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24 gennaio 2014 / miglieruolo

In Senso Inverso di Philip K. Dick

(Fanucci Editore)

di Mauro Antonio Miglieruolo

In un mondo in cui i morti ritornano per compiere all’inverso il cammino della vita – in virtù di un “principio” denominato “fase Hobart” – il Signor Hermes, il quale gestisce una piccola azienda che commercia in Redivivi, si trova in mezzo a eventi molto più grandi di lui. La insperata fortuna di entrare in possesso di un Redivivo di lusso da mettere sul mercato, si trasforma in un dramma sociale che si concluderà in una tragedia personale: la morte della moglie Lotta.

08gennDickFanucci-InSensoInversoIntorno al corpo rinato del Redivivo, l’Anarca Thomas Peak, sorta di profeta del futuro inviso alla potentissima Biblioteca, che cercherà di eliminarlo e ambito invece dalla Libera Municipalità Negra, che intende servirsi del di lui carisma, si scatena una guerra che costringerà all’espatrio su altro pianeta il povero Sebastian Hermes.

***

08genndick-da UbuieMediocre tentativo di Dick di approdare a un romanzo vanvogtiano. L’operazione messa in atto è quella dell’imitazione, che sempre tradisce chi la intraprende, anche se la intraprende con la genialità propria a un grande scrittore; il quale altrove riesce a trovare ispirazione nel materiale narrativo di Van Vogt, ma ci riesce in quanto lì evita di riprodurre i moduli brillanti elaborati dall’autore canadese, andando piuttosto ai meccanismi narrativi interni e profondi quali meri punti di riferimento. Solo così ha potuto, quando ha voluto servirsi dell’illustre predecessore, arrivare a essere quello che è diventato: un fenomeno del panorama della fantascienza mondiale, che nulla toglie e nulla aggiunge all’altro grande nome della fantascienza, Van Vogt, letterariamente meno valido, ma la cui unicità e singolarità è certamente indiscutibile.

A questo proposito è bene ribadire che la propensione a imitare, che nasce dalla seduzione di un lavoro molto ben fatto, molto ben “inventato”, è talmente disastrosa che compromette le possibilità dello stesso autore oggetto di imitazione quando costui si attenti a misurarsi con se stesso. È ciò che succede a Van Vogt, a esempio, con quello che è l’ultimo dei suoi romanzi, Computerworld (Edizioni della Vigna, La Botte Piccola n. 14, euro 14,50, vedi:   http://www.edizionidellavigna.it/collane/LBP/014/LBP014.htm), nel quale la sua abilità riesce pure a produrre un libro di gradevole lettura, ma lontanissimo dai (suoi stessi) modelli che ambiva ricalcare.

08gennDick-imagesIn questo suo “In Senso Inverso” Dick realizza un lavoro che se a un altro autore avrebbe procurato una certa fama (un lavoro decisamente al disopra delle possibilità di molti scrittori di fantascienza), appare decisamente sotto il livello medio dei suoi scritti. In esso non riesce a farci vivere e godere la storia da par suo, cioè al livello di fascinosa meraviglia che il lettore si aspetta da una proposta fantascientifica. I colpi di scena appaiono privi di naturalezza, artificiali; lo stesso vale per i ritrovati fantatecnologici, nei quali normalmente eccelle; nonché per i cambiamenti di prospettive e dei rapporti di forza. Anche gli elementi suoi specifici di adesione al quotidiano del panorama statunitense, specialmente quello provinciale, sono qui meno convincenti e significativi.

E tuttavia mi sembra di poter affermare che in questo romanzo Dick riesca a essere comunque raccomandabile; a differenza di Van Vogt che quando il genio non l’assiste riesce sinceramente insopportabile. Gioca in questo caso la differenza fondamentale tra i due autori. Ché Dick, autore più moderno e artisticamente dotato, cerca sempre di costruire personaggi e Van Vogt invece archetipi. Per cui, quando il secondo (Van Vogt) cade, un archetipo non potendosi reggere che per mezzo di una struttura ad alto livello, l’intera struttura cade disastrosamente.

08genndickvalisDa segnalare, nel romanzo, a parte la “trovata” dei morti che risorgono, trovata dalle potenzialità immense dipalidata per mancanza delle giuste prospettive entro cui collocarla, il rapporto con Ann Fisher, spietato personaggio femminile che ricalca le Lady di Ferro di Van Vogt (ma a un livello molto più basso di coerenza etica), nel quale mi è sembrato Dick abbia volutamente posto un freno alle possibilità erotiche che l’incontro rendeva più necessario che possibile; e il suo singolare opposto femminile, Lotta, che finirà con il perire, vittima predestinata dal suo stesso mite e insicuro essere, più che dalle necessità della storia.

Concludendo: il romanzo si tiene, assicura un pomeriggio di spensierata lettura. Ciò che effettivamente gli si può dire contro è che la vicenda, contrariamente a ciò che avviene in altri momenti dickiani, è governata non dalla coerenza ma dai (presunti) bisogni narrativi che l’autore di volta in volta ritiene di individuare. Cioè dal peggio che possa guidare uno scrittore: soprattutto uno scrittore di fantascienza. Il quale si può permettere un solo arbitrio, quello relativo al “se” che presiede a ogni inizio (e ai vari altri “se” che potrebbero accompagnarlo), ma che poi esige uno svolgimento che lascia ben pochi altri spazi all’arbitrio.

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