il secondo.
– E chi sarebbe il primo?
Buk gli fa l’occhiolino.
– Quello che mi stenderà in un saloon scalcagnato come il tuo, Stone, un giorno qualsiasi, in una città qualsiasi, per una ragione qualsiasi… stammi bene, amico!
Stone ridacchia. Buona quella! Indica il cadavere.
– Non ti scordare di portarlo via!
19genne-Chayan Khoi Lost Worlds 02Buk annuisce. Afferra il defunto per le braccia, sollevando un nugolo di mosche inviperite. Uno sciame intero esce dal buco in mezzo alla fronte, posto al centro, proprio al centro. Che colpo! Che mira! CHE CULO!
E’ pentito di non aver osservato con maggiore attenzione le persone alle quali gli è capitato di sparare, ora ne saprebbe di più su di loro. Forse tutti coloro che lo sfidano sono così, pazzi senza cervello. E’ possibile che ve ne siano a milioni in giro, milioni di esaltati, ottenebrati da valori fasulli, pronti a rischiare la vita solo per dimostrare di essere coraggiosi, o svelti di mano, o qualche altra pazzia simile. Forse tutti gli uomini sono così, pieni di aria nella testa, insieme a rotelle, nastri e fili colorati (terrificante!), e se non sono così, lo stanno diventando! Un sadico, un pazzo, un degenerato, un paranoico, un guardone impotente, un testa d’uovo qualsiasi, li vuole in quel modo e non dorme la notte per studiare la maniera giusta di produrli. Tolgono silenziosamente il cervello ai poveretti e li mandano in giro per il mondo ad ammazzarsi l’un l’altro. GESU’! CHE INCUBO! CHE FOLLIA BESTIALE!
Però è vero. Svuotano le teste della materia cerebrale e l’imbottiscono con ogni genere di spazzatura. Mercato. Dovere. Famiglia. Nazione. Civile Convivenza. Supremazia. Occidente. PROFITTO! Cristo che roba! Madonna Santa!
Forse anche lui, Buk, è stato privato del cervello. Si illude di sapere quel che fa, mentre altri decide al suo posto, e se la ride, e dice, pestandosi la fronte:
– Buk mio! Ma quanto sei fesso!
Un figliodiputtana lontano milioni di chilometri, che ghigna nella sua direzione, ha scritto il copione, e Buk lo recita. Fili e fili colorati, e un colpo di pistola finale per sistemare tutto.
Però potrebbe anche darsi che quel giovanotto, quello che ha appena ucciso, avendo compreso quanto possa essere d’intralcio il cervello, nonché pericoloso, si sia volontariamente fatto svuotare il cranio, togliere il cuore, uccidere le idee, onde alleggerirsi d’ogni legame e scapolarsela col minimo di problemi.
Affanculo! pensa. Chemmifrega? che mi importa di come vanno le cose nel mondo? Domani è un’altro giorno!
Domani, sì.
Qualunque cosa possa significare, domani è un altro giorno.
Oggi, invece, le mosche.
Non restano che le mosche e un cadavere.
La solita storia di sempre.
Le solite storie di Bukowsky.
Così sia!

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3 commenti

Lascia un commento
  1. malosmannaja / Gen 20 2014 10:05

    davvero ottimo. ottimi i dialoghi e il piglio bukowskiano. però qui si va oltre: ho letto quasi tutto di buko e ciò che più gli fa difetto è la fantasia un po’ surreale un po’ filosofica propia, chessò, di un philip dick o di un robert sheckley o di un kurt vonnegut. quindi il racconto mi pare tutt’altro che derivativo. my compliments.
    ma poiché anch’io sono un medico (come il dr. terlizzi), non so se devi esserne felice o iniziare a preoccuparti…
    : ))))
    (occhio, c’è un refuso verso metà: “che teme e che qualche sconsiderato”)

    • miglieruolo / Gen 20 2014 13:05

      Grazie della segnalazione…
      quanto all’essere medico c’è di peggio, essere paziente. In quanto tale al cospetto di un medico mi felicito e mi preoccupo nello stesso tempo…
      comunque qui abbiamo a che fare con medici sui generis (non discuto la professionalità), medici che leggono fantascienza e, peggio, Bukowsky. Da non fidarsi proprio! Capace persino si mettano in testa di guarire, oltre che curare…
      Non farci caso, mi piace scherzare.

  2. miglieruolo / Mar 6 2017 21:35

    L’ha ribloggato su miglieruolo.

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