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31 gennaio 2014 / miglieruolo

Conto alla rovescia di Maria G. Di Rienzo

dal blog lunanuvola

Shumaya

La ragazza che vedete, Shumaya, ha 16 anni. Il suo viso non è stato sempre così, segnato dal dolore e con un occhio che continua inesorabilmente a gonfiarsi. Da quando di anni ne aveva 11, Shumaya lavora come cucitrice, e quando ne aveva 13 finì in una fabbrica di indumenti, la Tazreen Fashions Ltd., in un sobborgo di Dhaka, Bangladesh. La ditta è conosciuta per il suo ruolo di subappaltatrice, assai comune nel paese: fabbriche più grandi accettano ordinazioni che non sono in grado di soddisfare e le girano ad altri produttori che sono ancora meno attenti di loro agli standard di sicurezza. Grazie alle paghe da fame per i lavoratori – in grande maggioranza lavoratici – e ai costi irrisori di produzione, il paese è un paradiso per ditte e marchi di Europa e Stati Uniti: Calvin Klein, Tommy Hilfiger, Speedo, Izod, Benetton, Inditex (Zara), H&M, Tesco, Walmart, Sears, Gap, Target, Macy’s… tutti sfruttano all’osso bambine, ragazze e donne – e magari poi cercano di venderci i loro stramaledetti vestiti con qualche “pubblicità progresso” o ci danno lezioni sulla violenza di genere (vero, Benetton?).

Shumaya lavorava 12 ore al giorno per 6 giorni la settimana: doveva cucire 90 pezzi l’ora (magliette, abiti, cappucci, jeans) e poteva andare in bagno solo durante la pausa per il pranzo. Sino al 24 novembre 2012, quando di colpo le luci si spensero e la ragazza si trovò nel mezzo di un disperato parapiglia verso l’uscita: un incendio era scoppiato al primo piano e si era rapidamente propagato. Al quinto piano, dove Shumaya si trovava, in breve il fumo fu così fitto da accecare le lavoratrici. Durante la fuga la giovane si prese parecchi colpi involontari, soprattutto al viso, e cadde svenuta. Le colleghe riuscirono a sollevarla e a passarla da una finestra ad un altro edificio.

Almeno 112 persone morirono quel giorno. Mentre fuggivano, le operaie videro che l’incendio si era originato accanto all’uscita – in un’area adibita a magazzino per la stoffa – e dovettero accorgersi che le porte della fabbrica erano tutte chiuse dall’esterno. Molte si lanciarono dalle finestre, con in mente la preghiera di non morire e di non restare paralizzate. L’anno successivo, in Rana Plaza, il collasso dell’edificio di una fabbrica simile lascerà sul terreno 1.130 cadaveri.

Shumaya tuttavia era scampata, si sarebbe ripresa, avrebbe vissuto. Ma i giorni e i mesi passavano e il dolore al viso aumentava invece di diminuire; l’occhio non si sgonfiava, il naso perdeva sangue di continuo. La madre della ragazza, la 37enne Kala Begum, la accompagnò infine dal medico ed entrambe seppero cos’era accaduto: le ferite toccate a Shumaya durante la fuga dal fuoco sono state esposte ai gas tossici prodotti dallo stesso e adesso, dietro agli occhi, Shumaya ha un tumore che cresce. Gran parte dei miseri guadagni di sua madre, che ha lavorato anch’ella come cucitrice ed ora fa mattoni, vanno a pagare gli antidolorifici e altri medicinali destinati ad alleviare l’intensa sofferenza di Shumaya. Anche i tre gioielli che Kala possedeva sono andati in medicine. Le due vivono in una stanza praticamente vuota, il cui unico mobile è un letto.

Kala e Shumaya

Nel dicembre scorso, il proprietario della Tazreen Fashions Delwar Hossein è stato finalmente denunciato assieme ad altre 12 persone per omicidi colposi dovuti a negligenza: è la prima volta che capita, in Bangladesh. Poiché tutti i proprietari hanno forti connessioni con politici locali e poteri esteri, è incerto se Hossein sarà condannato e se, qualora lo fosse, passerà o no del tempo in galera.

Shumaya e sua madre, va da sé, non hanno ricevuto alcun compenso per quanto è accaduto, ne’ hanno titolo legale a riceverlo. Grazie ad una campagna di sottoscrizione, Shumaya si è sottoposta ad un trattamento di irradiazione in un ospedale di Dhaka abbastanza costoso, ma non ne ha ricavato alcun beneficio. Gli attivisti hanno tentato di organizzarle un viaggio in Europa per curarla, ma Shumaya – minorenne – non può ottenere un passaporto senza la firma di suo padre. E suo padre è praticamente irreperibile. Kala Begum è fuggita da lui grazie all’ammontare di abusi e violenze di cui faceva grazioso dono a moglie e figlia. Che sopravvivono facendo il conto alla rovescia: quanto manca alla morte per cancro di Shumaya?

Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Joseph Allchin per Takepart e Financial Times, World Time, Reuters, New York Times)

Vedi anche:

http://lunanuvola.wordpress.com/2013/07/29/le-donne-che-fanno-i-nostri-jeans/

***
Mi si è stretto il cuore leggendo questo post. Non avei voluto pubblicarlo, troppo dolore, troppa impotenza, troppa disgustosa impunità di assassini che si definiscono imprenditori.
Poi ho deciso che la mia pusillanimità, la mia passività e lo scarso lavoro nel combattere questi tipi, i mandanti di casa nostra e dei loro simili nel mondo, non avrebbe impedito che altri sapesse e eventualmente facesse qualcosa in più di quel che faccio io. Perciò pubblico.
E che chi deve indignarsi si indigni; e chi invece voglia fare qualcosa che tutto questo cessi, la faccia.
Mauro Antonio Miglieruolo
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3 commenti

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  1. cristina bove / Gen 31 2014 09:59

    si è stretto il cuore anche a me.
    ma hai fatto bene a pubblicarlo così come Maria G.Di rienzo a sciverlo.
    lo condivido su fb

    • miglieruolo / Gen 31 2014 10:28

      E’ un po’ che seguo Maria G. Di Rienzo. Non ho mai trovato alcunché da dire sull’impostazione dei suoi articoli, condivisibili sempre. Cercano di farla passare per una femminista arrabbiata, ma questa rabbia io non la vedo. Vedo indignazione, certo, ma non rabbia. Non, almeno, rabbia contro gli uomini. Se mai rabbia contro la stupidità, la crudeltà e le chiusere mentali di troppi uomini. Una persona che mi piacerebbe conoscere e frequentare.

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