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22 febbraio 2014 / miglieruolo

Moorcock nello spazio infinito

dal blog di Daniele Barbieri

Missioni spaziali: l’epica e i dubbi. Non fatevi sfuggire dalle mani «Il corridoio nero» (210 pagine per 5.90 euri, nella traduzione di Gabriele Tamburini) scritto nel 1969 da un Michael Moorcock in gran forma e ora riproposto in edicola da Urania.

Come al solito non svelerò i numerosi colpi di scena. Certo che da pagina 125 in poi il vostro sguardo cambierà completamente.

22febb1-aUn bell’inizio sullo spazio sconfinato, buio, neutro, «assenza di tempo e di materia» che «non minaccia» e neppure «aiuta». Geniale la parte sui «patrioti» e gli Ufo, sul «sangue straniero» e sulle nuove facce che può prendere il razzismo; quasi un referto medico sul nostro futuro (o presente?) il diffondersi della psicosi sui «pasti in comune» o sull’essere salutati dai vicini; politicamente e psicologicamente perfetta l’analisi dei «problemi-surrogato». La miglior battuta del libro è l’idea di un «socialismo» da programmare «senza dolore». La metafora dei giocattoli poteva forse essere sfruttata ancor meglio ma siamo dalle parti del cavillo. Alcuni passaggi di scrittura sperimentale sono assai belli ma almeno in un caso (come spiega la nota di pagina 82) risentono della traduzione.

22febb2-il-corridoio-nero-moorcock-urania-collezione-133-febbraioFra i molti libri di Moorcock alcuni sono inediti in italiano e altri irreperibili. Nel ritratto tracciato da Giuseppe Lippi si annuncia che qualcosa sarà recuperato in un prossimo “Millemondi”. Qui in blog avevo segnalato con entusiasmo la ristampa del magnifico «I.N.R.I».

«Sono solo. Sto controllando un desiderio disperato. Anche se so che è mio dovere non sentirmi solo. Quasi vorrei che si verificasse una situazione di emergenza in modo da poter finalmente risvegliare uno di loro»: così annota Rayan nel suo diario “segreto”. Siamo proprio all’inizio – «giorno 1473» del viaggio spaziale – e già uno degli scenari è chiaro. Senza svelare nessun segreto e tanto meno l’ambiguità del finale dirò che i temi del lungo viaggio, dell’ibernazione e della solitudine nello spazio non erano mai stati affrontati con simile sagacia.

Interessantissimo «Tunnel sotto il mondo & C.», il lungo articolo (30 pagine, quasi un saggetto) di Fabio Feminò che chiude il volume: si passa dai tunnel reali a quelli immaginari, da Clarke a Verne, dal maglev (treno a levitazione magnetica) a Lewis Carroll, dai treni super-veloci alle slitte-razzo, dal “mad scientist” Nikola Tesla allo StarTram passeggeri. Di sfuggita Feminò nomina – a proposito della proposta di Frank P. Davidson per grandi «trasporti sotterranei a lunga distanza» – la Val Di Susa in lotta: «Senza dubbio i lettori italiani penseranno che questa sia una follia, considerate le violentissime proteste sollevate dalla cosiddetta Tav, cioè dallo scavo di una semplice galleria convenzionale». Semplice un cavolo: è distruttiva di una valle, pericolosa per l’amianto e inutile. Chiuso inciso.

OLYMPUS DIGITAL CAMERADopo il bel saggetto di Feminò (sempre informatissimo… tranne che sulla Val Susa) qualche anticipazione di Giuseppe Lippi sui prossimi Urania. Ad aprile uscirà «Il vagabondo dello spazio» – ma con il titolo cambiato – di Fredric Brown, «integrale, senza censure nelle parti “scabrose” come era avvenuto per le edizioni passate; poso un attimo il mouse e brindo con champagne, va beh succo di mango che è quasi uguale. Nelle pagine successive si annuncia che sono già in edicola «Il mestiere dell’avvoltoio» di Robert Heinlein (preso, riletto nonché lodato, 7 giorni fa, qui in blog) e «Il futuro di vetro e altri racconti» (devo prenderlo poffarbacco) mentre a marzo la Collezione Urania riproporrà «I figli della Luna», scritto da Jack Williamson «l’anno dopo la fine delle missioni Apollo».

Dal mio martedì per oggi ho concluso a voi la linea.

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