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25 febbraio 2014 / miglieruolo

Le poete in marcia verso Novunque

dal blog di Daniele Barbieri

 

Avete incontrato – in teatro, nelle strade, in qualche festival – la Pcp, «Premiata compagnia delle poete»? Se non vi è ancora accaduto … peccato: cercate in futuro di farlo capitare. Nell’attesa leggete l’omonimo libro di Francesco Armato: «Premiata compagnia delle poete» (collana «Kumacreola, scritture migranti»), Cosmo Iannone editore, ottobre 2013: 256 pagine per 15 euri (*)  

«Premiata Compagnia delle poete»: il titolo è curioso. Donne dunque. Che scelgono però l’inusuale, polemico plurale «poete» invece del previsto, abituale «poetesse». Al «compagnia» aggiungono quel «premiata» sorridente, “demodè” e per ora più «un auspicio» che un medagliere. E’ una storia che inizia nel 2009 – per iniziativa di Mia Lecomte – e riguarda poete «straniere ma itagliane» come scrive Armato. «Itagliane» con la g? Esattamente, ma a pignoleggiare la “g” va in corsivo, tanto per far capire che non è un errore. La provocazione arrivò da Armando Gnisci che, nel 2010, scrisse: «Chiamo questi nuovi cittadini del mondo itagliani con la “g” in corsivo, così “g”. Per distinguerli dagli “italiani” in quanto essi sono portatori della luce nuova del mondo, una luce che non s’è mai accesa fino ad ora».

Siano alle prime righe del breve prologo al libro di Armato e già c’è di che riflettere ma il meglio deve ancora venire perché queste riflessioni e provocazioni diventano soprattutto versi e spettacoli.

Chi sono le poete della Compagnia? Donne «straniere e italo-straniere, in buona parte italofone o residenti per un periodo dell’anno in Italia». Quante? «Attualmente 20, nate in diversi continenti, accomunate da una particolare storia personale di migranza e transnazionalità». Eccole: «Prisca Augustoni, svizzera; Ubax Cristina Ali Farah, italo-somala; Livia Bazu, romena; Laure Cambau, francese; Adriana Langtry, argentina; Mia Lecomte, italo-francese; Sarah Zuhra Lukanic, croata; Natalia Molebatsi, sudafricana; Vera Lucia de Oliveira, brasiliana; Helene Paraskeva, greca; Brenda Porster, statunitense; Begonya Pozo, spagnola; Barbara Pumhosel, austriaca; Sally Read, inglese; Melita Richter, croata; Francisca Paz Rojas, cilena; Candelaria Romero, argentina; Barbara Serdakowski, polacca; Jacqueline Spaccini, italo-francese, Eva Taylor, tedesca».

Cosa hanno in comune oltre che essere poete? Francesco Armato lo sintetizza molto bene: «Tutte condividono un obiettivo primario: realizzare una sorta di “orchestra” che armonizzi la poesia di ciascuna poeta, che è inevitabilmente influenzata dalle diverse tradizioni linguistiche e culturali d’origine, in spettacoli in cui la parola è sostenuta e ampliata da molteplici linguaggi artistici».

Ecco gli spettacoli già messi in scena: nel 2010 «Acromazie», un bel gioco di parole «senza distinzioni di colori, né razziali né politici, se per politica si intende quello che oggi, su tutti i fronti, ci vogliono far credere»; nel 2011 «Le altre»; sempre nel 2011 «Madrigne», altro neologismo; nel 2012 «Novunque», altra parola creata (da Begonya Pozo) per necessità, ovvero a indicare un luogo che è dappertutto eppure non si trova… oppure che appare e sparisce come gli arcobaleni.

Il libro di Armato offre tutti i testi dei 4 spettacoli. Poesie bellissime da sole e nell’insieme cioè attraverso i fili che le legano l’una all’altra.

