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3 marzo 2014 / miglieruolo

Due o tre cose che so su Philip Dick

dal blog di Daniele Barbieri

Con un misto di ironia e serietà molti suoi fans sussurrano che a uccidere (a neanche 55 anni) Philip Dick non fu la vita sregolata ma… Ridley Scott. Leggenda vuole che «Blade runner», tratto dal suo romanzo «Gli androidi sognano pecore elettriche?», fosse atteso con grande ansia da Dick: vederlo così scialbo gli avrebbe dato l’ultimo colpo. Dicerie? Forse: il film di Scott è buono, fra i migliori del genere (ci vuol poco se il termine di paragone è «Guerre stellari») ma chi ha letto Dick, anche a casaccio, sa che aspetta ancora il suo regista, visionario con le immagini come lui lo fu con le parole.

Dopo essere stato ignorato o maltrattato dalla cultura che si pretende alta, oggi P. K. (sta per Kindred) Dick è vezzeggiato da quasi tutte/i quelle/i che si sono sempre vantate/i di non leggere un rigo di fantascienza (perché «1984» cos’è?). Sembra destino per i grandi della letteratura popolare trovare prima o poi un certo numero di accademici che spiegano con tante – ma proprio taaaaaante – frasi astruse quello che loro (autori e autrici) riuscivano a dire in un’idea buttala lì con semplicità, in uno scambio di battute, talora in un rigo appena.

Proviamo?

«Ti sarà chiesto di sbagliare in qualsiasi luogo tu vada» («Gli androidi sognano…»).

«Di quale Terra si tratta? E quante Terre esistono?» chiede un personaggio in «Vedere un altro orizzonte» e quando Tupin gli obietta «Credevo ne esistesse una sola» la saggia risposta è: «E una volta credevano fosse piatta».

Nell’anno 2112 di «Redenzione immorale» i tribunali sono riunioni settimanali di fabbricato basate su denunce anonime, pettegolezzi o le trappole tese da micro-robot spioni che si infiltrano dappertutto.

«Dio è morto. Abbiamo trovato la sua carcassa nel 2019, galleggiava nello spazio» spiega Nick in «I nostri amici di Frolix 8».

«Siamo tutti pazzi criminali. E per un periodo lungo siamo stati rinchiusi» è il drammatico dilemma dei non-eroi di «Labirinto di morte»: forse «un esperimento su un pianeta distante milioni di chilometri dalla Terra».

Tecnici di fabbrica controllati dai piccioni o robot creditori che inseguono ovunque gli indebitati li incontriamo in «Utopia, andata e ritorno».

In «L’ora dei grandi vermi», scritto a 4 mani (con Ray Nelson), un taxi spiega: «da quando è finita la guerra, un meccanismo omeostatico di prima classe può legalmente possedere uno schiavo negro».

Nel racconto «Sindrome regressiva» c’è un inseguimento mozza-fiato perché, lamenta un personaggio, «pensavo che guidando abbastanza veloce avrei potuto raggiungere qualche posto dove le cose siano solide».

Quando in «Guaritore galattico» si svolge un’importante riunione, «con organismi senzienti di 40 specie… Joe si rese conto che sulla Terra si era cibato di alcune di esse».

Nelle macerie delle «Cronache del dopobomba» c’è invece un topo domestico che suona «un flauto asiatico da naso, come hanno in India».

«Su Beta 12 c’è una divinità simile» argomenta Willis in «Giù nella cattedrale» e poi: «Ha imparato a morire ogni volta che un’altra creatura muore. Non può morire al posto della creatura ma può morire con la creatura. E alla nascita di ogni creatura rinasce. In questo modo è passata attraverso innumerevoli morti e rinascite, se la paragoniamo a Cristo che morì una sola volta».

L’entità che dà il titolo a «Ubik» è  un nuovo caffè o una divinità, è un olio o il tutto, è un’aspirina o un’occulta dittatura? E’ un rasoio, un sonnifero, un deodorante, un’invasione aliena oppure è tutto ciò insieme?

La straordinaria capacità inventiva di Dick si è esercitata a quel grande crocevia fra reale e immaginario che gli iper-realisti o i fuori di testa secchi non vedono. L’idea che il nazismo per certi versi abbia trionfato (nel romanzo che viene pubblicato come «La svastica sul sole» o come «L’uomo nell’alto castello»). L’autismo di massa che pervade le pagine del suo libro più sperimentale come scrittura («Noi marziani»). Frullati di religioni nuove e vecchie, un relativismo assoluto (non piangere B-16 andrà così e tu non puoi farci nulla anche se sei un papa): in «Divina invasione», in «Deus Irae» e molti altri. La crescente tirannia degli oggetti. Le sempre più incerte definizioni di esseri umani e di creature artificiali ma soprattutto la loro crescente commistione. Droghe così potenti da costruire o distruggere universi («Scrutare nel buio» o «Le tre stimmate di Palmer Eldritch»). Economie basate soprattutto su inganno e morte. Costruzione di false memorie. Le trasformazioni del corpo e il sogno-incubo di un’empatia collettiva. Freaks. Le inquietudini derivanti da telepatia e/o precognizione. Inseguendo sempre «La penultima verità», come si intitola uno dei suoi romanzi più attuali: capiamoci bene p-e-n-u-l-t-i-m-a perché la verità ultima non abita da nessuna parte.

Gli “schemi” abituali della fantascienza – viaggi del tempo, guerre atomiche, super-poteri – sono, nelle trame dickiane, rovesciati e re-inventati 100 volte. Se sullo sfondo c’è una dittatura, può essere estrema conseguenza della presidenza Nixon ma pure l’imprevista alleanza fra il peggio del Vaticano e il socialismo in versione formicaio con due capi di Stato come nell’antica Grecia. Gli umani possono essere divisi in classi o… per differenti forme di pazzia («Follia per 7 clan»). I «fluttuanti» sono alieni che «atterrano ovunque, 10 qua, 20 là, a orde, tutti identici» e già – in «Il mondo che Jones creò» – c’è chi teme «siederanno sugli autobus vicino a noi. Poi pretenderanno di sposare le nostre figlie». La metafora è così chiara che quasi la capirebbe un … Calderolo o due.

Tanti scrittori e scrittrici azzeccano due o tre testi in una vita; c’è chi passa alla storia per un solo titolo. Dick ne ha forse sbagliati un paio su una quarantina di romanzi (trenta di pura fantascienza) e su centinaia di racconti. Chi ama la scrittura cesellata avrà, con qualche ragione, da borbottare per alcune pagine tirate via, quasi sgrammaticate (Dick scriveva in fretta, talvolta non rileggeva anche perché era spesso con i creditori alla gola) ma le trame e i personaggi invece lasciano sempre a bocca aperta. Persino i manoscritti non pubblicati, un paio di sceneggiature, gli appunti per progetti non  concretizzati, i testi delle conferenze hanno – a esser severi – almeno un buon sapore. Verificatelo con la raccolta di inediti «Mutazioni», curata da Lawrence Smith, nel ’97 per Feltrinelli. Se invece vi piacciono le biografie ce n’è una particolarmente visionaria (dunque in linea con il personaggio) di Emmanuel Carrère : «Io sono vivo, voi siete morti. Un viaggio nella mente di Philip K. Dick» pubblicato (e ristampato) da Hobby & Work.

Convegni sbrodoloni, ristampe patinate, litigi accademici, Dick santo (quasi) subito. «Avrebbe potuto essere uno scrittore di serie A e invece è finito nel pulp, in edicola»…  Il rischio è che la cultura “alta” lo ammetta nel Pantheon per condannare ancora una volta la fantascienza e/o la letteratura popolare. Qualcuno alza il sopracciglio perché in Dick c’è la grande filosofia (Sartre, Tertulliano, Spinoza) però le storie sono avventurose o con protagonisti anonimi, mai tragici o eroici. Vien detto con tono insultante o perplesso, senza accorgersi che si sta cantando la grandezza di uno scrittore e della migliore fantascienza. Dick è vivo, loro sono sempre stati morti.

PICCOLA NOTA

Con questo ricordo di Philip Dick inauguro un appuntamento fisso con la fantascienza (e dintorni): ogni martedì recensioni di libri soprattutto nuovi, ritratti, percorsi tematici e boh si vedrà.

Mi impegno a rispettare quasi sempre l’appuntamento. Ogni martedì, cascasse un pero (o un fico) sul mondo, frase che – mi pare – sia la versione toscana (e laica) di Insciallah.

Perchè martedì? Così, tanto per contraddire il vecchio (ma resistente) detto secondo cui “di Venere e di Marte non si sposa e non si parte”. Invece verso quei due pianeti (presi come metafora del fantastico) si parte, almeno qui, proprio nei due giorni che gli antichi dedicarono loro. Segue scenataccia di gelosia di Giove, della pallida Luna e di Mercurio mentre sabato e domenica si astengono.

Dunque la rubrica si chiamerà “di Marte si parte, si parte“. E naturalmente sarà partigiana o, se cercate la facile rima, di parte… (db)

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