A una delle poesie che tessono la tela (la rete di salvataggio?) di «Acromazie» l’autrice (autora?) Sarah Zuhra Lukanic non ha voluto dare un titolo: forse perché le strofe e i fili si aggrovigliamo attorno a una certa Costituzione che fu sana e robusta ma ora deperisce? E come mai dell’ultimo articolo citato non si dice il numero?

Nella trama che sorregge «Le altre» c’è una eretica (consapevole?) del dogma che il giornalista Jack Lemmon ci rifila nel film «Prima pagina» di Billy Wilder: mai cominciare con due punti. Invece nei suoi versi (di nuovo senza titolo) Prisca Augustoni lo fa.

Muovendosi fra le «Madrigne» si spiega che «costruire una casa è come rassettare il mondo» (Vera Lucia de Oliveira); che «sulla punta delle mie scarpe c’è un mondo intero» (ancora la Lukanic); che «qualcuna si sarà tolta la pelle / e qualcun’altra l’anima» (Jacqueline Spaccini); in definitiva «le pulizie dell’universo possono durare anche un giorno» (Mia Lecomte) ma soprattutto tenete conto che «la maggior parte dei pesci è muto / per cui lasciatelo bollire qualche istante / fatelo raffreddare nell’acqua di cottura / infine versatelo nell’alfabeto» (in «Ricetta per il pesce fuor d’acqua» di Eva Taylor) e che «là fuori c’è il mondo: diviso, mortale, / libero» (Brenda Poster).

Inseguendo fra i meridiani «Novunque» (in una delle rappresentazioni i versi si accompagnavano al teatro delle ombre) si possono incontrare molte fiabe magari con personaggi di secondo piano («la moglie dell’orco» o «il lupo mannaro»), ci sono almeno due Gretel e tre Cenerentola ma c’è pure chi si sveglia «prima del tempo / trenta o quarant’anni / dal previsto bacio salvatore» (Adriana Langtry) oppure dorme per anni nel previsto bosco «ma ad occhi aperti» (di nuovo Prisca Agustoni).

Molti altri incanti si celano nei 4 spettacoli della Pcp, Premiata compagnia poete: da un lato «la puttana» e lì vicino «matematica della resistenza» (ma è sempre Candelaria Romero), «decotto di vuoto» (Eva Taylor), «identità nascosta» (Helene Paraskeva), persino una «Santa Giovanna» o qualche divagazione su come «spezzare il collo ai pesci» (in entrambi i casi Sally Read), «Palabras» (Adriana Langtry) magari sino a un «pensiero improvviso di strega» (Barbara Pumhosel).

Libro ricco anche di una introduzione critica, degli approfondimenti poetici, della parola data a Mia (Lecomte), di una post-fazione di Armando Gnisci, di una sitografia e bibliografia. Si ragiona di Limm (Letteratura italiana della migrazione mondiale) «nello stagno della Lic (letteratura italiana contemporanea)»; di tre «azioni positive» della Pcp; di abiti vistosi per urlare identità (ingannevoli) e patrie (inesistenti); della necessità di uno «scialle di calore» (come insegna Wallace Stevens); di de-colonizzazione e disinfestazione; di corpi e corpi-Paese, scoperte, ponti e piloni, nonluoghi o «il senso delle radici, come quando si sente la gamba che non c’è; di «Gaia che si genera da sè» e della Grande madre ri-trovata da Marija Gimbutas; infine di sfuggita si accenna anche a numeri interessanti: «nella banca dati degli scrittori immigrati in lingua italiana BASILI […] sul totale degli autori, 438, le donne sono 248 pari al 56,7 per cento».

(*) Questa mia recensione è uscita sull’ultimo numero di «Corriere delle migrazioni» on line. (db)

 

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2 commenti

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  1. fattorina1 / Feb 26 2014 15:36

    veramente interessante.
    Conosco un paio delle poetesse e se la scelta conserva il livello, sono fiera di sentirmi parte del gruppo. Bellismo il titolo.
    Narda

  2. cristina bove / Feb 26 2014 15:48

    è davvero bello che a promuovere le poete siano uomini.
    grazie, mam, lo condivido su “noi donne fb”

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